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Il Vaticano ha in passato sempre garantito alle allodole italiane specchietti con cui giustificare le sue intrusioni politiche, malefatte economiche e i suoi crimini contro il Vangelo. Semi-santi (non subito), preti carismatici, politici e asceti che avevano in comune quell'onestà e quell'essere pii e giusti che tanto affascinavano sia gli italiani di minoranza (*) che i devoti pecoroni stivalici a cui è stato lavato il cervello fin da piccoli con il catechismo dei rassegnati, del porgi l'altra guancia sempre e comunque. Nella seconda metà del secolo scorso Don Sturzo, Don Milani, il Papa buono bergamasco e Carlo Maria, assieme a molti altri, hanno servito benissimo allo scopo. L'ultimo di questi ci ha lasciato, e con sconforto ci si rende conto che la decadenza e immoralità italica di maggioranza sono ormai tali che il clero di Roma non deve neanche più sforzarsi di sostituire i suoi specchietti. Oggi sulle pagine dei giornali sono invece celebrati e difesi Don Gelmini, Don Mazzi e Don Bancomat vari, si producono serie televisive su Padre Pio, definitivamente sdoganato dal papa circense-sempre-in-aereo preoccupato che certi cattolici diventassero adulti, e che attivamente istigò l'azione di fedeli medievali e congreghe religiose settarie e criminali. Chiamatela come volete....religione à la carte, ipocrisia cattolica, cinismo dei potenti in sottana, ma questa è la Chiesa di oggi.
Carlo Maria Martini faceva parte di un'altra chiesa. Gesuita, teologo, dedicò la prima parte della sua carriera nel clero agli studi e alla dottrina. Fino al 1978, ricoprì diversi ruoli all'interno delle massime istituzioni culturali cattoliche, pubblicando numerosi libri e articoli che lo fecero conoscere come fine biblista ed esegeta.
La sua missione cambiò dopo la nomina ad arcivescono di Milano, nel 1979.
Seppur continuando la sua intensa attività culturale e di ricerca spirituale, Carlo Maria iniziò ad essere notato sia per l'importante ruolo pubblico ricoperto, sia per le sue prese di posizione alquanto libere, controcorrente, provocatorie, per quanto un arcivescovo possa essere libero, controcorrente e provocatorio nelle sue dichiarazioni e idee.
Le timide aperture. Credo veramente che il Martini fu il responsabile di questo modo di dire, ormai cristallizzato nel linguaggio politico, con il quale si riassume una posizione di rottura, di progresso rispetto allo status quo, allo stesso tempo ribadendo la validità , quasi sacralità , delle idee e principi che si vogliono discutere. Un modo di fare machiavellico, ipocrita, del tutto italiano, ma indispensabile in una istituzione millenaria che mena vanto di durare per sempre e di muoversi pensando ai secoli, non ai trimestri.
Durante la sua vita CMM timidamente apre, ovvero crea occasioni di discussione sopra i concreti problemi che più smarriscono i cattolici di oggi, almeno quei pochi rimasti che vanno oltre la necessità di tenere l'immagine di Padre Pio sul lunotto mentre si bestemmia contro la vecchina che non attraversa in fretta o di preparare torte per raccogliere soldi per i magrissimi bimbi africani visti in fotografia e poi volere leggi crudeli e spietate contro nomadi, marocchini e albanesi. CMM insomma gettò pietre, macigni nel melmosissimo stagno cattolico, spesso iniziando discussioni scomode sul comportamento della chiesa rispetto ai divorziati e agli omosessuali, sulla relazione fra la gerarchia ecclesiastica e potere politico (soprattutto in Italia), sul celibato dei sacerdoti e la possibilità di nominare donne diacono, sul ruolo dei laici cattolici e sulla scristianizzazione della società , questa intesa non come la presenza di crocefissi sui muri o radici cristiane nella costituzione europea, bensì come la mancanza di carità cristiana, senza la quale non sono possibili né speranza né giustizia. Queste timide aperture lo fecero apparire come una boccata d'aria fresca ad alcuni, mentre altri gridarono allo scandalo dell'arcivescovo comunista.
Nel conclave 2005 fu ritenuto come papabile dalla stampa, rappresentante dell'ala progressista, ma la segretezza del conclave non permette di stabilire se e quanto andò vicino all'elezione, anche se alcune ricostruzioni lo diedero mai seriamente in gioco.
Dopo la decadenza da tutti gli incarichi nella curia romana (automatica ad 80 anni), si ritirò a Gerusalemme per poi ritornare in Italia per poter curare meglio il Parkinson, senza però mai rinunciare alla discussione, anzi si distinse nelle prese di posizione contro pennivendoli succhiasottane impegnati a difendere la ragione di stato vaticana che porta la Chiesa e il suo capo ad accordarsi con tipini quali Hitler, Mussolini, Pinochet, Franco etc. Si rammenta persino un netto "sono critico e non celebrerò la messa in latino" quando Benedetto13 liberalizzò la celebrazione della messa in latino con il rito tridentino.
CMM lascia un vuoto non riempibile ma soprattutto la certezza che pochi abbiano bisogno di riempire quel vuoto. Il declino italico è anche questo.
Ci mancherà . Una prece.
(*) Prossimamente su queste pagine.





Carlo Maria Martini (Torino, 15 Febbraio 1927) fu papabile, cardinale e arcivescovo di Milano.