La velocità e i bassi costi delle comunicazioni, le tante forme telematiche di contatto esistenti permettono questa mobilità “surmoderna”, come la definisce Marc Augè, nel suo saggio “Per un'antropologia della mobilità ”. Per essa nessuno vive più questi luoghi in cui pur si trova a passare tanto tempo di vita, come propri e definitivi, ma essendosi così tanto dilatati i confini si sente parte di un “tutto” indistinto (dove per altro si esercitano in modo efficiente alcune essenziali funzioni), in cui uno può trovare una propria tana a cui adattarsi, ignorando o fingendo di ignorare quello che accade intorno, che però è il reale in cui la tana si colloca e di cui risentirà comunque gli effetti.
Il nuovo “moderno” cittadino del mondo troverà inutile misurarsi con tali problemi, probabilmente per il poco tempo che ha, tutto dedicato ad ottimizzare i suoi tempo stretti e per la poca carica di giusta rabbia e di tensione verso il cambiamento che ha dentro. Con questo tipo di vita infatti si acquista un certo relativismo e “disincanto” che è molto compatibile con l’attuale sistema politico ed economico imperante.
Anche presso di noi si sta creando un nuovo mondo, una societĂ priva dei valori riconosciuti fondanti della nostr
a storia italiana ed europea, si stanno snaturandone abilmente i modelli culturali e civili democratici senza che ci sia una reazione adeguata. Perchè “di questo la favola parla”, del bisogno di una opposizione reale e non “anestetizzante” a quanto sta accadendo. Esigenza che si apre a più fronti, anche più vasti e di nuovo chiamo in causa Marc Augè per mostrare “il divario tra la rappresentazione di una globalità senza frontiere che permetterebbe a beni, essere umani, immagini e messaggi di circolare senza limitazioni e la realtà di un pianeta diviso, frammentato in cui le divisioni negate dall’ideologia del sistema si ritrovano al cuore stesso del sistema”.
E il secondo modello di vita di cui, schematizzando, si diceva all’inizio?
Ben lungi dall’essere unicamente vetero-conservatore, come lo si potrebbe sbrigativamente tacciare, è quello in cui riporre le speranze, l’utopia (di una certa dose di essa non si può fare a meno!) di una cosiddetta “rivoluzione culturale”, non funzionale all’attuale sistema dei consumi e che intacchi la deriva dei nostri giorni.
Ma ahimè, essa è ormai cosa di pochi!
Infatti sono rimasti in pochi a mettersi in marcia per cercare un punto d’arrivo in cui starci bene e a lungo ("ibi manebimus optime” dicevano i latini) o creare l’”hortus conclusus” in cui piantare piante perenni, tutt’al più ci si accontenta di un vasetto di basilico, da ricomprare ogni anno!
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