Moschetto e shakò – Il Duello

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La battaglia era terminata e i fantaccini stavano andando a caccia di prigionieri.
Saturnino doveva essere felice, ma solo che non ci riusciva: Chevallier non lo era per nulla.
Gli si avvicinò.
«Mio capitano, come state?».
Chevallier sorrise.
«Tutto bene, grazie. È solo che…».
Vedendo che non concludeva, Saturnino volle insistere, pur con delicatezza.
«Che cosa?».
«Nulla mi soddisfa». Allargò le braccia. «Sono giorni che combattiamo in queste contrade, ma niente cambia, niente si modifica».
«Mi spiace». Saturnino non sapeva cos’altro dire. «La guerra è questa. Dopo Wagram si dice sempre che tutto finirà, che torneremo nel Regno d’Italia, ma invece…».
Di lì passarono alcuni ufficiali austriaci. Erano rigidi e impettiti come se la sola presenza dei soldati in blu li offendesse.
Saturnino quasi non ci credette: fra loro c’era Radetzky, la sua nemesi… Si erano incontrati e combattuti più volte, ma poi il tenente feldmaresciallo era sempre riuscito a scappare. Adesso, però, era caduto loro prigioniero e nulla poteva cambiare.
Sembrava che quegli uomini fossero sordi a tutto, ma Radetzky intervenne:
«Ho sentito bene? Tu, capitano francese, non sei soddisfatto?».
Chevallier corrugò la fronte.
«Ho detto così».
«Ti faccio un’offerta: so che voi della Grande Armata avete ricevuto l’ordine di non torturare i prigionieri, ma io sono a conoscenza di ottime informazioni di carattere militare. Non ve le passerò mai… a meno che non si faccia come propongo».
Saturnino era dell’idea che non fosse un’ottima cosa, ma Chevallier sorrise di fronte a quella possibilità
«Sentiamo».
«Facciamo un duello. Io contro di te. Se vinco, ci liberi tutti, se vinci tu, ti racconterò tutto quel che so».
Saturnino voleva dire al capitano che c’era dietro un tranello, ma vide che Chevallier non la smetteva di sorridere.
«Mi piace come idea».
«Signor capitano, non lo ascolti» disse alla fine.
«No, invece, Patrizi, taci. Accetto». Sguainò la sciabola. «Sciogliete i nodi al prigioniero e dategli una spada. Che il duello si faccia».
Saturnino deglutì e i fantaccini obbedirono.
Di lì a poco, i due ufficiali si fronteggiarono, le sciabole pronte e le posture di chi doveva duellare.
Saturnino si rese conto che sapeva poco dei duelli fra nobili, ma era certo che ci dovesse essere un arbitro, un medico e dei regolamenti predefiniti, ma al contrario lì tutto era improvvisato. Aveva l’idea che il capitano, colto dall’irruenza, avesse accettato senza riflettere.
«Cosa succede qua?» arrivò Aristide.
«Silenzio» gli impose Saturnino.
I due ufficiali incominciarono a duellare con i fantaccini da una parte e gli ufficiali dall’altra che tifavano per il loro campione, in lontananza si udivano il fragore dei cannoni e i nitriti dei cavalli.
Dopo alcuni colpi di sciabola, il duello diventò complicato da seguire, ma Saturnino aveva tanto d’occhi per altro. Per esempio, un collega di Radetzky aveva eluso la sorveglianza e stava tendendo una corda. Sembrava più la miccia di una granata, ma a Saturnino non piacque: era un tiromancino.
Decise di intervenire e affrontò l’ufficiale austriaco.
«Che stai facendo, tu?».
L’austriaco lo accolse con uno sguardo di traverso.
«Vattene!» gli sbottò in francese.
«Ma mica ti ascolto». Saturnino lo aggredì e fra i due scoppiò una zuffa.
Nessuno si interessò a loro, era evidente che tutti erano troppo concentrati sul duello fra i due ufficiali.
L’austriaco riuscì a liberarsi di Saturnino e scappò a gambe levate.
Un paio di fantaccini si accorsero di quei movimenti e acciuffarono il prigioniero.
«Cosa stava succedendo?».
«Non avete visto, voleva far inciampare il nostro capitano» affermò Saturnino.
I due fantaccini fecero finta di nulla e portarono via il prigioniero, invece Aristide diede una pacca a Saturnino.
«Bravo, hai salvato la vita al nostro capitano».
Saturnino era pessimista.
«Credo che non sia ancora tutto finito».
Dopo un minuto che gli ufficiali avevano come danzato con le sciabole, Saturnino vide che un altro ufficiale austriaco si era allontanato dai fantaccini che lo dovevano sorvegliare e aveva raccolto da terra una baionetta.
Si stava avvicinando alle spalle di Chevallier.
«Aristide, chiama rinforzi». Saturnino impallidì.
Aristide gli diede retta, ma Saturnino capì che per quanto il commilitone potesse essere veloce non ce l’avrebbe mai fatta a segnalare la scorrettezza dei nemici in tempo.
Saturnino doveva agire da solo.
Andò alle spalle dell’austriaco che a passo felpato si stava avvicinando alle spalle di Chevallier e gli avvolse le mani alla gola.
L’avversario cacciò un urlo animalesco di come se fosse stato tradito e con un affondo pieno di goffaggine dato che agì senza girarsi tentò di ferire Saturnino.
La baionetta era più uno spuntone sporco.
Saturnino riuscì a non rimanere ferito e si ritrovò da solo, a mani nude, di fronte a quel tipo deciso a scannarlo come un maiale.
Fece un passo indietro, l’austriaco lo incalzò, i duellanti si accorsero di quel che stava succedendo e se Radetzky voleva disinteressarsene, Chevallier rimase per un momento colpito.
«Cosa stanno facendo, quei due?».
«Combatti, francese» disse con tutto il disprezzo che aveva in corpo il tenente feldmaresciallo.
Chevallier, suo malgrado, accettò la provocazione.
Saturnino allontanò l’aggressore e individuò fra i resti della battaglia un frammento di legno.
Rapido come un gatto lo raccolse e lo usò per colpire allo stomaco l’austriaco che per un attimo rise ma poi i calzoni gli si bagnarono di sangue.
«Mi hai ucciso…».
«All’inferno». Saturnino lo disse con tutta la rabbia possibile: gli austriaci volevano giocare scorretto e Chevallier era stato un ingenuo ad accettare.
L’austriaco si rovesciò a terra, l’ennesimo morto di quella giornata.
«Tradimento, tradimento, vogliono ucciderci tutti!» ulularono i prigionieri.
Aristide arrivò con alcuni fantaccini. «Ma…». Aristide vide allora l’austriaco che ormai era morto.
Saturnino perse le staffe.
«Per colpa della vostra incompetenza, guardate cos’è successo!».
I prigionieri non si calmarono neppure di fronte alle baionette e Radetzky urlò:
«Volete fregarci!».
«Ma no, non è vero» provò a spiegargli un Chevallier dagli occhi sgranati.
Senza più una sorveglianza efficace, i prigionieri scapparono, Radetzky con loro. Chevallier tentò di fermarlo, ma questi lo colpì con la sciabola.
«Il capitano, no!». Saturnino gli venne incontro, e questi sussurrò:
«Solo un taglio».
Era vero, non si trattava di una ferita grave.
Chevallier aggiunse:
«Sono scappati… Sono stato troppo ingenuo». Chinò il capo per la tristezza.
Saturnino non seppe come essergli di aiuto.
Aristide gridò:
«Continueremo a combattere».
Tutti lo acclamarono, capitano compreso.

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Chi lo ha scritto

Kenji Albani

Kenji Albani è nato il 13 novembre 1990 a Varese (è italiano, nonostante il nome giapponese). Nel 2008 il suo racconto “Visite dall’aldilà” è stato segnalato al concorso indetto dalla Giulio Perrone Editore. Nel 2018 si è diplomato sceneggiatore di fumetti alla Scuola del Fumetto di Milano, nel 2020 si è laureato in scienze della comunicazione all’Università degli Studi dell’Insubria e sempre nel 2020 è arrivato finalista al concorso “Pergamene stellari” indetto dall’associazione culturale Yavin4 con il racconto “Un dinosauro tra quanta confusione”. Dal 2018 pubblica ebook con Delos Digital tra i quali l’antologia da lui curata “Dark Graffiti” e il saggio sulla Guerra Iran-Iraq “La primissima guerra del Golfo”. Nella primavera del 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo, “1572”, con “L’Undicesimo Libro”. Solitamente pubblica racconti brevi su Wattpad, Inksection, Edizioni Open, L’Undici, Braku, IlMioLibro, L’Infernale, Racconticon e Writers Magazine Italia. Lavora come sceneggiatore di fumetti per Ilmiofumetto.it e articolista per Leggimela.

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