Moschetto e shakò – Saturnino fa una ricognizione

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

«Sta’ attento!».
Aristide fece una smorfia.
«Saturnino, che hai stamattina! È da quando abbiamo lasciato il campo che mi stai addosso».
«Forse, se non l’hai capito, ci sono degli austriaci qua intorno. Vuoi essere acciuffato? Se già con i francesi non sono gentili, figurarsi con noi italiani».
«Lo so che ci considerano dei traditori, ma…».
«Zitto».
Aristide lo guardò in tralice, allora Saturnino gli diede una botta.
«Capisco» disse alla fine.
Poco lontano dalla boscaglia in cui si erano nascosti stava passando un gruppo di dragoni austriaci. Era come se il loro tenente li tenesse al guinzaglio.
Aristide annuì.
«Contiamoli».
«Lo sto già facendo» lo seccò Saturnino.
«Oggi chi sei, il primo della classe!».
«Voglio solo sopravvivere». Saturnino era già a venti.
Quell’imbecille di Aristide lo imitò, ma poi scosse la testa.
«Ho già perso il conto».
«Allora coprimi le spalle» gli ordinò Saturnino.
Il commilitone obbedì e Saturnino ne fu felice. Una volta tanto, era lui a dettare le regole del gioco.
Proseguì nel conteggio dei dragoni che passavano lì accanto, poi sentì un rumore che gli fece spezzare l’anima in due.
Si girò a guardare.
«Aristide, che succede?».
Per tutta risposta, Aristide stava prendendo la mira con il Charleville.
«Aristide, no!». Saturnino lasciò perdere il conteggio dei dragoni e gli fu addosso. Con una manata allontanò il moschetto dalla sua preda e il camerata esplose il colpo, che ovvio non colpì nessuno.
«Che ti salta in mente!» gli urlò in faccia Aristide.
«Non l’hai capito che non dobbiamo farci notare…». Ma un attimo dopo, Saturnino rimase di sasso: come un’ondata di marea, i dragoni stavano puntando su di loro. «Dobbiamo scappare».
«È certo». Aristide lo precedette nella fuga.
Saturnino vide che i dragoni ridevano, forse pensavano di averli già nella rete, ma lui allungò il Charleville e fece fuoco.
Il colpo abbatté uno dei dragoni, gli altri si fecero sempre più vicini.
Saturnino non aveva alcuna intenzione di essere affettato e seguì Aristide.
Aristide non era molto lontano, stava correndo nella campagna austriaca.
Saturnino stava per raggiungerlo, quando inciampò in una buca.
«Aristide, aspettami!» lo pregò.
Non seppe bene perché, ma il commilitone non gli diede ascolto. Non l’aveva sentito, l’aveva voluto ignorare apposta o cosa? Saturnino si pose quella domanda, ma poi lasciò perdere perché sentiva che dietro di sé i dragoni erano sempre più vicini, sempre più temibili.
Saturnino strinse il Charleville e si preparò a morire. Non vedeva da nessuna parte il modo di fuggire da quella situazione.
Uno dei cavalli finì per inciampare nel Charleville, ma Saturnino non esultò: era un solo, piccolo successo, e presto sarebbe morto.
Un dragone si fece sotto ma Saturnino trafisse la cavalcatura con la baionetta. Il destriero lanciò un nitrito sordo e finì per cadere a terra.
Forse…
Ma Saturnino non poteva coltivare alcuna speranza: era lì, da solo, ferito, i dragoni l’avrebbero massacrato.
Voglio morire sul serio? pensò.
A dire la verità no, ma non aveva più scampo. Al massimo poteva ostacolare i dragoni, ma non ancora a lungo.
Molto bene, si disse, allora gli rendo la vita difficile.
Alcuni dragoni smontarono di sella, altri girarono attorno, un paio soccorsero i commilitoni feriti.
«Coraggio, venite qua, non mordo mica: vi uccido soltanto». Saturnino si mise a ridere, ma un po’ se lo meritava: almeno prima di morire voleva prendere in giro i suoi carnefici.
I dragoni storsero le bocche, era evidente che non sopportavano che lui li trattasse in quella maniera, ma prima che potessero calare su di lui qualcuno li bloccò.
Saturnino allungò lo sguardo per capire chi fosse il suo salvatore, ma poi scosse la testa. Di male in peggio.
Il tenente feldmaresciallo gli venne incontro. «Ci si rivede, italiano».
«Hai ragione, austriaco».
Radetzky era più arrabbiato del solito. Diede un urlo e i dragoni disarmarono Saturnino dello Charleville. Poi, guardò verso Saturnino. «Tutto sommato a voi italiani vi considero degli scarafaggi». Prima che Saturnino potesse rispondere all’insulto, Radetzky completò:
«Da schiacciare».
Saturnino avrebbe voluto avere per le mani il Charleville per sparargli, trafiggerlo con la baionetta, massacrarlo, ma non poteva fare nulla.
Radetzky fece spallucce e si girò dicendo qualcosa in tedesco.
«All’inferno!» gli urlò contro Saturnino.
Forse Radetzky voleva scoppiare a ridere, ma semmai un colpo di moschetto lo fece tacere.
Tutti si girarono a guardare e da dietro una macchia di alberi venne fuori un gruppo di fantaccini in blu. A capo di quel gruppo c’erano Aristide, il sergente e il capitano Chevallier che dall’alto del suo cavallo agitava sciabola e shakò urlando:
«All’attacco, per la Francia e per l’Italia!».
«All’attacco!» risuonarono un centinaio di gole, poi la compagnia si lanciò contro i dragoni e Radetzky.
Il tenente feldmaresciallo era rimasto di sasso.
«Ma… ma… Allora era una trappola!».
Saturnino non ne sapeva niente. Si sentì sfruttato, come se fosse un pupazzo.
I fantaccini lambirono il gruppo di dragoni e Radetzky sguainò la sciabola, poi la puntò alla gola di Saturnino.
«Se fate un passo in avanti lo uccido».
Fecero lo stesso un passo in avanti, ma prima che Radetzky potesse ferire Saturnino, Saturnino lo prese per il polso e e lo disarmò.
Radetzky cacciò un urlo e Saturnino stava per strangolarlo, quando di lì passò Aristide e ci inciampò sopra.
«Aristide, sta’ attento!».
«Ma sei sempre in mezzo».
Approfittando del piccolo incidente, Radetzky scappò via. I dragoni lo seguirono.
«Catturatelo, catturatelo, è un ufficiale nemico!» si agitò Saturnino, ma fu fiato sprecato: Radetzky era già lontano e i fantaccini, colti di sorpresa, non fecero nulla se non che rimasero lì a fare confusione.
Saturnino si azzittì, non aveva più voglia di fare qualcosa.
«Complimenti, Patrizi, ce l’abbiamo fatta!».
Saturnino lo guardò con interesse.
«Ma… signor capitano, non abbiamo risolto nulla. Radetzky è scappato e…».
«Radetzky? Chi se ne frega di Radetzky» rise lui. «Eccolo il prigioniero che volevamo». Indicò verso un dragone.
«E chi sarebbe?».
«Un rampollo degli Asburgo. È…».
Saturnino non ascoltò il nome di quel tizio. Solo, si pentì di essersi offerto volontario per quella ricognizione.

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Chi lo ha scritto

Kenji Albani

Kenji Albani è nato il 13 novembre 1990 a Varese (è italiano, nonostante il nome giapponese). Nel 2008 il suo racconto “Visite dall’aldilà” è stato segnalato al concorso indetto dalla Giulio Perrone Editore. Nel 2018 si è diplomato sceneggiatore di fumetti alla Scuola del Fumetto di Milano, nel 2020 si è laureato in scienze della comunicazione all’Università degli Studi dell’Insubria e sempre nel 2020 è arrivato finalista al concorso “Pergamene stellari” indetto dall’associazione culturale Yavin4 con il racconto “Un dinosauro tra quanta confusione”. Dal 2018 pubblica ebook con Delos Digital tra i quali l’antologia da lui curata “Dark Graffiti” e il saggio sulla Guerra Iran-Iraq “La primissima guerra del Golfo”. Nella primavera del 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo, “1572”, con “L’Undicesimo Libro”. Solitamente pubblica racconti brevi su Wattpad, Inksection, Edizioni Open, L’Undici, Braku, IlMioLibro, L’Infernale, Racconticon e Writers Magazine Italia. Lavora come sceneggiatore di fumetti per Ilmiofumetto.it e articolista per Leggimela.

Perché non lasci qualcosa di scritto?

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *