Vita, imprese e morte di Hatshepsut, la più grande regina egizia

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

 

Hatshepsut come sfinge

Hatshepsut come sfinge

Donne e potere: nel corso dei millenni non sono state molte quelle che sono riuscite a raggiungere il gradino più alto della scala sociale. Nell’antico Egitto – dove per altro avevano un ruolo di tutto rispetto, beneficiando di uno status rarissimo nel mondo antico, possiamo contare su pochi nomi, spesso riferiti a importanti spose reali come la celeberrima Nefertiti, moglie di Amenofi IV, il faraone eretico più noto come Akhenaton. La parola faraone deriva dall’espressione antico- egiziana “Per-aa” che significa “Grande casa”, una forma rispettosa per evitare di chiamare il sovrano col nome proprio. La prima donna a detenere tale titolo fu Nefrusobek, ultima regina della XII dinastia che sedette sul trono per poco meno di quattro anni, e il cui nome significa “bellezza di Sobek”, il dio egizio con la testa di coccodrillo, connesso alla potenza militare, alla fertilità e alle acque. Dovettero passare altri secoli e altre dinastie per ritrovare una figura femminile sul trono d’Egitto: la celebre Hatshepsut di cui qualche anno fa si è individuata la mummia che si credeva perduta.

Senenmut e la principessa Neferure

Senenmut e la principessa Neferura

“La prima tra le nobili” – così era il significato del suo nome egizio – era nata nel 1508 a.C. figlia unica del re Thutmose I  e della moglie Ahmose, e come usava all’epoca a 15 anni si era sposata col fratellastro  Thutmose II diventando grande sposa reale e regine d’Egitto; fu un matrimonio breve, dal momento che dopo soli tre anni rimase vedova dopo aver partorito una bambina, Neferura.  La famiglia si completava con un figliastro – Thutmose III – che sarebbe diventato uno dei sovrani di maggior spicco del paese ma che all’epoca era ancora un bimbetto incapace di intendere e di volere. Da donna ambiziosa quale era Hatshepsut decise di assumere la reggenza e, aiutata probabilmente da un gruppo di funzionari leali scelti con cura, che controllavano tutte le posizioni chiave nel suo governo. Tra di loro Hapuseneb e Senenmut, il secondo dei quali rivestì una serie di importantissimi incarichi amministrativi, giudiziari, di tesoreria e sacerdotali, tutti riportati in inchiostro rosso e nero nella sua elegante cappella funeraria. Proveniente da una famiglia modesta, era comunque un uomo di notevole cultura e un profondo conoscitore dell’astronomia. Diventato precettore della piccola Neferura, non si sposò mai (un’eccezione per un egiziano) cosa che ha fatto presupporre che tra lui e Hatshepsut ci fosse stata una liaison sentimentale.

Statua del dio Amon

Statua del dio Amon

Non bisogna mai fidarsi delle immagini e dei testi che hanno lasciato di sé stessi i faraoni egiziani, che spesso si raffiguravano come vincitori di battaglie mai combattute: così la regina si inventò una nascita divina addirittura proclamandosi figlia e moglie del dio Amon, l’antico dio dalla pelle azzurra che era diventato col tempo il capo di tutto il pantheon egizio. Amon era appunto apparso a sua madre incarnandosi nel marito, riempiendo la stanza di intenso profumo divino e possedendola. Ma le “invenzioni” della regina non finivano qui: essa collegava la sua ascesa alla sconfitta degli Hyksos, un popolo di etnia cananea che aveva invaso il paese circa ottant’anni prima grazie alla loro superiorità militare e che gli egizi consideravano odiati tiranni, scacciati alla fine dal faraone Ahmose; distorcendo la storia Hatshepsut si intestò la vittoria sui nemici affermando: “Ho restaurato ciò che era distrutto. Ho sollevato ciò che era stato spezzato, quando gli Asiatici arrivarono ad Avaris, nel Delta, quando i nomadi tra loro stavano rovesciando ciò che era stato fatto. Essi governarono senza il dio Ra e non agirono per decreto divino fino al tempo del mio Regno”. Era un sistema che serviva a difenderla dai detrattori e a dimostrare la sua legittima aspirazione al trono. 

La regina Ati, nel bassorilievo della spedizione a Punt

La regina nana Ati, nel bassorilievo della spedizione a Punt

Nel settimo anno di reggenza Hatshepsut raggiunse lo scopo finale della sua ascesa al potere: si fece incoronare faraone d’Egitto assumendone tutti i titoli e i nomi reali, facendosi raffigurare come un maschio, praticamente senza seno, con abiti virili, la tipica barba finta legata sul mento e ordinando perfino di ritoccare alcuni rilievi. Avrebbe regnato per 22 anni e sarebbe stata una grande sovrana. La politica estera di Hatshepsut fu sostanzialmente passiva. L’Egitto non aveva né avrebbe mai avuto mire espansionistiche, ma mirava sostanzialmente a difendere il proprio territorio creando zone cuscinetto in particolar modo dopo l’invasione degli Hyksos. Negli stati occupati, la Nubia, la Palestina, la Libia la Siria, non erano stati esautorati i re locali ma si erano insediati governatori egiziani allo scopo di esigere tributi e allacciare rapporti commerciali che avrebbero arricchito il paese. La più importante spedizione di Hatshepsut fu quella inviata durante il suo nono anno di regno nelle terra di Punt – probabilmente l’odierna Eritrea – largamente illustrata nel tempio che fece costruire a Deir el-Bahri sulla riva occidentale del Nilo. Cinque navi lunghe 21 metri con 210 uomini tra marinai e rematori riportarono in patria oro, ebano, pelli di leopardo, zanne di elefante, giraffe, babbuini, varie specie di uccelli e alberi di incenso e mirra completi di radici che furono poi trapiantati nei giardini dei templi. La mirra è una gommaresina aromatica utilizzata nell’imbalsamazione; costituiva inoltre uno dei componenti del kyphi, un intenso profumo composto da più di 60 essenze e che aveva lo scopo di conciliare il sonno e procurare bei sogni, nonché favorire le prestazioni sessuali. Gli egiziani abbienti lo applicavano sui capelli e se lo spalmavano perfino sugli organi sessuali.

Pianta di mirra

Pianta di mirra

Come capita spesso ai grandi sovrani Hatshepsut volle rendersi eterna anche per i suoi progetti edilizi che davano gloria al suo nome, onoravano gli dei e davano lavoro agli operai che – è bene ricordarlo – ricevevano un salario per queste fatiche e non erano certo tenuti in schiavitù come sembra suggerire Erodoto nelle sue “Storie”. L’opera più imponente è certamente il tempio funerario di Deir el Bahari chiamato anche “Santo tra i Santi”, una scenografica struttura a terrazze che si appoggiano sulla roccia a strapiombo realizzata dall’architetto Senenmut ; ci sono poi alcuni interventi all’interno del tempio di Karnak, come due obelischi gemelli, uno dei quali ancora in piedi, e la cosiddetta “Cappella rossa” che doveva contenere una barca sacra di Amon; probabilmente ordinato dalla regina è l’obelisco incompiuto di Assuan che doveva raggiungere i 42 metri di altezza ma che si crepò mentre si tentava di estrarlo dalla roccia.

La statua di Hatshepsut in frammenti

La statua di Hatshepsut in frammenti

Gli ultimi anni di Hatshepsut non furono felici: le morì la figlia Neferura che col tempo era diventata una preziosa consigliera, mentre il figliastro Thutmose III – che le sarebbe succeduto – cercò di arrogarsi i meriti di una campagna militare per conquistare Gaza, retrodatando il suo regno alla morte del padre mentre i successi di Hatshepsut come faraone furono attribuiti a lui. Doveva averla odiata parecchio, perché si deve a lui la campagna di damnatio memoriae del nome e delle immagini della regina che illustravano il suo regno. A causa del nuovo faraone Hatshepsut fu ignorata dalla storia per parecchio tempo: nel 1927 Herbert Winlock, un archeologo del Metropolitan Museum, aveva scoperto a Deir el Bahri, una fossa che conteneva i segni della distruzione brutale di una sua statua che, ricomposta e restaurata, permise di ammirare nuovamente la bellezza e delicatezza del viso e del corpo della sovrana o per lo meno della sua immagine certamente idealizzata.

La statua dopo il restauro

La statua dopo il restauro

Hatshepsut fu sepolta in una tomba modesta e anonima, oggi conosciuta con la sigla KV20, che sta per Kings Valley 20, ma in seguito il suo corpo fu spostato in altro luogo per proteggerlo dalle razzie dei saccheggiatori avvenute verso la fine del Nuovo Regno, lasciando vuoto l’originario sarcofago in quarzite gialla. La mummia – che tra l’altro era priva di gioielli, amuleti o altri elementi identificativi – fu lasciata a giacere sul pavimento di una tomba minore. Dobbiamo a Zahi Hawass, segretario generale del Consiglio supremo per le antichità egizie, l’intuizione che lo portò nel 2007 a riconoscere il cadavere scomparso: all’interno di una cassetta di legno col cartiglio della sovrana fu ritrovato oltre a un fegato imbalsamato, un molare senza radice che corrispondeva esattamente a un dente mancante di un’anonima mummia femminile. Era il corpo di una donna obesa di mezza età in piena menopausa, per di più quasi calva e barbuta. Aveva pure i denti cariati, soffriva di diabete, e ancor peggio era divorata da un tumore alle ossa già in fase di metastasi, forse causato da una pomata contenente sostanze cancerogene. Una ben triste fine per una regina del suo calibro.

Fonti:

https://egittolizzando.altervista.org/hatshepsut-la-prima-grande-donna-della-storia/ https://www.wikiwand.com/it/Hatshepsut https://www.worldhistory.org/trans/it/1-743/hatshepsut/ https://www.corriere.it/Primo_Piano/Scienze_e_Tecnologie/2007/07_Luglio/08/mummia_burchia.shtml https://www.archeome.it/antico-egitto-senenmut-lombra-della-regina/ http://web.tiscali.it/Hatshepsut/punt.htm    

Ritratto della regina con la barba finta, insegna del potere

Ritratto della regina con la barba finta, insegna del potere

 

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Perché non lasci qualcosa di scritto?

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *