Moschetto e shakò – In trappola

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La compagnia si fermò.
In mezzo alla polvere sollevata dal passaggio di stivali e cavalli, Saturnino cercò di vedere bene cosa stesse succedendo.
Davanti a lui c’erano un bastione di granatieri austriaci. Fece un sospiro, li avrebbe affrontati di lì a poco.
Prima che Chevallier ordinasse di mettersi su tre file e che i fantaccini iniziassero le venticinque mosse, Saturnino sentì il suolo tremare.
Saturnino non voleva distrarsi da quel che aveva di fronte, però quando vide con la coda dell’occhio dei movimenti alla sua destra, non poté che guardare cosa stava succedendo.
Corazzieri.
Le corazze, gli elmi con i lunghi crini, i pantaloni bianchi e le giubbe blu, ma anche le sciabole sguainate. Sotto il tricolore francese, i corazzieri caricarono gli austriaci.
Forse, si ridurrà tutto a uno spettacolo di sangue e poi la compagnia occuperà la posizione, pensò Saturnino.
Dalla visuale che si poteva concedere vide i cavalieri schiantarsi contro i granatieri e poi volteggiare le sciabole.
Le sciabole si colorarono di rosso, i cavalli pesanti stritolarono i fanti e la linea austriaca cercò di resistere.
Dopo alcuni minuti, era evidente che i granatieri stavano iniziando ad arretrare. Colbacco dopo colbacco, i nemici lasciarono indietro i morti e i feriti che, senza distinzione, venivano stritolati dagli zoccoli dei cavalli.
Più soddisfatto, il maggiore dello squadrone si agitò e il trombettiere suonò la ritirata.
Era chiaro che i corazzieri avevano aperto un varco che sempre più si stava allargando nello schieramento austriaco.
I cavalieri pesanti si ritirarono e Chevallier ordinò:
«In avanti».
La compagnia prese il posto dei corazzieri e si incuneò tra le forze austriache.
Poco a poco, i fanti nemici stavano scappando, ma quando un loro ufficiale vide che al posto dei corazzieri adesso c’erano i fantaccini, sembrò tirare un sospiro di sollievo.
La compagnia era in colonna, ma Saturnino si accorse che qualcosa stava cambiando.
I granatieri nemici lanciarono delle urla, poi si diressero su di loro.
A Saturnino sembrò di essere finito in un intrico di rovi, solo che al posto dei pungiglioni vegetali adesso c’erano le baionette, e quelle non scherzavano.
«State pronti! In quadrato» concluse Chevallier.
Un quadrato a livello di compagnia non si era mai fatto, pensò Saturnino, ma obbedirono tutti.
Formarono il quadrato, ma ora gli austriaci avevano chiuso la trappola su di loro.
Saturnino strinse i denti: non doveva accadere nulla di simile. Forse gli ufficiali avevano fatto male calcoli e previsioni, non si erano aspettati una così pronta reazione da parte austriaca.
Ma adesso, dovevano resistere, anche reagire.
I granatieri li circondarono, sembrava non esserci scampo, ma Chevallier chiamò:
«Patrizi, Alzati, a me!».
Saturnino si chiese il perché di quell’ordine, ma obbedì assieme ad Aristide.
Gli furono accanto e Chevallier, che aveva smontato di sella, scosse il capo.
«La situazione è critica. Voglio che voi due usciate dal quadrato e andiate a chiedere soccorso. Se non lo fate in fretta, gli austriaci ci stritolano».
«Sarà fatto» disse Aristide.
«Bene, Alzati».
Saturnino invece aveva dei dubbi.
«Ma signor capitano, perché proprio noi due?».
Chevallier sembrò forzarsi a essere paziente.
«Per il fatto che voi due siete quelli con più esperienza. Combattete al mio fianco sin dal momento di quel piccolo assedio… E ora andate».
Saturnino annuì.
Un attimo dopo, scappò con Aristide fuori dal quadrato.
I fantaccini li fecero passare, ma i granatieri non erano della stessa idea.
Erano dei tali giganti, e i colbacchi in pelliccia di orso li facevano sembrare dei mostri.
Saturnino si chiese se quella guerra sarebbe stata il suo ultimo conflitto. Forse non avrebbe mai più visto Varese… E dire che si voleva sposare.
«Coprite Patrizi e Alzati» si udì la voce di Chevallier.
I fantaccini obbedirono e spararono un istante dopo che loro due si erano gettati a terra.
Le pallottole crivellarono di colpi gli austriaci, molti moschetti si afflosciarono sul terreno assieme a corpi e colbacchi, nell’aria si diffuse il fumo degli spari.
«Andiamo, coraggio». Aristide stava per andare, ma Saturnino lo bloccò.
«Aspettiamo la reazione dei granatieri…».
«Ma no!».
Lo trattenne e allora i fanti nemici aprirono il fuoco.
I proiettili austriaci decimarono gli uomini in blu, ma poi dovettero apprestarsi alle loro venticinque mosse.
«Ora!».
«Sì» convenne Aristide.
Insieme, corsero fino agli austriaci.
C’era molta confusione: gli austriaci tossivano, sputavano, urlavano. Intanto cercavano di prepararsi a una nuova controffensiva francese.
Saturnino gli fu addosso con Aristide. Oltre di loro, c’era uno spazio libero.
Saturnino era deciso a non fare nulla, se non correre via dalla trappola, ma Aristide non smentì la sua fama: con la baionetta trafisse un granatiere.
L’urlo dell’austriaco segnalò la loro presenza.
«Perché l’hai fatto!». Saturnino era furente.
Prima che Aristide potesse rispondere, due granatieri li assalirono cercando di arpionarli con le baionette.
Saturnino li accolse con il Charleville stretto a due mani a mo’ di scudo, poi li respinse ferendone uno con la baionetta.
Aristide gli diede manforte e quei due non fecero più un passo in avanti.
Meglio così.
Corsero lontano dalla battaglia e Saturnino teneva la schiena china: aveva il timore che qualche pallottola lo colpisse.
Poco distante, c’era lo squadrone di corazzieri.
Saturnino si inumidì le labbra per chiamare il maggiore, ma Aristide lo precedette:
«Signor maggiore, c’è bisogno di voi. La nostra compagnia…».
Il comandante dei corazzieri cavalcò loro incontro, ma prima che Aristide potesse concludere annuì.
«Corazzieri, carica!».
I due dovettero allontanarsi per non essere travolti dall’ondata di piena di carne e metallo.
I cavalieri pesanti si schiantarono sui granatieri, agitarono le sciabole e aprirono un secondo varco. Gli austriaci erano stati colti di sorpresa, era evidente, e cedettero il passo.
Quando la compagnia di fantaccini uscì dalla trappola, Chevallier andò incontro al maggiore dei corazzieri.
«Grazie, grazie. Senza di voi, saremmo morti…».
Il comandante di cavalleria era altero, invece Aristide era allibito, ma Saturnino non disse nulla.

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Chi lo ha scritto

Kenji Albani

Kenji Albani è nato il 13 novembre 1990 a Varese (è italiano, nonostante il nome giapponese). Nel 2008 il suo racconto “Visite dall’aldilà” è stato segnalato al concorso indetto dalla Giulio Perrone Editore. Nel 2018 si è diplomato sceneggiatore di fumetti alla Scuola del Fumetto di Milano, nel 2020 si è laureato in scienze della comunicazione all’Università degli Studi dell’Insubria e sempre nel 2020 è arrivato finalista al concorso “Pergamene stellari” indetto dall’associazione culturale Yavin4 con il racconto “Un dinosauro tra quanta confusione”. Dal 2018 pubblica ebook con Delos Digital tra i quali l’antologia da lui curata “Dark Graffiti” e il saggio sulla Guerra Iran-Iraq “La primissima guerra del Golfo”. Nella primavera del 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo, “1572”, con “L’Undicesimo Libro”. Solitamente pubblica racconti brevi su Wattpad, Inksection, Edizioni Open, L’Undici, Braku, IlMioLibro, L’Infernale, Racconticon e Writers Magazine Italia. Lavora come sceneggiatore di fumetti per Ilmiofumetto.it e articolista per Leggimela.

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