Moschetto e shakò – Gli amici dragoni

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In fondo gli piacevano le divise dei dragoni.
Saturnino, mentre marciava, scrutava le divise dei commilitoni con quel nome così… bizzarro.
Dragoni.
Ma non erano i dragoni a cavallo, come quelli “dell’Imperatrice” con il casco leopardato e la giacca verde, bensì quelli a piedi.
Erano truppe d’élite.
Saturnino si sentì un po’ uno sciocco. Lui era un semplice fantaccino, per di più neppure francese ma italiano.
Si era fatto una lunga marcia da Varese a Parigi e da Parigi all’impero Asburgico, non amava essere di meno degli altri, ma non poté non notare che i dragoni erano più forti, meglio addestrati.
Sospirò, poi tossì per la polvere sollevata dalle centinaia di scarpe chiodate. Si fece forza e continuò con la marcia.
In testa alla colonna c’era il capitano Chevallier, un ottimo elemento. Era a cavallo e scrutava con risoluzione l’orizzonte delle campagne austriache… anche se poi non c’era mai fine a quella guerra.
Dopo c’era il sergente, che era sempre rosso in faccia, vuoi per un motivo che per un altro. Saturnino era contento pure di lui: un vero sergente.
Accanto a Saturnino c’era Aristide Alzati, commilitone e compaesano. Avevano lasciato tutti e due Varese che erano dei teppisti, adesso erano dei veri soldati della Grande Armata.
O erano dei mercenari?
Era vero che il Regno d’Italia aveva fornito le proprie truppe alla Guerra della Quinta Coalizione, ma molti italiani si erano arruolati nell’esercito napoleonico e nessuno diceva nulla. Bastava solo che sapessero il francese.
La colonna proseguì la marcia e dopo essere scorsa per una curva del sentiero, accanto a delle colline, Chevallier gridò:
«Gli austriaci, ci sono gli austriaci!».
Il sergente diede gli ordini e la compagnia andò a costituire uno schieramento di tre linee. Come sempre, Saturnino era in prima fila. Attese gli ordini, poi il sergente urlò:
«Prepararsi al fuoco» furono le parole magiche perché tutti iniziassero le venticinque mosse.
Una volta completata l’intera trafila, Saturnino spianò il Charleville.
Davanti a lui, cinquanta metri più in là, c’erano i granatieri austriaci. Anche loro avevano ricevuto l’ordine di caricare.
I due schieramenti si fissarono in cagnesco, ma furono i granatieri a fare fuoco per primi.
Una bordata di pallottole andò a colpire i fantaccini e il commilitone a destra di Saturnino fu ferito. Alla gola, a giudicare dagli schizzi di sangue.
Saturnino si fece coraggio.
I granatieri risero, poi lanciarono un urlo di guerra e caricarono la compagnia di Saturnino.
Saturnino prese la mira e, al fatidico ordine – «Fuoco!» – tirò il grilletto.
C’era molto fumo, non capì bene se aveva colpito uno dei granatieri, ma lasciò perdere: adesso doveva essere pronto al corpo a corpo.
Quando i granatieri gli furono addosso, emise un verso terrorizzato.
Ne aveva davanti tre, e sembravano dei giganti: i colbacchi in pelliccia d’orso, le alte stature con i baffi che li facevano sembrare degli orchi, erano spaventosi.
Saturnino si difese con la baionetta. Ne trafisse uno fino a dilaniarlo e fargli uscire le interiora, ma gli altri due tentarono ancora di eliminarlo.
Suo malgrado, fece un passo indietro.
Per un attimo temette che fosse l’unico a volersi ritirare, ma si accorse che anche gli altri avevano fatto la stessa cosa. Persino Aristide, che era sempre stato il più temprato dalla guerra, sembrava sul punto di cedere.
A Saturnino non faceva piacere: l’idea che dovessero scappare tutti sarebbe stata ignominiosa.
Strinse i denti per la paura, si impose di essere più bellicoso, pronto a ogni cosa gli si potesse parare davanti, ma quando colse che l’intera compagnia era sul punto di ripiegare, capì che non c’era nulla da salvare.
Saturnino fuggì con tutti gli altri fantaccini e si vergognò al sentire i granatieri ridere e urlare degli insulti, che forse suonavano come:
«Italiani vigliacchi».
L’intera compagnia si spostò come un’ondata di marea, ma quando Saturnino vide i dragoni, si sentì in profondo imbarazzo. Che razza di figura…
I dragoni notarono cos’era successo e si organizzarono in fretta. Urlavano:
«Arrivano gli austriaci, stanno arrivando!».
Dopo aver afferrato i Charleville ed essersi sistemati i caschi con i lunghi crini, corsero nella direzione opposta da cui era venuta la compagnia di Saturnino.
Negli attimi seguenti, i dragoni affrontarono i granatieri fermandoli e poi contrastandoli. Sembrava fossero così bravi che li potevano persino respingere fino a Vienna – e allora sì che la guerra sarebbe finita.
Aristide si gettò a sedere accanto a un albero, lì dove i dragoni si erano accampati.
«Che brutto…».
«Hai ragione». Saturnino fece spallucce. «Io pensavo che ce l’avremmo fatta, e invece!».
Il sergente passò di lì che sembrava nel panico.
«Ci dobbiamo vergognare tutti. Ci hanno aiutato i dragoni, da soli non siamo stati capaci di difenderci».
Tutti fecero spallucce e si rincorsero dei versi di scoramento.
Saturnino guardò verso i dragoni, i quali si confondevano con le colline e il fumo degli spari.
Per un attimo ci pensò su, poi scosse la testa con energia.
«No, invece, non mi piace. Io voglio… noi vogliamo… dobbiamo far vedere a tutti chi siamo! Anche ai nostri amici dragoni».
Prima che qualcuno lo potesse fermare, si dedicò alle venticinque mosse del Charleville.
«Ma cosa…?». Intorno, tutti erano stupiti.
Una volta che Saturnino ebbe concluso, agitò il Charleville come se fosse un vessillo, il vessillo della nazione italiana.
«Muoviamoci, amici, facciamogliela vedere».
Allora si mise a correre in direzione dello scontro, dapprima da solo, poi vennero tutti gli altri che urlarono delle grida di guerra.
Quando Saturnino fu nei pressi del piccolo scontro, vide che gli amici dragoni erano in difficoltà. Nonostante fossero partiti bene, sembravano sul punto di mollare tutto.
Saturnino si infilò nella battaglia e trafisse allo stomaco un granatiere.
Gli altri granatieri lo fissarono arcigni, poi risero, ma quando intorno a Saturnino si radunarono gli altri fantaccini, capirono che non c’era niente da scherzare.
I fantaccini, con i dragoni, si fecero sotto e intersecarono e intrecciarono le baionette con gli austriaci finché questi ultimi non si ritirarono.
Rimase il campo di battaglia con i morti e i feriti, e i dragoni dissero:
«I nostri amici fantaccini, i nostri amici italiani…».
Saturnino era felice.

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Chi lo ha scritto

Kenji Albani

Kenji Albani è nato il 13 novembre 1990 a Varese (è italiano, nonostante il nome giapponese). Nel 2008 il suo racconto “Visite dall’aldilà” è stato segnalato al concorso indetto dalla Giulio Perrone Editore. Nel 2018 si è diplomato sceneggiatore di fumetti alla Scuola del Fumetto di Milano, nel 2020 si è laureato in scienze della comunicazione all’Università degli Studi dell’Insubria e sempre nel 2020 è arrivato finalista al concorso “Pergamene stellari” indetto dall’associazione culturale Yavin4 con il racconto “Un dinosauro tra quanta confusione”. Dal 2018 pubblica ebook con Delos Digital tra i quali l’antologia da lui curata “Dark Graffiti” e il saggio sulla Guerra Iran-Iraq “La primissima guerra del Golfo”. Nella primavera del 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo, “1572”, con “L’Undicesimo Libro”. Solitamente pubblica racconti brevi su Wattpad, Inksection, Edizioni Open, L’Undici, Braku, IlMioLibro, L’Infernale, Racconticon e Writers Magazine Italia. Lavora come sceneggiatore di fumetti per Ilmiofumetto.it e articolista per Leggimela.

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