Moschetto e shakò – Le barricate

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La compagnia arrivò in città.
A Saturnino ricordò Varese, ma non poteva essere la sua cittadina, era soltanto una città qualunque, persa nella periferia dell’Impero Asburgico.
Saturnino adesso aveva voglia di riposare.
Al suono dei tamburi, la compagnia sfilò per le strade della città e Saturnino notò che gli abitanti, tutti dei borghesi dall’aspetto imbolsito, li fissavano in tralice.
Non ci badò.
La compagnia arrivò in piazza e una volta lì tutti si disposero in attesa del discorso del comandante e poi lo sciogliete le righe.
Sarebbe stato semplice, bastava pazientare qualche minuto.
Il capitano si fece avanti a cavallo e di fronte al consesso dell’intera compagnia si schiarì la voce e poi iniziò a dire:
«Soldati, fantaccini, uomini della Grande Armata, io…».
Non concluse che un sasso quasi lo colpì in faccia.
Tutti si guardarono attorno, sbalorditi. Chi osava fare del male al capitano?
Alcuni monelli si fecero avanti e lanciarono altre pietre contro il capitano, il cavallo nitrì, l’ufficiale sguainò la sciabola…
Il sergente, rosso in faccia più per la preoccupazione che per la rabbia, gridò rivolto alla truppa:
«Venite subito qua!».
Saturnino era in prima fila, si fece avanti per dare una mano d’aiuto con Aristide e gli altri commilitoni.
I monelli, vedendo la reazione degli uomini in blu, risero e continuarono a lanciare pietre senza temere le baionette né che un qualche Charleville sparasse un colpo.
Prima che il sergente potesse decidere una contromisura, la piazza fu percorsa da delle urla.
Saturnino si girò a guardare e vide che dei borghesi avevano strappato l’aquila del reggimento al portavessillo e la stavano portando via.
Non era possibile. L’aquila imperiale era stata assegnata alla compagnia per motivi di prestigio, perderla sarebbe stata fonte di disonore e ignominia.
Pure il capitano si accorse della disgrazia e si agitò.
«Recuperatela, vi dico, recuperatela!».
I monelli continuarono a lanciare sassi e ad Aristide partì un colpo. I monelli sobbalzarono e fuggirono ridendo.
Adesso la compagnia era in subbuglio, gli ufficiali cercarono di coordinare i fantaccini, ma poi da una via laterale arrivarono degli spari: altri borghesi locali che, armati di tromboni da caccia, stavano scatenando la loro rabbia.
Saturnino aveva già affrontato fenomeni di rivolta civile in quella guerra, ma non da parte di borghesi dall’aspetto pacioso, di come se fossero viziati dai privilegi del vivere in città.
A tutto c’è una prima volta, pensò.
Gli ufficiali gridarono:
«Raggruppatevi, state uniti!».
Saturnino si unì ad Aristide, allora si sistemarono e poi si diressero contro i borghesi che cercarono di respingerli, ma un gruppo di Charleville maneggiati da soldati esperti era meglio di un bel gruppo di tromboni imbracciati da civili furiosi ma inesperti.
Bastarono le baionette e una scarica di moschetteria che i civili arretrarono, qualcuno ferito e qualcun altro che zoppicava.
La compagnia scorse per la via, ma dalle finestre donne e bambini lanciarono oggetti di ogni genere: Saturnino trovò doloroso più che mai essere colpito da una forchetta.
Dopo che un commilitone ebbe esploso un colpo che uccise una casalinga, la quale si afflosciò dalla finestra, i civili si spaventarono e chiusero le finestre.
Continuarono la marcia e mentre Chevallier gridava furibondo, Saturnino si bloccò.
«Oh, no!».
Davanti a lui, si parava una barricata: i borghesi austriaci avevano tutta l’idea di rendere la vita difficile ai fantaccini italiani, forse li vedevano come invasori, ma Saturnino ne era indispettito: erano gli austriaci che avevano occupato a lungo il nord Italia, adesso erano loro ad assaggiare un po’ l’occupazione straniera.
Il capitano Chevallier non si perse d’animo.
«In colonna, uomini!».
Da che erano in formazione di marcia, si riunirono in una colonna larga tre uomini.
Saturnino era sempre in prima fila.
«Muoversi, all’attacco!» gridò il capitano.
Saturnino caricò la barricata con la baionetta. Si arrampicò su quell’ammasso di mobili e assi, in cima vide una ragazza che si agitava come un gatto: aveva con sé un coltello.
Saturnino spinse in avanti la baionetta e la trafisse al costato. La ragazza sputò sangue e si afflosciò, lo spettacolo fece ammutolire i rivoltosi intorno e poi scoppiò un gran baccano: i ribelli diventarono dei diavoli rabbiosi.
Saturnino si difese, uccise e ferì, mentre la colonna si allargava come un fiore e i fantaccini sterminarono i ribelli che avevano osato ribellarsi al dominio napoleonico.
Adesso la barricata era stata presa, ma dopo ce n’era un’altra ancora.
Saturnino bevve dalla borraccia.
Così le cose andranno per le lunghe, pensò.
Fosse stato lui il capitano, avrebbe rivalutato se una sola compagnia fosse bastata per quell’impresa.
Ma c’era da ricordarsi dell’onta del furto dell’aquila imperiale: il suo capitano avrebbe preferito morire più che far diffondere la voce che non era stato capace di custodirla.
«All’attacco!» strepitò l’ufficiale.
Si riunirono di nuovo in colonna e caricarono la barricata, la quale stavolta sembrava fosse più imponente e massiccia di quella prima.
Saturnino la scalò e, ignorando la pentola che gli avevano lanciato in faccia, trafisse al torace un arzillo sessantenne per poi guardarsi attorno.
Adesso sembrava che nessuno temesse di essere dilaniato dalla sua baionetta, tutti erano decisi a combattere gli italiani al servizio dell’Imperatore dei francesi.
Saturnino digrignò i denti. Era tutta una questione di morte e onore… ma il suo onore e la loro morte.
I fantaccini si fecero tutti avanti e massacrarono i borghesi, ma poi uno di questi ultimi diede fuoco alla barricata e subito una cortina di fiamme spezzò in due la compagnia.
Saturnino era con Chevallier, il resto della compagnia restava dietro la murata con il sergente.
«Le cose stanno peggiorando…».
«Hai ragione, Aristide, ma è un nostro dovere farcela… o vuoi morire?».
«No, Saturnino, ovvio che no».
«E allora…».
Continuarono la loro marcia, seppur in pochi, e nella terza barricata Saturnino vide che i borghesi agitavano l’aquila imperiale come un trofeo, ma anche come se li volessero provocare.
Riuscirono nel loro intento.
Gli uomini in blu corsero incontro alla barricata e Saturnino si avvicinò all’aquila, cercò di recuperarla, ma Aristide lo precedette e la prese, poi un colpo di trombone lo abbatté su quel mobile parte della barricata.
«No!» gridò Saturnino, poi aggiunse di nuovo: «No…».
Si avvicinò al corpo mentre il capitano afferrava l’aquila e l’agitava.
«Ce l’abbiamo fatta, evviva!» diceva l’ufficiale.
«Aristide è morto, però…».
«Peccato».
Saturnino rimase di sasso. «Ma…».
Aristide era pieno di tagli, ma vivo. «Volevo vedere se il capitano si sarebbe preoccupato di me, e invece…».
«Va’ al diavolo!» gli diede uno spintone.
Aristide rise.

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Chi lo ha scritto

Kenji Albani

Kenji Albani è nato il 13 novembre 1990 a Varese (è italiano, nonostante il nome giapponese). Nel 2008 il suo racconto “Visite dall’aldilà” è stato segnalato al concorso indetto dalla Giulio Perrone Editore. Nel 2018 si è diplomato sceneggiatore di fumetti alla Scuola del Fumetto di Milano, nel 2020 si è laureato in scienze della comunicazione all’Università degli Studi dell’Insubria e sempre nel 2020 è arrivato finalista al concorso “Pergamene stellari” indetto dall’associazione culturale Yavin4 con il racconto “Un dinosauro tra quanta confusione”. Dal 2018 pubblica ebook con Delos Digital tra i quali l’antologia da lui curata “Dark Graffiti” e il saggio sulla Guerra Iran-Iraq “La primissima guerra del Golfo”. Nella primavera del 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo, “1572”, con “L’Undicesimo Libro”. Solitamente pubblica racconti brevi su Wattpad, Inksection, Edizioni Open, L’Undici, Braku, IlMioLibro, L’Infernale, Racconticon e Writers Magazine Italia. Lavora come sceneggiatore di fumetti per Ilmiofumetto.it e articolista per Leggimela.

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