Moschetto e shakò – Il consigliere

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«Perquisisci lì, tu invece di là».
I fantaccini scattarono, obbedirono.
Saturnino era accanto ad Aristide.
«Non so…».
Aristide si mise a ridere.
«Cosa c’è, Saturnino, inizi ad avere dei dubbi?».
Stavano riducendo in pezzi l’abitazione di una famiglia di contadini.
«Non pensi che sia… ingiusto?».
«”Ingiusto”? Perché?». Il commilitone lo guardò con interesse, aveva appena smesso di perquisire la casupola.
«Andiamo, Aristide, siamo qui in Austria da tanto tempo e la guerra non accenna a finire. Io…».
«Senti la nostalgia di Varese?».
«Non proprio». La verità era che Saturnino non voleva continuare a parlare con lui, aveva già detto troppo. Arrossì per l’imbarazzo.
Aristide stava per dire qualcosa, di sicuro lo voleva deridere, ma poi si bloccò.
«E quello?».
Saturnino si girò a guardare e rimase a bocca spalancata.
«Chi è?».
Aristide non gli diede più retta.
«Sergente! Ehi, sergente!».
Come al solito rosso in faccia – forse quel giorno più per gli sforzi di urlare che altro – il sergente accorse.
«Cosa c’è, Alzati?».
Saturnino non ascoltò la risposta di Aristide. Tenne stretto il Charleville, la baionetta inastata, e teneva immobile l’uomo che gli si era parato davanti.
«Sta’ fermo».
L’uomo iniziò a parlare in una lingua che Saturnino non riconobbe, poi vedendo che Saturnino non lo capiva, si leccò le labbra.
«Sei italiano?».
«Io…».
«Siete italiani?» continuò.
Poco più in là, Aristide parlava a voce alta con il sergente.
L’uomo fece un sorriso.
«Sì, siete italiani».
«Questo non è importante. Tu chi sei?».
Indossava abiti da civile, ma si vedeva che non c’era abituato, più che altro sembrava preferisse indossare un’uniforme. Fissava Saturnino con invidia.
«Il mio nome non è importante. Sono qua per una missione per conto del tuo re».
«Il mio re? Ma non sei italiano».
«Intendo l’Imperatore dei francesi».
«Però non sei francese» osservò.
Prima che l’uomo potesse ribattere, Aristide rientrò in scena con il sergente.
«Stavi facendo amicizia con il nemico, Saturnino?» rise.
«No, semmai…».
Il sergente non lo lasciò concludere:
«Arrestatelo, è una spia».
Aristide scattò all’istante, Saturnino invece obbedì dopo un attimo di esitazione.
Presero l’uomo e lo portarono via mentre il sergente riprendeva a sbraitare.
Uscirono dal villaggio e raggiunsero il punto di comando.
Il capitano Chevallier stava chiacchierando con i suoi ufficiali, poi si accorse di loro tre.
Saturnino stava per spiegargli cos’era successo, ma Chevallier lo precedette:
«Eccolo. Bene, sono contento».
Pure Aristide stava per dire qualcosa, ma invece tacque e sorrise.
«L’abbiamo catturato noi due. L’ho visto io, poi Saturnino l’ha tenuto fermo e…».
«Bravi ragazzi. Adesso potete andare via, a lui ci penso io».
Aristide si mise sull’attenti.
«Comandi, signor capitano».
Saturnino lo imitò, poi tutti e due andarono via.
Saturnino si girò un attimo a guardare il tizio che avevano arrestato, e si accorse che questi lo stava guardando. Stava anche sillabando delle parole, prima in una qualche lingua sconosciuta, poi in italiano:
«A-iu-to» capì Saturnino dai labiali.
«Aristide, ma…».
«Cosa c’è? Altri dubbi esistenziali?». Era divertito.
«No, affatto. Siamo sicuri di aver fatto la cosa giusta?».
Scacciò quelle parole con un gesto della mano.
«Sempre i soliti dubbi. Mi domando se…».
Saturnino non lo ascoltò. Si mise a riflettere.

«Avete finito? Bene, prepariamoci per la marcia». Il sergente sembrava un cane pastore.
Saturnino si mise in spalla lo zaino, poi si unì al resto della compagnia.
Il reparto lasciò il villaggio, a guidare la truppa ci pensava il sergente.
Qualcuno bisbigliò interrogativo:
«Ma il capitano…?».
Il sergente si comportò proprio come un cane pastore.
«Ha altro a cui pensare e ora in silenzio, che si deve marciare».
I soldati si irrigidirono.
Saturnino cercò di allontanare le domande che lo perseguitavano, pensava che nulla avesse senso, poi udì un urlo.
Tutti gli uomini in blu si girarono a guardare e videro un uomo – era l’uomo – che stava correndo nella loro direzione.
«Cosa gli è successo?» sbottò Saturnino.
Anche gli altri fantaccini intorno si fecero la stessa domanda.
Il sergente sembrava preoccupato.
«Nulla. Riprendete a marciare».
L’uomo arrivò ai piedi di Saturnino.
«Aiutami, ti prego…».
Era chiaro che aveva appena subito delle torture.
Saturnino non riuscì a trattenersi.
«Quest’uomo è stato appena seviziato!».
«Saturnino…» lo pregò il sergente.
«No che non le do retta, l’Imperatore l’ha sempre detto: non si torturano i prigionieri!».
«Non è così…». Il sergente si irritò.
Aristide era lì vicino.
«Ma se il capitano tortura i prigionieri, come potrà rispettare le regole, come potrà pensare a vincere e farci tornare a casa?».
Il sergente si rivolse ad Aristide.
«Alzati, credimi…».
I fantaccini iniziarono a rumoreggiare, un attimo dopo una testa calda aggredì il sergente.
Il sottufficiale non ci poteva credere. Mise mano alla sciabola, ma anche gli altri fantaccini lo assalirono.
Saturnino pensava che avessero ragione, ma qualcosa gli suggeriva che fossero stati ingannati. Si rivolse all’uomo.
«Chi è che ti ha catturato?».
«Mi hanno fatto cose che non immagineresti mai…».
«È stato il sergente a catturarti?».
«Vuoi che ti faccia vedere come mi hanno ridotto?».
«Rispondimi!». Saturnino pensò che era il momento di risollevare la situazione.
«Sì, è stato il sergente».
Saturnino gli diede un manrovescio.
«Hai mentito».
Intorno, l’ammutinamento stava per concludersi nella maniera peggiore possibile, ma il sergente non era stato ancora ucciso.
«Fermi, folli! Volete essere passati per le armi per colpa di un provocatore?» intervenne Saturnino.
«Saturnino, che dici, hai iniziato tu!» gli fece notare Aristide.
Saturnino cercò di fingersi a proprio agio.
«Siamo stati imbrogliati. Questo qua è un provocatore!».
Aristide si fece avanti.
«Di’, è la verità?».
«Non capisci? È lui il provocatore, quello che vuole fregarvi…» sbottò l’uomo.
«Ha detto che a catturarlo è stato il sergente!» disse Saturnino.
«Non è stato lui, infatti». L’uomo fingeva di non aver detto nulla di simile.
«E chi è stato, allora, sentiamo…».
«Lui». Indicò un fantaccino, ma l’aveva scelto con evidente casualità.
Dapprima ci fu sbigottimento, poi Aristide scoppiò a ridere.
Tutti gli altri lo imitarono.
Il sergente aveva gli occhi di brace.
«Vi farò punire tutti quanti. Io…».
«Sergente, che succede qua?». Era appena arrivato Chevallier, con lui c’erano gli ufficiali e l’uomo di quella mattina.
Il sottufficiale gli spiegò tutto.
Chevallier fissò in tralice la compagnia, poi guardò verso Saturnino.
«Da cosa l’hai capito che era un provocatore?».
«Non parlava la lingua sconosciuta che usava il tizio che ho trovato stamattina, signor capitano».
L’ufficiale si girò a guardare.
In quel momento arrivò l’uomo. Adesso indossava un’uniforme britannica.
Tutti rimasero senza fiato.
«Ma è inglese!».
«Calma, ragazzi, è un amico. E lui…». Scoccò un’occhiata feroce all’uomo.
«No, no, è stato lui a pagarmi perché facessi così, perché fingessi…».
«Finiscila». Chevallier non voleva perdere tempo. «Fucilatelo».
«No, no, nooo! Vi dico la verità…».
«Anche se indossa un’uniforme inglese, è un amico».
Saturnino però pensava che l’uomo avesse ragione.
«Signor capitano, quali sono le prove che è vero?».
«Via, Patrizi, sono un ufficiale».
Saturnino scosse la testa.
«Io credo a questo qua».
«Come fai a dirlo?».
«Ehi, tu, dimmi: perché ti conosce?».
«Non l’ho mai visto». Il britannico si offese.
«Se quest’uomo viene ucciso, sarà fatta un’ingiustizia». Saturnino ne era certo.
«Non mi importa. Obbedite: fucilatelo!».
Saturnino ebbe un’idea.
«Che sia il britannico a ucciderlo. Visto che è nostro amico…».
Il britannico lo guardò con odio, poi fece un sorriso untuoso.
«Signor capitano, non vorrà…».
Chevallier era disinteressato.
«Se non hai nulla da nascondere, pensaci tu».
Saturnino lo ringraziò con un sorriso.
«Certo che lo faccio». Il britannico smontò di cavallo, mise mano alla sciabola, ma prima che la lama si abbattesse sul collo del disgraziato, questi gridò:
«No, non tu!».
Il gelo scese sulla compagnia.
«Cos’ha detto?».
«Bloccatelo! È un impostore». Dalla boscaglia uscì un altro tizio, che non indossava l’uniforme britannica ma era identico all’inglese.
Fra i soldati in blu scoppiò la confusione e nella mischia una sciabola colpì il britannico in uniforme.
Non appena tutti videro che era morto, si bloccarono.
Il capitano scosse la testa.
«Non capisco più nulla…».
L’uomo che era arrivato per ultimo era corrucciato, sembrava rassegnato dopo aver vissuto una tempesta di secoli di dolore.
«Il mio fratello gemello… credeva di essere un ufficiale di Sua Maestà, per tale ragione mi ha preceduto in questo viaggio in Austria. Voleva prendere il mio posto… e ha provocato tutti questi problemi: prima si è offerto prigioniero, poi ha mandato in avanti questo poveraccio che ci rassomiglia… Io dovevo solo consigliare alla guerra gli austriaci». Fece spallucce.
Saturnino era sbalordito, poi scattò all’ordine di Chevallier:
«Arrestatelo!».

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Chi lo ha scritto

Kenji Albani

Kenji Albani è nato il 13 novembre 1990 a Varese (è italiano, nonostante il nome giapponese). Nel 2008 il suo racconto “Visite dall’aldilà” è stato segnalato al concorso indetto dalla Giulio Perrone Editore. Nel 2018 si è diplomato sceneggiatore di fumetti alla Scuola del Fumetto di Milano, nel 2020 si è laureato in scienze della comunicazione all’Università degli Studi dell’Insubria e sempre nel 2020 è arrivato finalista al concorso “Pergamene stellari” indetto dall’associazione culturale Yavin4 con il racconto “Un dinosauro tra quanta confusione”. Dal 2018 pubblica ebook con Delos Digital tra i quali l’antologia da lui curata “Dark Graffiti” e il saggio sulla Guerra Iran-Iraq “La primissima guerra del Golfo”. Nella primavera del 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo, “1572”, con “L’Undicesimo Libro”. Solitamente pubblica racconti brevi su Wattpad, Inksection, Edizioni Open, L’Undici, Braku, IlMioLibro, L’Infernale, Racconticon e Writers Magazine Italia. Lavora come sceneggiatore di fumetti per Ilmiofumetto.it e articolista per Leggimela.

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