Moschetto e shakò – Saturnino salva una vita

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Non appena si fermarono il sergente si mise a gridare:
«Montate il campo».
I fantaccini obbedirono, intanto Saturnino vide che il capitano Chevallier aveva chiamato a raccolta gli ufficiali della compagnia, tutti tenenti e sottotenenti. Non prometteva nulla di buono.
Ciononostante Saturnino si dedicò al lavoro: dopo aver riunito il proprio Charleville a quello degli altri commilitoni, mise in terra lo zaino ed estrasse i pezzi della tenda.
Si preparò a faticare, quando però vide venirgli incontro Aristide.
«Ascolta, Aristide, non ho tempo da perdere…».
«Ma che vai dicendo!» protestò offeso. «Più che altro, hai visto?».
«Cosa?». Saturnino era concentrato sul suo compito.
«Sono arrivate le… vivandiere».
«Capisco». Ma Saturnino non condivideva il suo entusiasmo.
Aristide lo lasciò perdere e ridendo come uno sciocco andò a intrattenersi con le vivandiere.
Saturnino scosse la testa. Era così incorreggibile… Mentre stava per montare la tenda con i commilitoni, sentì il sergente urlare:
«Ma Alzati, cosa combini! Pensa a darti da fare…».
La voce di Aristide raggiunse le orecchie di Saturnino.
«Mi stavo solo premunendo che le vivandiere stessero bene. Il loro compito è così gravoso…».
Il sergente lo cacciò via a pedate.
«Pensa a obbedire».
Aristide ritornò da Saturnino.
Saturnino fece un sorriso.
«Metti la testa a posto».
«Da che pulpito! Io volevo soltanto…».
«Tieni, dammi una mano d’aiuto». Gli porse un paletto, ma Aristide sembrava restio a fare il bravo ragazzo, una volta tanto.
«Io voglio rilassarmi un po’».
Saturnino stava per ribattere, ma arrivò il sergente.
«Patrizi!».
«Comandi». Lo guardò con timore.
«C’è bisogno di te. Vieni di là».
Aristide agitò il paletto.
«Cosa vuole?».
«Non lo so». Saturnino si augurò che non fosse una perdita di tempo.
Seguì il sergente che lo condusse dal gruppetto di ufficiali.
Erano tutti francesi e guardavano Saturnino dall’alto in basso, tranne Chevallier, che sorrise.
«Mio caro Patrizi, da quanto tempo ci conosciamo».
«Da un bel po’ di avventure. Questa guerra contro gli austriaci è infinita…».
Agitò la mano come a dire che era inutile lamentarsi.
«Lascia stare. Ho bisogno del tuo aiuto per una cosa».
«Di cosa si tratta?». Saturnino non ci avrebbe mai giurato che il capitano si rivolgesse a lui in quella maniera.
«Ascoltami: hai visto le vivandiere?».
«Sì, non si fa che un gran parlare di loro. Aristide ha fatto…».
«Ecco, fra loro c’è una spia austriaca».
«Mi spiace, ma io sono un semplice fantaccino, non ho mai pensato a queste cose da spie».
«Via, non essere disfattista. Ascoltami: sono tre le vivandiere e quella con la coccarda francese si suppone sia una spia».
Saturnino fece spallucce.
«E poi cosa dovrei fare? Dovrei… che so, farle i complimenti?».
«No, lo so che non sei un tombeur de femmes. Devi solo parlarle e raccogliere le prove che sia sul serio una spia».
«Ma se non lo è?».
«Staremo un po’ più tranquilli».
La mente di Saturnino calcolò in fretta i pro e i contro di quell’affare.
«E se lo è sul serio, invece?».
«Dovrai dircelo e prenderemo provvedimenti». Chevallier sorrise fiducioso.
«Ho capito». A Saturnino non piaceva quell’affare, ma doveva obbedire.
Si volse a guardare le tre vivandiere, quella con la coccarda francese era la più giovane.
«Coraggio, Saturnino, fallo per la Francia».
Il solito francese egoista: lui era suddito del Regno d’Italia!, ma obbedì lo stesso.
Si avviò verso le vivandiere a passo goffo e una volta là si schiarì la voce.
«Scusatemi, vorrei farvi una domanda».
Erano delle massaie da battaglia, era evidente che erano stanche, non avevano altro che gli passasse per la testa.
«Cosa vuoi?» lo accolse la più anziana.
«Il capitano Chevallier mi ha ordinato di sorvegliarvi».
La più brutta scoppiò a ridere.
«Siamo vivandiere, mica obiettivi militari sensibili».
«Non proprio». Saturnino si atteggiò come se fosse un seduttore. «Ma questi sono gli ordini e devo assolverli alla lettera. Sapete com’è la vita del militare…».
«D’accordo, fa’ pure» disse quella anziana. «Noi continuiamo con il nostro lavoro».
«Ma certo».
Quella che si supponeva fosse la spia era rimasta in silenzio, allora si diedero da fare con il loro mestiere. Saturnino cercò di non fissare la sospetta.
Il pomeriggio trascorse come un qualunque pomeriggio di quell’estate del 1809 e quando arrivò la sera Saturnino decise che la vivandiera non era una spia. Si chiese il perché di quel sospetto: Forse una maldicenza…
Andò dal capitano, ma vide che era agitato.
«Allora?» lo accolse.
«Nulla, signore».
«”Nulla” cosa?».
«Non è una spia».
«Come fai a dirlo?».
«Non fa nulla di sospetto. Pensa al proprio lavoro, sta zitta…».
«Ma è proprio perché sta zitta che non mi convince» sibilò. «Ci sono state segnalazioni che se la fa con gli austriaci».
«Mi spiace, ma io non so niente. Temo che i suoi informatori abbiano preso un granchio. Ma lo dico da profano dello spionaggio…».
Fece per andarsene, ma il capitano si arrabbiò.
«Non mi piace».
Saturnino lasciò perdere tutto e fece per riunirsi al resto della compagnia, ma poi colse dei movimenti dietro di sé.
Si girò a guardare e vide il capitano che aveva sguinzagliato i suoi ufficiali: stavano correndo incontro alle vivandiere.
Gli ufficiali afferrarono la più giovane e lei gemette.
«Spia, spia» urlavano, e poco ci mancava che le alzassero le mani.
Dopo averla immobilizzata, la condussero al cospetto di Chevallier.
«Parla, sei una spia?».
Gemeva.
«Non farmi perdere tempo, sei una spia?».
Sembrava non saper fare altro che gemere.
Saturnino ebbe un’illuminazione. A grandi passi, tornò da Chevallier.
«Signor capitano, mi scusi, ma credo di aver capito il perché di questo equivoco».
Chevallier lo guardò con sufficienza.
«Sentiamo, sono proprio curioso di saperlo».
Saturnino aprì la bocca della vivandiera a forza.
«Non mi mordere» ma dubitò che lo sentisse. «Non solo è sorda, ma non ha la lingua».
Gli ufficiali tutti, tranne un sottotenente, rimasero colpiti.
«È muta, altro che spia!».
Il capitano guardò verso il sottotenente.
«Cosa avevi detto su di lei?».
Il sottotenente sguainò la sciabola.
«Non voglio essere passato per le armi!».
Fece per aggredire la vivandiera ma Saturnino intervenne frapponendosi tra i due, diede un pugno in faccia all’ufficiale e poi lo disarmò.
«Eccola, la vera spia».
Chevallier era furibondo.
«Arrestatelo!».
Saturnino rimase solo con la vivandiera che lo ringraziò con lo sguardo. Saturnino avrebbe voluto chiederle come mai non avesse la lingua e fosse sorda, ma sapeva che non avrebbe mai saputo che strana storia avesse da raccontare.
Lasciò perdere.

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Chi lo ha scritto

Kenji Albani

Kenji Albani è nato il 13 novembre 1990 a Varese (è italiano, nonostante il nome giapponese). Nel 2008 il suo racconto “Visite dall’aldilà” è stato segnalato al concorso indetto dalla Giulio Perrone Editore. Nel 2018 si è diplomato sceneggiatore di fumetti alla Scuola del Fumetto di Milano, nel 2020 si è laureato in scienze della comunicazione all’Università degli Studi dell’Insubria e sempre nel 2020 è arrivato finalista al concorso “Pergamene stellari” indetto dall’associazione culturale Yavin4 con il racconto “Un dinosauro tra quanta confusione”. Dal 2018 pubblica ebook con Delos Digital tra i quali l’antologia da lui curata “Dark Graffiti” e il saggio sulla Guerra Iran-Iraq “La primissima guerra del Golfo”. Nella primavera del 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo, “1572”, con “L’Undicesimo Libro”. Solitamente pubblica racconti brevi su Wattpad, Inksection, Edizioni Open, L’Undici, Braku, IlMioLibro, L’Infernale, Racconticon e Writers Magazine Italia. Lavora come sceneggiatore di fumetti per Ilmiofumetto.it e articolista per Leggimela.

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