Moschetto e shakò – Saturnino ha un imprevisto

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«Ehi, io non ho voglia di farlo».
Saturnino fissò obliquo Aristide. «Che vai dicendo! Il sergente te l’ha ordinato».
«Sì, ma… Saturnino, per la miseria, non vedi! Io non sono una vivandiera, né una domestica e neppure una donnetta».
Saturnino si incupì. «Ascoltami, per caso vuoi disobbedire al sergente?».
«No».
«Immagino sia stato il capitano a dirglielo. Vuoi disobbedire al nostro capitano?».
«Chevalier mi piace, anche se non è un italiano, ma solo… io non voglio pulire i panni degli ufficiali!».
«Allora sentiamo, chi lo dovrebbe fare?». Saturnino mise le braccia conserte.
Aristide fece spallucce, si guardò attorno come alla ricerca di un suggerimento, poi si ricordò di avere accanto Saturnino e fece una smorfia scaltra. «Patrizi!».
Saturnino grugnì. «Eh, che vuoi?».
«Ti andrebbe di farmi un favore?».
Saturnino non capì perché stesse divagando. «Quale favore?».
«Vedi questo cestello di panni sporchi, no? Sai che poco distante da qui c’è un torrente?».
«E allora?».
«Ma su, dai, fammi un piacere, puliscili tu al posto mio».
Saturnino scoppiò a ridere. «Scordatelo! Vuoi per caso che io mi prenda i vestiti sporchi al tuo posto… alla lettera? Non ti facevo così ingenuo». Fece per andarsene.
«Ma dai, non credere che io sia così stupido». Anche Aristide si mise a ridere. «Facciamo così: tu portali al torrente, inizia a lavarli e poi vengo lì a darti una mano».
«Ma allora non hai capito nulla! L’ordine l’hai ricevuto tu, quindi sei tu a pulirli. Io non lo faccio».
«Non vuoi capire che io ci sono rimasto male per quel che è successo ieri?».
«Cosa… la storia del vino?».
«Esatto».
Saturnino sbuffò. «Ti volevi ubriacare!».
«Sì, ma io adesso voglio far vedere a tutti che sono un bravo soldato…».
«Benissimo. Lo farai pulendo questi vestiti. Io ho fatto il mio lavoro, tu…».
Aristide scosse la testa. «Ho tanto altro da fare. Dai, fammi questo favore, inizia a pulirli tu». Aveva un tono lamentoso, di come se la sua vita dipendesse dalla decisione di Saturnino.
Saturnino alla fine cedette. «Va bene, ci penso io». Prese il mastello e puntò verso il torrente.
La voce di Aristide lo rincorse. «Quanto torniamo a Varese mi sdebiterò!».
«Sì, sì».
Saturnino, dandosi sempre più dello stupido, raggiunse il torrente e iniziò a lavare con il sapone i vestiti sudici degli ufficiali.
Cercava di stare tranquillo, ma si sentiva una tale rabbia montare dentro di sé… Che gli era saltato in testa! Non poteva dire ad Aristide che proprio non voleva prendersi lui l’impiccio di tirarlo fuori dalle situazioni sgradevoli? Ma cercò di convincersi che prima o poi Aristide sarebbe venuto ad aiutarlo, alla fine era un ragazzo che manteneva la parola.
Saturnino continuò con il suo lavoro, quando si accorse che qualcuno gli si era avvicinato.
«Aristide, era ora…».
Ma solo che vide un soldato austriaco e dopo di lui c’erano altri soldati austriaci.
Saturnino cacciò un urlo e fece cadere i panni nel torrente, poi fuggì nella vegetazione.
Dietro di lui gli austriaci si scambiarono delle urla e lo inseguirono.
Saturnino odiò più che mai Aristide: fosse stato il commilitone a badare all’impegno, lui sarebbe finito nei guai – lui, non Saturnino! – ma purtroppo Saturnino era stato arrendevole.
Mentre correva, Saturnino inciampò. La sua uniforme blu l’aveva sporcata eccome, adesso aveva bisogno lui di qualcuno che la pulisse, intanto gli austriaci si stavano organizzando.
«Che succede di là?» giunse una voce in italiano.
Saturnino era fiero che loro, soldati italiani nella Grande Armata, avessero invaso l’Impero Asburgico; ma solo avrebbe preferito maggiore organizzazione. Che poi si era perso, non aveva idea di dove fosse andato a finire.
Le urla in italiano si susseguirono da una parte, quelle in tedesco dall’altra, e Saturnino si sentì premere fra due fuochi, poi si girò a guardare e vide le giacche bianche e i calzoni azzurri fendere il fogliame per raggiungerlo, i moschetti che si impigliavano fra i rami.
Saturnino ebbe uno stimolo in più per scappare e all’improvviso, proprio quando pensava che fosse condannato, vide il resto della compagnia.
«Saturnino, cosa succede?». Il sergente era rosso in faccia, stavolta più per lo stupore che per la preoccupazione.
«Austriaci… di là…» ansimò.
Poi non perse tempo: corse a recuperare il Charleville.
La compagnia si mobilitò e quando gli austriaci sbucarono dalla boscaglia, si ritrovarono davanti a un reparto di fantaccini che aveva costituito tre file.
Gli austriaci non persero tempo e abbozzarono una formazione di battaglia, ma prima di terminare Chevallier gridò dall’alto del suo cavallo: «Fuoco!».
«Fuoco!» gli fece eco il sergente.
Una quarantina di Charleville esplosero dei colpi e Saturnino, che era in prima fila, vide il fumo innalzarsi davanti ai suoi occhi. Subito dopo, gli austriaci gridarono.
«Ricaricare!» gridò Chevallier.
«Ricaricare!» echeggiò il sergente.
Saturnino badò alle venticinque mosse per la ricarica del moschetto e capì che la guerra alla Quinta Coalizione non sarebbe mai finita: Napoleone più che uno statista era un signore della guerra e mai avrebbe voluto abbandonare l’Austria, quindi in quell’estate così afosa il conflitto sarebbe proseguito fino a che tutti non sarebbero morti.
Saturnino concluse le venticinque mosse e allora udì il capitano aggiungere: «Fuoco a volontà!».
«Fuoco a volontà!» non tardò a dire il sergente.
Saturnino sparò di nuovo.
Quando parve che gli austriaci avessero ceduto, il capitano aggiunse: «Attacco alla baionetta. Viva l’Impero, viva la Francia!».
Saturnino era suddito del Regno d’Italia, ma decise di ignorare quelle parole e andò all’attacco. Dopo aver superato la cortina di fumo, lui e il resto della compagnia giunsero ai limiti del bosco e videro austriaci morti, austriaci feriti e di quelli rimasti illesi non c’era traccia: erano scappati.
I ranghi già sciolti furono travolti dalle risate, qualcuno si abbracciò per il sollievo, avevano vinto.
Saturnino si avviò verso l’accampamento ma vide che il sergente stava prendendo a male parole Aristide.
«Ma… è stato Patrizi che ha preso i panni sporchi, li ho dati a lui!».
«Ah sì? Patrizi, è vero?».
Suo malgrado, Saturnino annuì.
Il sergente adesso era rosso per la rabbia. «Valli a recuperare, o passi dei guai!».
Saturnino strinse i denti. Aveva paura che, se se avesse obbedito, sarebbe incappato di nuovo negli austriaci, ma non poté disobbedire.
Andò nel bosco.

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Chi lo ha scritto

Kenji Albani

Kenji Albani è nato il 13 novembre 1990 a Varese (è italiano, nonostante il nome giapponese). Nel 2008 il suo racconto “Visite dall’aldilà” è stato segnalato al concorso indetto dalla Giulio Perrone Editore. Nel 2018 si è diplomato sceneggiatore di fumetti alla Scuola del Fumetto di Milano, nel 2020 si è laureato in scienze della comunicazione all’Università degli Studi dell’Insubria e sempre nel 2020 è arrivato finalista al concorso “Pergamene stellari” indetto dall’associazione culturale Yavin4 con il racconto “Un dinosauro tra quanta confusione”. Dal 2018 pubblica ebook con Delos Digital tra i quali l’antologia da lui curata “Dark Graffiti” e il saggio sulla Guerra Iran-Iraq “La primissima guerra del Golfo”. Nella primavera del 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo, “1572”, con “L’Undicesimo Libro”. Solitamente pubblica racconti brevi su Wattpad, Inksection, Edizioni Open, L’Undici, Braku, IlMioLibro, L’Infernale, Racconticon e Writers Magazine Italia. Lavora come sceneggiatore di fumetti per Ilmiofumetto.it e articolista per Leggimela.

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