Get back: un documentario straziante

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Il monumentale documentario “The Beatles: get back” uscito nel novembre 2021 è davvero straziante.
Le quasi otto ore di materiale filmato ci mostrano le sessioni di prove e registrazioni tenute dal gruppo inglese durante le quattro settimane che precedono il mitologico concerto che ebbe luogo sul tetto del quartier generale della loro casa discografica, il 30 gennaio 1969.

Innanzitutto i quattro, insieme alle altre persone che li accompagnano, sono continuamente ripresi da telecamere che sono sempre insieme a loro, nella stessa stanza, li inquadrano, “zoommano” sui loro volti, catturano le loro conversazioni, ecc.. In un’occasione, addirittura, un microfono nascosto registra, apparentemente a loro insaputa, una conversazione tra Lennon e McCartney. Oggi è la normalità assistere a “shows” nei quali le telecamere sono dappertutto (in casa, negli spogliatoi prima della partita, mentre qualche personaggio famoso cucina, ovunque) e anche nelle nostre vite di persone comuni, ci sentiamo spesso sotto l’occhio dell’obiettivo di una tele o fotocamera. Nel 1969 le cose stavano diversamente ed è quindi lecito domandarci se i Beatles stessero comportandosi in maniera naturale (una domanda che non ha più senso oggi, vista – appunto – l’onnipresenza delle telecamere). Nel documentario, tutti sembrano comportarsi come se nessuno li stesse riprendendo ed assai di rado qualcuno si rivolge alla telecamera. Anche in questo, dunque, i fab fours sono stati degli antesignani.

1Quello che vediamo sono quattro ragazzi molto maturi, intelligenti, che discutono, si ascoltano, sono pazienti, collaborativi. Sono molto rari i momenti di scazzo e di tensione (concentrati nei primi giorni di prove) e molto frequenti, invece, quelli in cui i quattro scherzano, si mettono a cantare classici del rock ‘n roll per puro piacere, si prendono in giro e si comportano come un autentico gruppo che prende decisioni in comune. Sono anche molto ironici e non perdono occasione – soprattutto Lennon – di fare giuochi di parole, battute iperboliche, che si rimpallano l’uno con l’altro, ecc… Del resto George Martin, il produttore che per primo li mise sotto contratto, fu colpito dalla loro ironia ed intelligenza più che dalle loro doti musicali. Anche l’unico vero momento di crisi (quando George Harrison lascia le prove) viene risolto attraverso il dialogo ed il confronto. Non c’è inoltre traccia di attrito tra Lennon e McCartney. E quindi, ecco la prima ragione per cui il documentario è “straziante”: come è possibile che, nel giro di pochi mesi, tutto finì? Seppure non sarà stata quella dei primi anni, perché quell’armonia, quella leggerezza che traspare dal documentario non è potuta continuare? Insomma: perché la magia è finita invece di continuare? Perché “the dream is over”? È come rivedere il video delle vacanze dell’estate scorsa in cui ci si vede felici e sorridenti con la nostra ragazza che ieri ci ha lasciato: “Perché mi hai lasciato se fino all’altro giorno stavamo bene insieme?”…O guardare le foto di famiglia dell’ultimo Natale che ritraggono un parente sano e sorridente, che invece oggi è malato in ospedale…: “Ma se poche settimane fa stava bene?”…

È tremendamente doloroso vivere in un mondo in cui i Beatles si sono sciolti così presto e, in senso molto più generale, è tremendamente doloroso vivere in un mondo in cui tutto cambia ed, in particolare, in cui le cose belle sono destinate a finire, compresa la vita stessa. Ogni cambiamento è di per sé complicato e fonte di dolore e lo è ancor di più quando, a cambiare e terminare, è qualcosa che amiamo. Insomma, il documentario ci ricorda l’ineluttabile evidenza che tutto passa e tutto muore. Questo mondo – in cui stravale comunque la pena di vivere – va così, c’è poco da fare, e vedere i Beatles scherzare e comporre canzoni che sono parte di noi sapendo che poco dopo non sarebbero stati più insieme ne è la conferma.

1Le giornate di prove dei quattro sono anche un inno alla gioventù, alla creatività, alla meraviglia che deriva dalla realizzazione di un’idea, un progetto, un sogno…. Chiunque di noi è stato giovane e chiunque di noi ha avuto un sogno, un progetto, un’idea, anche la più banale, che si è poi concretizzata e per la quale si è dannato l’anima, si è entusiasmato, ha litigato, ha gioito, ha speso tempo ed energie. Una squadra di calcetto, un gruppo musicale, una festa, l’organizzazione di un torneo di ultimate frisbee, ecc.. Nei Beatles di quel gennaio 1969 c’è tutta la magnifica ed esplosiva bellezza della gioventù fatta di ore ed ore trascorse dietro ad una passione che ci fa battere il cuore. Sono pronto a scommettere che neanche Ringo, George, Paul e John abbiano riprovato quelle sensazioni negli anni a seguire. Perché nei Beatles di quei giorni c’erano i vent’anni (o giù di lì) che non tornano mai più. Dopo la giovinezza ci sono altre cose belle, certo, ma mai più quei tuffi al cuore, quell’incosciente sicurezza, quella leggerezza, quella spontaneità…Il documentario ci offre, dunque, un’altra occasione per crogiolarci in questo altro inevitabile tormento: la freschezza dei vent’anni non tornerà mai più così come quelle sensazioni provate dando forma a qualche sogno che, in quel momento, ci sembrava (ed era!) la cosa più importante del mondo.

1E poi ci sono loro due: Lennon e McCartney. Attraverso il documentario possiamo esaminare il loro rapporto, che appare basato su una grande stima, complicità, rispetto e anche ammirazione, direi. I due sono perfettamente complementari: più razionale e “posato” Paul, più pungente e “corporale” John. Del resto, non potrebbe essere altrimenti: il successo dei Beatles, in ogni senso, deriva principalmente dall’incontro di queste due personalità. Quando, nel 1957, McCartney chiese di entrare nei “The Quarrymen” (il gruppo embrione dei Beatles), Lennon, che ne era il leader, rimase impressionato dal fatto che quel quindicenne conoscesse le parole di “Twenty Flight Rock” di Eddie Cochran. Ma fu colpito anche dalla personalità di McCartney e si domandò se fosse una buona idea accettare nel suo gruppo qualcuno che avrebbe potuto mettere in discussione la sua leadership. La storia del Beatles dimostra quanto sia importante e costruttivo (seppure difficile) circondarsi di persone che, per qualsiasi ragione, possano sfidare il nostro ego invece di preoccuparci solamente di assecondarne le insicurezze e timori.

1E Ringo ed Harrison? Ringo Starr è il “tranquillone” che sappiamo: non ha, né crea problemi, ma è anche lui essenziale alle dinamiche del gruppo, perché è necessaria la presenza di qualcuno che sorride, che smorza: un’altra persona di forte personalità sarebbe stato probabilmente troppo. Harrison invece sembra soffrire un po’ la debordante creatività e complice unità di Lennon e McCartney. Evidentemente comprende di non essere alla loro altezza e di non poter aggiungersi al duo, ma, ogni tanto, dà l’impressione di essere un po’ frustrato e sentirsi sottovalutato. Come già detto, è lui, ad un certo momento, a mollare tutti, forse per ricevere attenzione e conferme dagli altri, come puntualmente avviene. Si avverte l’impressione che Harrison soffra soprattutto la razionalità di McCartney, perché solamente quando lui è assente diventa più loquace ed aperto. In una di queste occasioni confida a Lennon l’idea di pubblicare un album da solo, visto che ha molte canzoni pronte, ma la sua “quota” negli album dei Beatles è ridotta; una confessione che probabilmente non avrebbe avuto il coraggio di fare di fronte a McCartney.

1E infine Yoko Ono. È sempre presente, ogni minuto, ogni secondo, sempre appiccicata a Lennon. Tuttavia non parla mai, non interferisce con il lavoro del gruppo, non esprime opinioni, niente di niente. Eppure questa “assenza”, essendo costante e continua, si traduce in una forte “presenza” che non può non essere avvertita da tutti. La sua è una “performance” dal profondo significato: “Guardate per quanto tempo posso stare a fianco a Lennon, davanti alle telecamere e non dire, né fare assolutamente nulla! Sono pronta a tutto, la mia forza di volontà è inesauribile.” Ad un certo punto McCartney se ne esce con questa frase pronunciata con il tono di chi scherza per dire la verità: “Fra cinquant’anni si dirà che i Beatles si sono sciolti perché Yoko, durante le prove, stava seduta su un amplificatore”. Non è colpa di Yoko se i Beatles si sono sciolti, ma Yoko personifica l’inevitabile mutare delle cose di cui si diceva sopra, che, nella fattispecie, ha condotto alla fine dei Beatles. Nonostante rimangano una “squadra”, Lennon e McCartney (come dichiara quest’ultimo nel documentario) non compongono più canzoni insieme, semplicemente perché passano molto meno tempo insieme. Sono due amici che hanno attraversato il normale scorrere del tempo e che, dunque, hanno cambiato il loro modo di vivere l’amicizia, anche nei termini più pratici. In particolare, la relazione non è più Paul-John, ma Paul-(John+Yoko). E la constante e perseverante presenza di Yoko a fianco di John sottolinea con forza e chiarezza questa nuova situazione. Tutto cambia, anche le amicizie…e quando fu evidente il desiderio di Lennon e McCartney di voler prendere direzioni diverse, la loro mutata amicizia non fu sufficiente a salvare i Beatles.

In definitiva, si tratta di un bellissimo documentario nel quale non accadono avvenimenti eclatanti: tutto si svolge in semplicità: ci sono quattro ragazzi che compongono e suonano musica, cazzeggiano, stanno insieme. Anche quando si assiste al processo di costruzione di canzoni memorabili come “Let it be”, “Get back”, “Something”, tutto è lineare e naturale, non assistiamo a momenti estatici o epifanici….Ma è proprio questa semplicità a permettere agli amanti e fanatici dei Beatles di apprezzare ogni dettaglio, ogni sguardo, ogni gesto. E vien voglia di rivedere tutto due, dieci, cento, mille volte, perché l’avventura dei Beatles è la nostra stessa avventura, è anche la nostra vita, fatta di sogni che si realizzano e sogni che finiscono. “And so dear friends, you just have to carry on. The dream is over”.

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Perché non lasci qualcosa di scritto?

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *