Annella de Rosa: pittrice del seicento e la sua leggenda da film

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Vi racconto di Annella de Rosa, pittrice del seicento, coeva di Artemisia Gentileschi, sconosciuta ai più, ma ricordata come Annella di Massimo in una targa stradale al Vomero Napoli e riportata in auge negli anni Cinquanta del Novecento da storici dell’arte come Ferdinando Bologna, Raffaello Causa e Ulisse Prota Giurleo.

All’anagrafe Diana De Rosa, fu chiamata sin da piccola Annella, per poi divenire, quando entrò nella bottega del maestro napoletano Massimo Stanzione, Annella di Massimo. Nata a Napoli nel 1602 dal pittore Tommaso e da Caterina de Mauro, sorella del pittore Pacecco che fu il suo primo maestro, Annella apprende i colori e l’arte sin da bambina distinguendosi per il suo talento. Nel 1610 la madre rimane vedova e si risposa, nel 1612, con un altro pittore, Filippo Vitale, dal quale ha altre lezioni di pittura.. Anche le sue sorelle Lucrezia e Maria Grazia sono molto belle, tanto che le tre fanciulle sono soprannominate le “tre Grazie napoletane”. Appellata da tutti come “Annella di Massimo”, cioè Annella allieva di Massimo, diventa la discepola preferita, tanto che questi permette alla ragazza, copiando i bozzetti, di dare i primi colpi di pennello a quelle tele che poi lo Stanzione completa e firma. Quando fu il tempo di maritarsi, sposò il pittore Agostino Beltrano, un allievo di Massimo Stanzione. Non fu un matrimonio d’amore certamente, ma fu l’occasione sicura di una collaborazione artistica tra i coniugi. Ben più dotata di talento di Agostino, Annella contribuisce notevolmente all’affermazione del marito.

Ed è stata la sua morte romanzata da Bernardo De Dominici, più che le sue opere, di cui pochissime a firma certa, che ha tramandato il nome di Annella fino ai giorni nostri. Bernardo De Domicini ,nelle sue vite de pittori, scultori ed architetti napoletani, racconta che Annella era una donna molto bella e talentuosa, per questo oggetto di invidia da parte della sua fantesca. Annella lavorava nella bottega del maestro Stanzione aiutandolo attivamente nelle sue opere, ma spesso veniva usata da lui come modella data la sua grande bellezza. Il De Dominici racconta che, un giorno, il Maestro Stanzione,che aveva ormai cinquantasette anni, si recò nello studio di Annella, che di anni ne aveva appena ventinove ed era sempre più bella e attraente. Il marito Agostino era assente e lei era occupata a dipingere su tela la raffigurazione della Sacra Famiglia. Stanzione fissò la tela e ne rimase così estasiato e sbalordito di tanta bellezza e perfezione che afferrò Annella e la strinse fra le sue braccia, come un padre affettuoso orgoglioso di sua figlia. Purtroppo quest’abbraccio non sfuggì agli occhi della serva che cercò il marito di lei denunciando Annella come adultera. Il Beltrano pazzo di gelosia cercò la moglie e trovatala, non ascoltò le sue spiegazioni ma la uccise trafiggendole con la spada il cuore. Solo un servo riuscì a dare una spiegazione ad Agostino, spiegandogli che tra l’allieva e il maestro non c’era stato nessun rapporto amoroso. Così Agostino Beltrano si accorse dell’errore commesso, si pentì amaramente del suo gesto, e fu costretto all’esilio da Napoli per diversi anni, fin quando, perdonato dalla famiglia di Annella non potè rientrare in città .

La realtà storica è un’altra. Il certificato di morte del 7 dicembre 1643 attesta che la pittrice morì di malattia dopo una vita di successi professionali che le permise di lasciare insieme al marito una discreta somma di denaro ai loro figli.

Nonostante le diverse ricerche effettuate non si trovano facilmente tracce dei dipinti della De Rosa. Questo, in parte, perché spesso l’artista dipingeva prima nella bottega dello Stanzione e poi del marito che come era uso dell’epoca finivano e firmavano i suoi lavori.

Due sono le opere che le si attribuiscono con più certezza, due tele di grandi dimensioni commissionate ad Annella grazie l’intercessione del maestro Stanzione per la Chiesa della Pietà dei Turchini: la nascita e la morte della Vergine. De Dominici racconta che queste sue opere furono talmente apprezzate, per la delicatezza del colorito e per la maestria del disegno, che i molti ordini ecclesiastici presenti in città richiesero una sua tela presso le loro chiese. Il suo successo artistico fu motivo di somma soddisfazione per il maestro, ma fu anche causa della nascita di invidie e maldicenze in chi era abituato a vedere le donne esclusivamente nel ruolo di spose e madri, distanti dai clamori che potevano suscitare col loro ingegno

Il De Dominicis ci parla di altre due opere a firma dell’artista ad oggi scomparse: un San Giovanni Battista da giovane nel deserto, in origine appeso nella sagrestia di Santa Maria degli Angeli di Pizzofalcone, ed una Madonna del latte nell’attuale chiesa di Santa Maria dei Lombardi. Tracce di suoi dipinti si hanno anche in alcuni antichi inventari come quello di Giuseppe Carafa dei Duchi Maddaloni del 1648 ed in quello del Principe Capece Zurlo del 1715

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