Moschetto e shakò – Sopravvissuti

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«Tu, tu e tu, ma anche voi, fate una pattuglia».
Era impossibile contraddire il sergente, sarebbe stata disobbedienza e Saturnino non era un indisciplinato.
«Anche voi, sì, voi».
Di lì a poco, il sergente mise insieme un gruppo di dodici fantaccini. Fra loro c’erano Saturnino e Aristide, poi altri commilitoni che lui conosceva ma con cui non aveva fatto grandi avventure.
«Signor sergente, comando io».
«Sì, infatti, tu». Il sergente sorrise al caporalmaggiore, così lo attirò a sé. «Ti mostro il percorso che dovete fare».
Mentre il sergente spiegava tutto al caporalmaggiore, Saturnino preparò lo zaino e infine innestò la baionetta sul Charleville. Aristide fece la stessa cosa.
Dopo cinque minuti il caporalmaggiore corse verso di loro. «Diamoci una mossa». Ma a dire il vero era lui che era in ritardo.
Non appena il comandante della pattuglia ebbe finito di prepararsi, ai suoi ordini costituirono una colonna in fila per due, quindi si avventurarono nelle campagne dell’Impero Asburgico.
Era quello il paese che aveva minacciato la Francia e poi aveva avvolto i suoi tentacoli sul nord Italia? Sì, esatto, ma Saturnino non provava odio, semmai stanchezza: si domandava in continuazione quando la guerra della Quinta coalizione sarebbe terminata. Wagram era stata combattuta e vinta da tempo, ma la fine sembrava ancora lontana.
Saturnino avrebbe combattuto lo stesso.
Dopo alcuni minuti di silenzio, Aristide attirò l’attenzione di Saturnino con un cenno.
«Cosa vuoi?».
«Di’ un po’, quando torneremo a Varese, tu cosa farai?».
Si scrollò nelle spalle. «Non lo so. Forse mi ricostruirò una vita con l’indennità di congedo».
«Io invece vorrei…». Ma non concluse che i fantaccini in testa alla colonna si misero a strepitare.
«Cosa succede?». Il caporalmaggiore bloccò la marcia.
L’intera colonna era immobile, e allora Saturnino, allungando lo sguardo, vide che dalla boscaglia erano usciti alcuni contadini.
Ai suoi occhi erano grotteschi, sembravano usciti da un feudo pre-Rivoluzione: con i loro abiti marroni e sporchi e gli sguardi bovini non sembravano molto svegli.
Adesso, i contadini austriaci avevano bloccato la marcia e con denti marci borbottavano delle frasi che Saturnino non capiva e forse persino chi sapeva il tedesco non avrebbe comunque compreso.
«Cosa dicono?». Il caporalmaggiore era di quell’idea.
All’improvviso, i contadini misero mano alle roncole e lanciando urla belluine assalirono i fantaccini.
I fucilieri in testa, colti di sorpresa, gridarono mentre gli artigli metallici li dilaniavano e a qualcuno partì un colpo, contribuendo a che la scena fosse molto più confusa.
«Sono dei controrivoluzionari!» gridò il caporalmaggiore, balzando all’indietro. Subito dopo, organizzò la truppa.
I fantaccini costituirono una rigida linea e respinsero i contadini palleggiando le baionette e senza evitare di ferirli, ma tanto di sangue ne era stato già versato.
Vedendo quella reazione, i contadini arretrarono ma lanciarono pure loro un verso collettivo, qualcosa di simile al bramito di un cervo.
Saturnino capì che nulla stava andando per il verso giusto.
Alle loro spalle comparvero altri contadini che con roncole, falci e forconi massacrarono alcuni fucilieri in blu.
Fu un massacro e uno dopo l’altro i commilitoni di Saturnino finirono per essere straziati da quegli artigli metallici che più che di bestie erano di uomini… ma al tempo stesso loro erano bestie.
Saturnino aderì con le spalle alla schiena di Aristide, il caporalmaggiore era con loro. Gli altri nove fantaccini invece erano a terra, morti o feriti, e i contadini ci stavano infierendo con gioia, gli occhi che sprizzavano malvagità.
«Dobbiamo scappare» borbottò il caporalmaggiore, sconvolto da quella ferocia inaspettata.
«È una parola, siamo circondati» disse Aristide.
Si scambiarono uno sguardo, poi il caporalmaggiore gridò con voce tremante: «Al diavolo!». Corse via, li lasciò lì e con la baionetta provò a fendere la folla e dopo aver straziato un contadino al volto cercò di guadagnare la libertà.
I contadini lo videro e gli si chiusero attorno per poi alzare e abbassare i loro strumenti agricoli che agli occhi di Saturnino apparivano come gli artigli di tante fiere – ma forse quei contadini non erano più umani, ma belve feroci che istigate dagli Asburgo avevano in odio il progresso esportato dalla Grande Armata.
«Dobbiamo scappare» lo esortò Aristide.
Era vero, i contadini avevano circondato il caporalmaggiore distogliendo lo sguardo da loro due. Doveva essere che i galloni di un francese – o italiano che fosse – erano più interessanti di due uomini in blu.
«S-sì, è meglio». Saturnino strinse il Charleville e seguì Aristide in quella fuga precipitosa.
Corsero verso la direzione da cui erano venuti e i contadini che si erano lasciati alle spalle si ricordarono di loro solo in quel momento.
Il coro dei contadini-belva fu una serie di strida e ringhi e Saturnino capì che sarebbe stata dura.
Dietro di loro i contadini li inseguirono, ma loro due erano meglio allenati agli sforzi seppur portassero degli zaini e l’equipaggiamento da guerra completo, invece i contadini-belva erano più fiacchi, non avevano goduto di un addestramento militare.
Saturnino, che voltava lo sguardo apposta per vedere se li inseguivano ancora, vide che i loro antagonisti si stavano sfilacciando ed era rimasto uno zoccolo duro che nonostante il sudore dovuto al clima e gli ansiti resistevano e non smettevano di inseguirli.
Spuntarono presso l’accampamento della compagnia e ai commilitoni fu chiara la scena: due di loro che scappavano inseguiti da dei bruti con gli attrezzi sporchi di sangue, così si organizzarono e respinsero a colpi di baionetta i contadini-belva, i quali, dopo che ebbero lasciato sul campo un paio dei loro, si ritirarono.
Il sergente arrivò di cosa. «Cos’è successo? E gli altri?».
Aristide gli spiegò tutto e alla fine il sergente sputò in terra per poi dare un calcio a uno dei due cadaveri. «Contadini anti-francesi».
Saturnino fece spallucce, allora il sergente aggiunse: «Siete voi due gli unici sopravvissuti, non è vero? Be’, siete stati fortunati».
Il sole tramontò e le tenebre calarono su quella strage.

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Chi lo ha scritto

Kenji Albani

Kenji Albani è nato il 13 novembre 1990 a Varese (è italiano, nonostante il nome giapponese). Nel 2008 il suo racconto “Visite dall’aldilà” è stato segnalato al concorso indetto dalla Giulio Perrone Editore. Nel 2018 si è diplomato sceneggiatore di fumetti alla Scuola del Fumetto di Milano, nel 2020 si è laureato in scienze della comunicazione all’Università degli Studi dell’Insubria e sempre nel 2020 è arrivato finalista al concorso “Pergamene stellari” indetto dall’associazione culturale Yavin4 con il racconto “Un dinosauro tra quanta confusione”. Dal 2018 pubblica ebook con Delos Digital tra i quali l’antologia da lui curata “Dark Graffiti” e il saggio sulla Guerra Iran-Iraq “La primissima guerra del Golfo”. Nella primavera del 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo, “1572”, con “L’Undicesimo Libro”. Solitamente pubblica racconti brevi su Wattpad, Inksection, Edizioni Open, L’Undici, Braku, IlMioLibro, L’Infernale, Racconticon e Writers Magazine Italia. Lavora come sceneggiatore di fumetti per Ilmiofumetto.it e articolista per Leggimela.

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