Moschetto e shakò – Il buon vino

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«Aaah, sono stanchissimo». Aristide si gettò disteso sull’erba.
«Aristide, aspetta…». Ma prima che Saturnino potesse concludere, arrivò il sergente.
«Che succede qua?».
Subito Aristide tornò in piedi. «Nulla, signore».
Il sergente annuì, ma poi gli scoccò una lunga occhiata truce. «La marcia è finita. Montate il campo».
«Agli ordini».
L’intera compagnia si mobilitò: dopo aver posizionato le sentinelle, tutti misero a terra gli zaini, i Charleville costituirono come delle piramidi di tre lati e i fantaccini si occuparono di montare le tende.
Non appena ebbero finito, Aristide mostrava la lingua a penzoloni neanche fosse un cane. «Ho una sete…».
«Sì, sì». Saturnino non aveva tutto quel desiderio di ascoltarlo. «Di là c’è un torrente».
«Ma che torrente e torrente, io voglio trincare» protestò.
«Scusa?». Saturnino non capì.
«Patrizi, quanto sei stupido. Sbevazzare, intendo».
Saturnino fece una smorfia. «Scusami, ma io sono un fantaccino della Grande Armata. Penso a combattere, mica a badare al gergo da taverna».
Aristide gli diede uno spintone. «Voglio dire che ho intenzione di ubriacarmi».
«Ma non puoi: è irregolare!».
Sbuffò come se Saturnino fosse un caso perso. «Ho voglia di vino».
Alla fine Saturnino scosse la testa. «Se proprio vuoi. Rivolgiti alla sussistenza, però, che io devo fare il mio dovere».
«Ma certo». Aristide rise. «Mica perdo tempo con te che non sei neppure un vero uomo». Andò via.
Saturnino inarcò un sopracciglio. Se per Aristide essere veri uomini dipendeva da quanto vino si beveva, allora c’era una grande differenza fra loro due.
Fissò Aristide dirigersi verso le carrozze della sussistenza e lo lasciò perdere.
Dopo alcuni minuti, dei soldati si comportarono come se ci fosse una tragedia, tanto gridavano.
«Che succede, ora?». Saturnino era incuriosito.
«Non c’è più il vino!» segnalarono.
Fra loro c’era Aristide che piagnucolava.
Saturnino non ci vedeva nulla di grave, ma poi arrivò il sergente che scuoteva il capo. Dopo di lui, anche il capitano Chevallier che era preoccupato.
I fantaccini sembravano esasperati, protestavano. «Io voglio trincare, sbevazzare!».
«Pure io!».
Gli altri protestarono allo stesso modo.
«Calmi, calmi» li esortò il sergente. «Adesso corriamo ai ripari». Si consultò con il comandante.
Arrivò Aristide che si era ingrugnato. «Non è possibile: non c’è il vino!».
«Com’è successo?». Saturnino non aveva tutto quel desiderio di saperlo, lo disse solo per circostanza.
«Pare che il soldato che guidava la carrozza con le botti di vino si sia perso ed è finito in bocca al nemico, così adesso sono gli austriaci ad averlo».
«Be’, allora saranno gli austriaci a ubriacarsi, mica noi».
«Non dire stupidaggini». Per la seconda volta Aristide lo spinse via.
Prima che Saturnino potesse reagire, il sergente intervenne dicendo: «Ho parlato con il capitano. Dobbiamo trovare un po’ di vino, o sennò…».
Fra la truppa c’era gente che era seccata, tutti si scambiavano occhiate cupe.
Il sergente continuò. «Voglio due volontari perché vadano alla ricerca del vino».
Aristide alzò il braccio. «Ci vengo io… e anche Patrizi».
«Un momento. Io…».
Prima che Saturnino potesse smentire il commilitone, il sergente sorrise. «Molto bene. Allora ci pensate voi due».
Aristide batté le mani per esortare a muoversi. «Andiamo a prendere i moschetti e poi diamoci una mossa».
Saturnino era seccato, ma pensò che forse era meglio accondiscendere ai desideri di Aristide. Sembrava ci tenesse proprio a “trincare”.
Corsero a prendere i Charleville e poi si avviarono lungo la strada che avevano intrapreso per giungere fin lì. Saturnino si era rassegnato.
Aristide era entusiasta, ma solo che Saturnino aveva dei dubbi. «Ma cosa pretendi di fare, adesso?».
«Trovare il vino».
Di fronte alle spallucce di Saturnino, Aristide aggiunse: «È un dovere farlo! Se lo recuperiamo, la truppa diventerà più battagliera».
«Mah, guarda… io a Varese mi sono ubriacato qualche volta e non è che sia stato tanto bello…».
«Tu sei una femminuccia!».
Saturino scosse la testa. «Inizi a essere offensivo».
Lo lasciò perdere in fretta. «Guarda da questa parte».
«Eh, sentiamo!».
Aristide indicava i solchi lasciati dalle ruote dei carri. «Qui dove sono più profondi e più numerosi è dove sono passati quelli che abbiamo visto, invece… guarda!, questi solchi sono troppo esili e vanno in quella direzione».
«Capisco». Saturnino ormai aveva capito che doveva farsi trascinare in quell’avventura.
Con Aristide in testa, seguirono i solchi finché non giunsero in una boscaglia che aveva l’aspetto di un luogo intricato, qualcosa tipo che se un carro pieno di botti di vino ci finiva dentro allora non ne rimaneva più traccia.
Aristide stava per scoraggiarsi, ma Saturnino indicò. «Da questa parte! Vedi, i rami sono spezzati e i cespugli sono stati calpestati da qualcosa».
«Pensi che sia questa la strada?».
«Oh, io non sono un gendarme, ma credo sia questa l’unica possibilità».
Fece una smorfia di come si dovesse accontentare. «Se lo dici tu».
Seguirono quel passaggio nella vegetazione finché non giunsero in uno spiazzo dove c’era una carrozza con i simboli della Grande Armata.
Aristide stava per lanciare un urlo, ma Saturnino lo fece tacere mettendogli una mano in bocca. «Aspetta».
La carrozza era lì, ma c’erano anche dei soldati austriaci.
Accanto a loro, un uomo del servizio di sussistenza era legato e imbavagliato, intanto gli austriaci si servivano del vino e ridevano come angeli del cielo.
Aristide sibilò una protesta. «Lo stanno bevendo tutto loro!».
«Sì, è vero». Saturnino non poté fare altro che annuire di fronte all’evidenza.
«Dobbiamo fare qualcosa, o sennò a noi non rimane nulla».
«L’unica è chiamare rinforzi…».
«No!». Aristide era irragionevole. «Così perdiamo tempo e tutto il vino va perso».
«Cosa intendi fare?».
Aristide non rispose se non con il gesto di prendere la mira con il Charleville e, prima che Saturnino potesse bloccarlo, fece fuoco.
La pallottola colpì un austriaco che cadde in terra, tutti gli altri si girarono a guardare e tentarono di correre ai loro moschetti ma ci fu chi inciampò, chi si mise a piangere e tutti stavano cantando ubriachi fradici.
Aristide si tuffò nella battaglia, Saturnino gli stette dietro e tutti e due fecero lavoro di baionetta.
Metà degli austriaci morirono, gli altri scapparono e mentre Saturnino liberava l’uomo della sussistenza Aristide sbraitava: «Metà del vino l’hanno consumato loro!».

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Chi lo ha scritto

Kenji Albani

Kenji Albani è nato il 13 novembre 1990 a Varese (è italiano, nonostante il nome giapponese). Nel 2008 il suo racconto “Visite dall’aldilà” è stato segnalato al concorso indetto dalla Giulio Perrone Editore. Nel 2018 si è diplomato sceneggiatore di fumetti alla Scuola del Fumetto di Milano, nel 2020 si è laureato in scienze della comunicazione all’Università degli Studi dell’Insubria e sempre nel 2020 è arrivato finalista al concorso “Pergamene stellari” indetto dall’associazione culturale Yavin4 con il racconto “Un dinosauro tra quanta confusione”. Dal 2018 pubblica ebook con Delos Digital tra i quali l’antologia da lui curata “Dark Graffiti” e il saggio sulla Guerra Iran-Iraq “La primissima guerra del Golfo”. Nella primavera del 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo, “1572”, con “L’Undicesimo Libro”. Solitamente pubblica racconti brevi su Wattpad, Inksection, Edizioni Open, L’Undici, Braku, IlMioLibro, L’Infernale, Racconticon e Writers Magazine Italia. Lavora come sceneggiatore di fumetti per Ilmiofumetto.it e articolista per Leggimela.

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