Moschetto e shakò – Estrema difesa

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Azzurro.
Saturnino, ovunque guardasse, vedeva solo azzurro.
Era esasperante, quel colore.
Il cielo, l’affluente del Danubio e poi le uniformi degli austriaci.
Strinse il Charleville e si preparò a combattere.
Intorno, gli altri fantaccini erano già pronti al combattimento. L’intera compagnia era accanto al ponte, lo proteggeva, neanche fosse un neonato.
Sotto il sole di Austria, Saturnino aspettò.
Il resto della compagnia stava in silenzio, anche gli ussari austriaci stavano in silenzio. Da una parte gli italiani al servizio dei francesi, dall’altro gli austriaci, si scambiavano occhiate in tralice.
Cosa stavano aspettando, gli ussari? I fantaccini erano immobili, il ponte era dietro di loro e avrebbero fatto ogni cosa per impedire il passaggio degli austriaci dall’altra parte del fiume. Eppure, gli ussari sembravano ancora indecisi sul da farsi.
Adesso Saturnino stava contando i cavalieri che aveva di fronte. In tutto dovevano essere un centinaio, ma la sua era una stima: non aveva ancora terminato il conteggio.
Aristide si mise a cantare una canzone da taverna, allora tutti i fantaccini gli diedero corda.
Era una canzone triste, volgare, ma a Saturnino fece piacere: gli diede un senso di nostalgia che tutto sommato non era malinconica, no, più che altro aveva voglia di tornare a Varese, nel Regno d’Italia, e tutto ciò gli fece ricordare che a parte la compagnia, a parte l’Austria e la Guerra della Quinta coalizione, lui aveva anche qualcosa che poteva chiamare “casa”.
Fece un sussulto, si era distratto, aveva perso il conto degli ussari che, come se fossero avvoltoi, aspettavano ancora qualcosa che nessuno capiva cosa fosse.
Stava per rimettersi a contarli, quando da dietro alcuni piccoli rilievi giunse un ussaro che si mise a urlare in tedesco.
Tutti gli ussari si girarono a guardarlo, poi tornarono a osservare in tralice i fantaccini.
Il capitano Chevallier intuì che stava per succedere qualcosa, ma se era per quello l’intera compagnia l’aveva capito.
Ogni singolo elemento del reparto si tenne stretto il Charleville e smise di cantare. Solo Aristide insisté un po’, ma poi si arrese.
I fantaccini si scambiarono occhiate cupe. Quel giorno ci sarebbero stati dei morti, ma Saturnino avrebbe voluto dire: “È certo che ci saranno dei morti… questa è una guerra!”. Non lo fece, però, perché gli ussari sguainarono all’unisono le sciabole e dopo un urlo potente quanto corale si gettarono al galoppo verso la compagnia di Saturnino.
Saturnino non comprese cosa stessero dicendo, ma non se ne curò. Strinse con ancora più forza di prima il Charleville e attese che gli ussari picchiassero contro le tre linee in ordine, in attesa del combattimento.
La loro carica fu lenta, eppure non erano cavalieri pesanti, i momenti si dilatarono e alla fine un cavallo giunse di fronte a Saturnino, che tenne duro.
Saturnino sentì l’improvvisa pressione degli ussari. Non solo di quello che aveva davanti, ma anche di tutti gli altri che erano attorno.
Quell’ussaro sventolò la sciabola e cercò di colpire Saturnino; dal canto suo, Saturnino parò i colpi di sciabola con cui tentava di decapitarlo o comunque ferirlo e nel frattempo cercava di infilzare il cavallo. Lo sapeva, colpito il cavallo allora l’antagonista sarebbe crollato in terra e sarebbe stato molto meno di un fantaccino.
Più facile a dirsi che a farsi.
Per quanto Saturnino si impegnasse, l’ussaro era sempre lì e grazie alla sua posizione elevata aveva buon gioco a ingannare Saturnino il quale resisteva, ma anche se l’ussaro aveva solo la sciabola e lui un moschetto, era l’ussaro a essere più facilitato.
Eppure, non era ancora riuscito a ucciderlo.
Forse fu quel concetto che passò per la testa all’ussaro e allora fece impennare il cavallo. Rabbia, sconforto o cosa?
Non ci poté credere, Saturnino, ma quella era un’ottima occasione per prevalere.
Mentre gli zoccoli roteavano di fronte a lui, Saturnino allungò il Charleville e colpì il cavallo all’addome.
La baionetta affondò e il sangue sprizzò in abbondanza.
L’ussaro gridò tutta la sua frustrazione, un attimo dopo crollò a terra.
Adesso il cavallo agonizzava, ma l’ussaro era stato abbastanza veloce da liberarsi della staffa appena in tempo.
Saturnino se lo ritrovò davanti e gli avrebbe volentieri sparato, peccato che Chevallier aveva disposto che prima dello scontro nessuno caricasse il moschetto.
Per tutta risposta, ai gesti di sfida dell’ussaro Saturnino fece una smorfia e si apprestò ad affrontare il prossimo cavaliere, solo che quel tipo che Saturnino era riuscito a far cadere gli si fiondò contro.
Colto di sorpresa, Saturnino quasi cadde in terra ma poi ce la fece a rimanere in equilibrio.
L’ussaro era piccolo ma furibondo e le tentò tutte per ferirlo, ucciderlo, ma Saturnino ebbe successo nell’impedirgli di fargli del male. Nel frattempo, cercava di sbarazzarsi di lui, però aveva un moschetto troppo lungo e al massimo poteva picchiare la canna contro il cavaliere appiedato, invece quest’ultimo non la finiva di provare a ferirlo a suon di colpi di sciabola.
Adesso era Saturnino a prevalere su di lui in quanto ad altezza, ma ciononostante l’ussaro era convinto di poterlo uccidere e per questo era come se stesse danzando una danza di guerra… o di morte.
Saturnino scrutò i commilitoni intorno. Anche loro stavano fronteggiando gli ussari, ma nessuno un avversario a piedi. Se gli altri cavalieri venivano disarcionati, si limitavano a scappare via, sparendo in quella selva di zampe in movimento.
Saturnino si chiese come mai quell’ussaro si fosse tanto incaponito a cercare di fargli del male. Poteva essere qualunque cosa, ma Saturnino era così preso dal difendersi che non ci poteva riflettere sopra e continuò a destreggiarsi per respingere l’ussaro furibondo.
All’improvviso, quando sembrava che il cavalleggero avesse ancora molte altre energie, ci fu uno sparo e il cavalleggero cadde sull’erba, un rivolo di sangue alla bocca.
«Ma…». Saturnino non capì cos’era successo.
«Scusami». Nonostante il rumore, Aristide si fece sentire bene. «Ho voluto aiutarti».
Saturnino non poté arrabbiarsi: doveva pensare al prossimo ussaro che già gli si era parato davanti in quell’estrema difesa.
Sarebbe stata una sfida identica alla precedente?

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Chi lo ha scritto

Kenji Albani

Kenji Albani è nato il 13 novembre 1990 a Varese (è italiano, nonostante il nome giapponese). Nel 2008 il suo racconto “Visite dall’aldilà” è stato segnalato al concorso indetto dalla Giulio Perrone Editore. Nel 2018 si è diplomato sceneggiatore di fumetti alla Scuola del Fumetto di Milano, nel 2020 si è laureato in scienze della comunicazione all’Università degli Studi dell’Insubria e sempre nel 2020 è arrivato finalista al concorso “Pergamene stellari” indetto dall’associazione culturale Yavin4 con il racconto “Un dinosauro tra quanta confusione”. Dal 2018 pubblica ebook con Delos Digital tra i quali l’antologia da lui curata “Dark Graffiti” e il saggio sulla Guerra Iran-Iraq “La primissima guerra del Golfo”. Nella primavera del 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo, “1572”, con “L’Undicesimo Libro”. Solitamente pubblica racconti brevi su Wattpad, Inksection, Edizioni Open, L’Undici, Braku, IlMioLibro, L’Infernale, Racconticon e Writers Magazine Italia. Lavora come sceneggiatore di fumetti per Ilmiofumetto.it e articolista per Leggimela.

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