Moschetto e shakò – Avventura nella palude

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«Che cosa c’è da quella parte?».
Alla domanda di Saturnino, Aristide scoppiò a ridere. «C’è qualcosa che non ti immagineresti mai».
Sentita quella risposta, Saturnino mise le mani in tasca. «Me lo voglio proprio immaginare. Eh, dimmi, di cosa si tratta?».
«Di una palude».
Saturnino fece uno sbuffo. «Tutto qua?».
«Sì, esatto».
Agitò un attimo la testa. «Ma dai, tutte queste chiacchiere per… una semplice palude? Anche dove abito io ce n’è una».
«Ma sul serio? Da dove vengo io, invece, non ce ne sono».
«Non so di preciso dove tu abiti, ma non è importante». Saturnino si avviò.
«Dove vai?».
«Verso la palude».
Aristide fece una smorfia. «Allora non hai capito nulla. Lì c’è una palude, è pericoloso…».
«Non ci credo. Cosa ci può essere di pericoloso? Voglio dire, questa è l’Austria, lì c’è una palude di un affluente del Danubio, e poi… questa è una guerra».
«Lo so benissimo che siamo in guerra: Napoleone contro la Quinta coalizione… ma anche se questo conflitto non sembra finire mai, ciò non toglie che è meglio evitare certi rischi».
«I quali sarebbero?». Di fronte alla dichiarazione di Aristide, Saturnino agitò la testa. Erano quelli i momenti in cui apprezzava di meno il commilitone.
«Sabbie mobili, serpenti, insidie di ogni tipo e… al momento non mi viene altro in mente, però è meglio che mi ascolti».
«Non mi hai convinto» rivelò alla fine Saturnino.
«Così vuoi andare da quella parte?».
«Esatto».
«Ma non mi vuoi proprio dare retta!» si inalberò Aristide.
Per contro Saturnino fece una risata e disse: «No, è perché non ti credo».
Detto questo, Saturnino raccolse il Charleville e andò a visitare la palude.
L’aria era umida, faceva caldo e Saturnino era anche stanco di vagare per le contrade del paese nemico con la speranza di ritornare un giorno a Varese, nel Regno d’Italia, cosa che non succedeva mai.
Adesso che era lì nella palude, con il moschetto in spalla, osservò l’ambiente. Alla fine era una palude qualunque, non aveva nulla di diverso da quelle del suo paese: canneti, pantani, il gracidare delle rane… non sembrava esserci nulla di interessante.
Forse alla fine Aristide aveva avuto ragione a che Saturnino lasciasse perdere, ma era solo che il commilitone si era sbagliato: invece che “pericolosa” doveva definirla “noiosa”, non c’era nulla di interessante!
Mentre Saturnino stava per fare dietro front e tornare all’accampamento, sentì dietro di sé un urlo.
Fece un grugnito. Forse alla fine qualcosa da vedere c’era.
Osservò la scena, in attesa di vedere cosa potesse attirare il suo interesse, ma vide che tutto era immoto.
Si sarebbe dovuto avventurare in quell’ambiente per indagare?
Con una smorfia scese dall’erba e si inoltrò nel fango sporcandosi le ghette e con il timore che da un momento all’altro potesse sprofondare in un fosso. Si riprometteva sempre, a ogni istante, di essere attento, ma non si sapeva mai.
Giunse fin dietro a un canneto e se non gli era successo nulla sino a ora, comunque stava vedendo qualcosa.
C’era una stamberga e lì davanti un gruppo di soldati austriaci.
Saturnino sgranò gli occhi. Non era possibile… Senza volerlo, aveva scoperto una base segreta dell’esercito nemico.
Gli venne in mente di correre via e lanciare l’allarme, ma sapeva che così facendo avrebbe fatto tanto di quel rumore che gli austriaci se ne sarebbero accorti.
Allora doveva muoversi con lentezza, però aveva il dubbio che così gli sarebbero sfuggiti.
La possibilità di guadagnare un’onorificenza lo allettava e alla fine prese la sua decisione.
Ringraziò per un attimo Aristide per avergli parlato dei rischi della palude, si appostò meglio e spianò il Charleville.
Prese la mira.
Il moschetto era carico, chissà perché l’istinto gli aveva suggerito di tenerlo carico prima di avventurarsi in quella palude.
Aveva di fronte a sé il sergente austriaco.
Tirò il grilletto e ci fu la detonazione.
Il colpo fece accasciare in terra il sergente, la truppa si allarmò.
Grazie alle urla degli austriaci, Saturnino sapeva che era in grado di fuggire senza essere udito e così fece.
Sguazzò nel fango e raggiunse la terraferma, poi fu più semplice correre fino all’accampamento.
Lo accolse il capitano Chevallier con accanto Aristide. «Patrizi, ma dov’eri finito? Ti stavamo dando per disertore o disperso…».
«Signor capitano… una base segreta… lì, nella palude…». Ansimava.
«Calma, calma, che stai dicendo?».
«Una base segreta… austriaci… ho sparato a un sergente…».
Chevallier si rivolse ad Aristide. «Alzati, tu ci capisci qualcosa?».
«No, signor capitano».
Così Chevallier fece una smorfia. «Bevi un sorso d’acqua, Patrizi, recupera il fiato, poi mi dici cos’è successo».
Ma Saturnino non era di quell’idea. «Signor capitano… non avete sentito lo sparo?… Se facciamo finta… di nulla… gli austriaci scappano…».
Prima che Chevallier o Aristide potessero capire qualcosa, dalla palude giunsero urla e spari.
Si girarono tutti a guardare e Saturnino vide dei soldati austriaci infangati uscire dalla palude e incominciare a costituire una rigida linea di battaglia.
«Ma sono gli austriaci!» gridò Chevallier.
«E io cosa vi dicevo» commentò seccato Saturnino.
La compagnia di fantaccini si preparò alla battaglia, ma prima Saturnino prese per un braccio Aristide. «Dimmi, tu lo sapevi?».
«Di cosa?».
«Della base segreta».
«Io? No».
«Non dire sciocchezze».
«Ti sto dicendo la verità, Saturnino».
«Ma allora perché non volevi che la visitassi?».
«Per il motivo che sapevo che non era un buon posto a cui dare un’occhiata, tutto qua».
Saturnino non capì se Aristide diceva il vero o no, comunque la compagnia degli uomini in blu si dispose su tre file davanti a quella degli austriaci. Ci furono alcuni scambi di moschetteria e i nemici arretrarono per poi scappare nella palude. Agli ordini di Chevallier, i fantaccini si gettarono all’inseguimento ma finirono per impantanarsi nella palude.
«Oh, no, no, no!». Chevallier si lamentava, dato che pure lui era a piedi.
Aristide si rivolse a Saturnino. «Ecco, vedi cosa intendevo? Questo». Con un braccio mostrò quella scena.
Erano bloccati nel fango senza possibilità di avanzare. Tutto finì lì.

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Chi lo ha scritto

Kenji Albani

Kenji Albani è nato il 13 novembre 1990 a Varese (è italiano, nonostante il nome giapponese). Nel 2008 il suo racconto “Visite dall’aldilà” è stato segnalato al concorso indetto dalla Giulio Perrone Editore. Nel 2018 si è diplomato sceneggiatore di fumetti alla Scuola del Fumetto di Milano, nel 2020 si è laureato in scienze della comunicazione all’Università degli Studi dell’Insubria e sempre nel 2020 è arrivato finalista al concorso “Pergamene stellari” indetto dall’associazione culturale Yavin4 con il racconto “Un dinosauro tra quanta confusione”. Dal 2018 pubblica ebook con Delos Digital tra i quali l’antologia da lui curata “Dark Graffiti” e il saggio sulla Guerra Iran-Iraq “La primissima guerra del Golfo”. Nella primavera del 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo, “1572”, con “L’Undicesimo Libro”. Solitamente pubblica racconti brevi su Wattpad, Inksection, Edizioni Open, L’Undici, Braku, IlMioLibro, L’Infernale, Racconticon e Writers Magazine Italia. Lavora come sceneggiatore di fumetti per Ilmiofumetto.it e articolista per Leggimela.

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