Moschetto e shakò – I furibondi attacchi

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«A volte mi domando se mai avrò un figlio».
Accanto a Saturnino, Aristide Alzati si scrollò nelle spalle. «Cosa ti importa?».
Saturnino lo fissò in tralice. «Non pensi che sia bello avere… una discendenza?».
Di nuovo fece spallucce. «No. Io penso ad altro…».
«Vedo che abbiamo idee differenti».
«È vero. Ma ricordati di una cosa: noi siamo qua a combattere, non a pensare al nostro futuro o a quello delle nostre gonadi». Fece un sogghigno. «Pensa, potremmo morire stasera stessa».
Saturnino fece una smorfia. «Purtroppo hai ragione». Mise le mani in tasca e fu allora che arrivò il sergente. Rosso in faccia come sempre, si mise a urlare: «Prepararsi per la marcia, coraggio, pecoroni!». Poco ci mancava che li bastonasse.
Saturnino, Aristide e tutti gli altri fantaccini si caricarono in spalla gli zaini, quindi iniziarono a costituire una colonna. Non appena la ebbero composta, al rullo dei tamburi iniziarono a incamminarsi per quella strada polverosa.
Impero Austriaco, fece mente locale Saturnino, anno del Signore 1809. È estate e abbiamo vinto da pochi giorni a Wagram, eppure la pace tarda a venire. Per quanto altro tempo continueremo a combattere? Io voglio tornare a Varese.
Si ricordò che lì, in Lombardia, c’era una ragazza che gli piaceva. Aveva voglia di baciarla e…
Da dietro una collina giunse un gruppo di ulani austriaci così Saturnino smise di pensare a quelle sciocchezze. Con le loro uniformi variopinte, gli ulani stettero lì a fissare i fantaccini. Secondo Saturnino, presto si sarebbero ritirati e tutto sarebbe finito lì, ma invece i cavalleggeri si scambiarono delle urla e dopo di loro, sempre da dietro quella collina, giunsero altri ulani che si accumularono fino a costituire una compagnia intera.
Gli ulani fissarono arcigni i fantaccini in blu.
Il capitano Chevallier, dall’alto del suo cavallo, sembrò nervoso. «Facciamo finta di niente. Se non ci attaccano, lasciamoli perdere».
Saturnino pensò che forse sarebbe stato meglio così, ma solo che sia lui che il capitano si sbagliarono perché di fronte a loro si parò una compagnia di corazzieri austriaci, le corazze splendenti e le sciabole pronte a fare a pezzi gli italiani della Grande Armata.
«Come non detto» borbottò Chevallier. «Mi sa che combatteremo».
Gli ulani erano a destra, i corazzieri di fronte, e la colonna di fantaccini andò a comporre un piccolo quadrato di fanteria. Era appena abbozzato, loro erano una compagnia e non potevano adattarsi a una formazione che era meglio costituire stando assieme al resto del battaglione.
Saturnino era in prima fila, con il Charleville che più che un moschetto era una picca. Stava in ginocchio, attendeva.
Fra i cavalieri nemici si rincorsero delle grida, poi gli ulani prima, i corazzieri dopo, partirono alla carica.
I cavalli sbavavano, i soldati in sella urlavano per la guerra che desideravano e Saturnino strinse forte il Charleville. Si sentì quasi come un oplita della Grecia antica, o anche un fante della falange di Alessandro il Grande. Aveva letto qualcosa in una biblioteca dove aveva fatto il garzone.
Gli ulani da destra e i corazzieri da davanti picchiarono sui fantaccini e scoppiarono piccole gazzarre sanguinose. Se le lance degli ulani cercarono di trapassare i soldati in blu, i corazzieri sventolarono le sciabole nel tentativo di mozzare e fare a pezzi, mentre i cavalli calpestavano a morte i poveretti troppo sfortunati per finire sotto i loro zoccoli.
Saturnino non era proprio al centro di una delle due zuffe, era semmai un po’ vicino a quella fra corazzieri e fantaccini, sulla destra. A un tiro di schioppo da lui c’erano gli ulani e vedeva tutto benissimo. Invece Aristide urlava e strepitava bestemmiando tutti: era al centro della ressa fra italiani e corazzieri e agitava il Charleville cercando di non soccombere sotto gli zoccoli di una di quelle robuste cavalcature.
Prima gli ulani, poi i corazzieri, iniziarono a ritirarsi e dopo che si radunarono ad alcune decine di metri, gli ufficiali li arringarono e intanto i fantaccini si leccavano le ferite.
C’era chi era di ghiaccio, chi urlava sfogando tutta la sua paura. Aristide era al centro di tutto. «Coraggio, facciamogliela vedere, noi, schiavi ogn’or frementi!».
Secondo Saturnino quell’espressione sarebbe stata meglio su un libro di una qualsiasi scrittrice inglese, ma poi lasciò perdere per il motivo che i corazzieri si rigettarono alla carica.
Erano dei furibondi attacchi.
Con un urto spaventoso, i corazzieri calarono come un maglio fatto di tanti magli sui fantaccini. Precisione germanica, aveva colpito quasi nello stesso punto dove avevano attaccato prima.
Di nuovo fu tutto uno sventolare di sciabole contro Charleville declassati a picche e i volti si arrossarono, alcuni per la furia, altri per il sangue.
Un corazziere si parò di fronte a Saturnino e questi vide il cavallo che sembrava più una creatura infernale e il cavaliere che si dimostrava come se fosse un demone figlio di Belzebub o Asmodeo.
Saturnino si difese da quell’aggressione, ma sempre stando in ginocchio. Con la baionetta ferì una giuntura della zampa sinistra del cavallo, poi allungò la baionetta e gli incise un taglio poco sotto la gola. Il sangue colò a cascata, quindi Saturnino, più ringalluzzito, fece un affondo ascendente e trafisse il destriero alla gola, stavolta sì. Il destriero lanciò più un barrito che un nitrito e mentre il sangue continuava a colare si rovesciò per terra intrappolando una gamba del corazziere. Adesso l’austriaco urlava, si dibatteva, ma Saturnino fu crudele: lo lasciò lì, in modo che seminasse più panico che altro; l’avesse eliminato subito, sarebbe stato un cadavere in più, ma soprattutto muto.
Nei minuti seguenti, corazzieri e ulani fecero nuovi furibondi attacchi; quelle cariche picchiarono duro, sempre negli stessi punti, la loro intenzione era di logorarli, ma alla fine il capitano Chevallier urlò: «Contrattacco! Alla baionetta!».
«Contrattacco… Alla baionetta…» ripeterono come un sol uomo i fantaccini.
Decollarono dalle loro posizioni e aggredirono corazzieri e ulani facendo strage di cavalli e uomini. Ci fu chi fuggì senza cavallo, chi senza uomo, mentre molti morirono e pochi rimasero in sella per riparare lontano da quegli ossessi.
«Niente male» commentò il sergente. «Abbiamo resistito a un doppio attacco contemporaneo di ulani e corazzieri e per giunta abbiamo contrattaccato…».
Aristide si parò di fronte a Saturnino. «Bene, siamo vivi».
«Già». Saturnino sorrise. Ripensò di nuovo a quella ragazza, e Aristide fu come se gli avesse letto nel pensiero: «Lascia stare le gonadi» disse, dandogli una leggera spinta.
Forse era tutto?

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Chi lo ha scritto

Kenji Albani

Kenji Albani è nato il 13 novembre 1990 a Varese (è italiano, nonostante il nome giapponese). Nel 2008 il suo racconto “Visite dall’aldilà” è stato segnalato al concorso indetto dalla Giulio Perrone Editore. Nel 2018 si è diplomato sceneggiatore di fumetti alla Scuola del Fumetto di Milano, nel 2020 si è laureato in scienze della comunicazione all’Università degli Studi dell’Insubria e sempre nel 2020 è arrivato finalista al concorso “Pergamene stellari” indetto dall’associazione culturale Yavin4 con il racconto “Un dinosauro tra quanta confusione”. Dal 2018 pubblica ebook con Delos Digital tra i quali l’antologia da lui curata “Dark Graffiti” e il saggio sulla Guerra Iran-Iraq “La primissima guerra del Golfo”. Nella primavera del 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo, “1572”, con “L’Undicesimo Libro”. Solitamente pubblica racconti brevi su Wattpad, Inksection, Edizioni Open, L’Undici, Braku, IlMioLibro, L’Infernale, Racconticon e Writers Magazine Italia. Lavora come sceneggiatore di fumetti per Ilmiofumetto.it e articolista per Leggimela.

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