Moschetto e shakò – Cinquant’anni dopo… in Crimea

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«Mi domando che cosa ci faccia qui, io?».
Serafino continuava a farsi quella domanda, ma solo che la diceva sottovoce. Un po’ voleva che qualcuno lo sentisse e gli rispondesse, un po’ invece desiderava che ciò non avvenisse, sicché non era mai contento.
La verità era che aveva paura di tutto, tranne della morte.
Con gli altri commilitoni stava lì, sulle sponde di quel fiume, e aveva le mani in tasca. Era il momento più adatto per riposare dopo il viaggio in nave scortati dagli ottomani e poi la marcia di avvicinamento fino al teatro operativo.
Di russi non ne aveva visto neanche l’ombra, a patto che si intendessero quelli vivi perché di morti ne aveva visti a iosa.
«Forse è meglio che mi ritiri in tenda» borbottò.
Fece dietrofront e si diresse verso l’accampamento dove con i moschetti allungati dalle baionette e i cappelli piumati, i soldati piemontesi fissavano l’orizzonte di Crimea. Così Serafino raggiunse la sua tenda e stava per entrarci quando di lì passò un infermiere. «No, non lo fare!».
Corrugò la fronte infastidito. «E chi sei tu per dirmelo, scusa?».
«Sono un infermiere, non vedi!». Indicò il simbolo, poi fece un sogghigno. «Ti consiglio di non entrare, se non vuoi morire».
«Senti, non farmi perdere tempo, va bene? Sono stanco, è un mio diritto riposare».
«Ma certo, ma certo. Solo, non noti una cosa?». Fece un sorriso arrogante, di come se Serafino fosse un imbecille.
«Che cosa dovrei notare?». Serafino batté le palpebre.
Gli rise in faccia. «Ma il silenzio, no?». Andò via, poi scuotendo la testa si mise a borbottare: «Colera».
Serafino fece un grugnito. Certo, non era mai stato una cima a scuola ma sapeva qualcosa del colera. Anche il Regno di Sardegna era stato colpito da una piaga del genere e non aveva voglia di soffrire per poi perdere la vita nella maniera meno dignitosa possibile.
Decise di correre via finché non incontrò un sergente. «Signore… ma c’è il colera!».
«Certo che c’è, Patrizi». Pure lui era arrogante. «Non lo sapevi?».
Serafino voleva ribattere che lui aveva una vita a cui pensare, aveva una famiglia e voleva ancora ascoltare le storie di suo padre, Saturnino, che spesso gli raccontava delle sue avventure durante le guerre napoleoniche.
Sussultò. Si rese conto che forse non sarebbe stato per nulla facile, quella campagna.
Dopo alcuni attimi di esitazione, tornò indietro e si avvicinò alla tenda. Era vero, non sentiva nulla, così cercò di recuperare l’equipaggiamento che aveva nel retro dopo aver aggirato la tenda.
Di lì a poco era pronto alla battaglia, solo che non era certo che avrebbe potuto fare qualcosa contro il colera.
Era stato il suo istinto a suggerirgli di agire così, e forse ebbe ragione perché di lì passò il sergente. «Un volontario, mi serve un volontario».
Secondo Serafino tutto era meglio fuorché rimanere in quell’accampamento che puzzava di malattia. «Mi offro io».
Il sergente lo guardò con interesse, poi sorrise. «Bravissimo, Patrizi. Coraggio, vieni con me».
Serafino obbedì e il sergente lo condusse fuori dall’accampamento. Serafino vide altri bersaglieri e con loro c’erano dei granatieri britannici. Serafino fece spallucce. «Ma io non so l’inglese…».
«Non importa, credimi. Ti devi solo unire a quella pattuglia agli ordini del tenente Codenaghi».
«Agli ordini».
Il sergente andò via e Serafino osservò il tenente Codenaghi. Doveva essere un rampollo della nobiltà sabauda, aveva la faccia da tipo con la puzza sotto il naso.
«Andiamo» ordinò Codenaghi, così si avviarono.
La loro era una strana pattuglia: granatieri britannici e bersaglieri piemontesi, ma tutto era meglio tranne ammalarsi di colera.
Si arrampicarono su una collina che dava su un’ansa di quel fiume e, una volta lì in cima, i granatieri tirarono fuori delle bandierine blu e rosse, così presero a fare segnalazioni.
Serafino era perplesso: tutta quella fatica… per così poco? Ma alla fine lui rimaneva un semplice bersagliere e non poteva certo discutere gli ordini e le decisioni degli ufficiali.
A un certo punto, quando i granatieri sembravano concentrati sul lavoro di segnalazione, Serafino vide arrivare dal versante opposto della collina da cui erano venuti dei soldati russi.
Suo padre non li aveva mai affrontati, ma aveva avuto tanti commilitoni che erano stati in Russia con Bonaparte.
Serafino si disse convinto che le uniformi erano cambiate, in quei cinquant’anni, ma dopo un attimo non ci badò più perché si preparò a fare fuoco.
Bersaglieri e granatieri britannici si unirono in una sola falange di moschetti e all’ordine di Codenaghi spararono.
Ci furono degli scoppi, il fumo pervase l’aria, poi Serafino vide che alcuni russi erano caduti, ma altri – la maggioranza – stavano continuando a muoversi contro di loro.
Bastò attendere poco che i russi arrivarono al contatto, le canne di moschetto si intrecciarono, le baionette fecero scempio degli addomi e Serafino uccise, quasi si fece uccidere, ma sopravvisse comunque.
La lotta durò pochi minuti, poi i russi si arresero e si ritirarono fin quasi a cadere e rischiare di rompersi il collo.
I granatieri britannici scoppiarono a ridere per l’entusiasmo, i bersaglieri invece no.
Serafino, dal canto suo, fece spallucce. «Tutto questo… per cosa?».
Codenaghi lo fissò come se si trattasse di un essere inferiore. «Forse non ti è chiaro, ma sono io a comandare qua… e a capire».
«Oh, ma certo, signor tenente. Scusi, signor tenente».
«Ecco, bravo». Con una smorfia offesa gli diede le spalle.
Ancora per altri minuti i granatieri proseguirono con il loro lavoro, ma poi a Serafino venne in mente un’idea. Osservò più da vicino i cadaveri dei russi e si spaventò. Dopo aver imprecato, urlò: «Voglio lavarmi la mani!».
Tutti lo fissarono perplessi.
«Che succede?» intervenne Codenaghi.
«Signor tenente… non l’ha capito!».
«Ma cosa dovrei capire?». Proprio non ce la faceva.
Serafino allungò un braccio per indicare i cadaveri. «Ne sono sicuro, ho assistito a delle epidemie, ho visto i morti… Questi russi… hanno il colera!».
Il tenente grugnì. «Ma sul serio? Voglio controllare».
Serafino non badò più a lui: si mise a urlare e a correre e raggiunse il fiume dove si lavò le mani, ma sentì i granatieri britannici ridere di lui.
Scosse la testa, Serafino. «Quando si ammaleranno, voglio proprio vedere cosa succederà…». Ma di nuovo lo disse sottovoce, come se avesse il timore di essere sentito seppur a dire il vero voleva che lo ascoltassero.

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Chi lo ha scritto

Kenji Albani

Kenji Albani è nato il 13 novembre 1990 a Varese (è italiano, nonostante il nome giapponese). Nel 2008 il suo racconto “Visite dall’aldilà” è stato segnalato al concorso indetto dalla Giulio Perrone Editore. Nel 2018 si è diplomato sceneggiatore di fumetti alla Scuola del Fumetto di Milano, nel 2020 si è laureato in scienze della comunicazione all’Università degli Studi dell’Insubria e sempre nel 2020 è arrivato finalista al concorso “Pergamene stellari” indetto dall’associazione culturale Yavin4 con il racconto “Un dinosauro tra quanta confusione”. Dal 2018 pubblica ebook con Delos Digital tra i quali l’antologia da lui curata “Dark Graffiti” e il saggio sulla Guerra Iran-Iraq “La primissima guerra del Golfo”. Nella primavera del 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo, “1572”, con “L’Undicesimo Libro”. Solitamente pubblica racconti brevi su Wattpad, Inksection, Edizioni Open, L’Undici, Braku, IlMioLibro, L’Infernale, Racconticon e Writers Magazine Italia. Lavora come sceneggiatore di fumetti per Ilmiofumetto.it e articolista per Leggimela.

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