I fari, romantici guardiani della notte

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Il faro di Alessandria

Il faro di Alessandria

Un primo accenno letterario ai fari lo troviamo nell’Iliade, dove nel XIX capitolo Omero paragona lo scudo di Achille che “saldo di lontan splendea come luna” a un fuoco acceso per indicare la rotta ai naviganti . Era infatti questo il metodo utilizzato nel Mediterraneo antico per segnalare a chi si avvicinava a riva scogli e secche pericolosi. Allo stesso scopo servivano i fuochi alimentati dagli Etruschi nelle fonderie lungo le coste della Toscana, dove il materiale ferroso veniva trasformato per ricavarne leghe pregiate come il bronzo. I primi veri fari dovevano essere strutture rudimentali coronate da un braciere su cui veniva ammassato materiale combustibile: infatti non si hanno notizie di complesse opere in muratura prima del IV secolo a.C. mentre sappiamo che all’ingresso dei porti – come quello ateniese del Pireo – potevano essere erette colonne che su cui brillavano fuochi accesi.

Locandina de "Il colosso di Rodi" di Sergio Leone

Locandina de “Il colosso di Rodi” di Sergio Leone

Il capostipite dei fari monumentali fu quello di Alessandria d’Egitto, costruito sull’isoletta di Pharos dall’architetto Sostrato di Cnido per Tolomeo I Sotere e dedicato ai Dioscuri. Ricordato tra le sette meraviglie del mondo, era un’impotente costruzione alta dai 120 ai 130 metri di cui possiamo ricostruire la struttura grazie a molte testimonianze antiche incise su monete d’epoca. Era composto da due torri sovrapposte a pianta geometrica (in basso quadrata, sopra ottagonale ) rastremate verso l’alto, che terminavano in un’imponente lanterna circolare a cui si accedeva tramite scale interne. ed era completato da una statua colossale di Poseidone col tridente che svettava sulla cima. Era interamente rivestito di marmo bianco in modo da brillare sotto il sole anche di giorno. La luce, visibile a circa 50 chilometri di distanza, era ottenuta dalla combustione di oli minerali e legni resinosi, mentre la sua potenza era probabilmente aumentata da uno specchio concavo. L’edificio costituiva anche un luogo di incontro: la parte centrale infatti aveva un balcone da cui godersi il panorama mentre si consumavano rinfreschi. Ci vollero dai 15 ai vent’anni per realizzare l’opera che costò uno sproposito come ci informa Plinio il vecchio, che quantifica la spesa in 800 talenti d’argento, una cifra enorme. La costruzione rimase in piedi per alcuni secoli fino al crollo della lanterna nel 700 d.C. che gli arabi, che governavano l’Egitto, sostituirono con un semplice fuoco all’aperto. Nel 1303 un fortissimo terremoto completò il disastro e i massi dell’ambiziosa costruzione finirono in mare. Quello che avanzava delle fondamenta fu poi utilizzato dal sultano Qaitbey per costruire una fortezza costiera a difesa dei turchi. Del faro non non si parlò più fino al Novecento, quando una spedizione archeologica scoprì sott’acqua massicci blocchi di granito che erano sopravvissuti alla distruzione.

Resti del faro di Alessandria

Resti del faro di Alessandria

I primi grandi porti costruiti nell’antichità necessitavano di potenti impianti di segnalazione, e greci e romani si diedero da fare per approntare opere che superassero l’idea dei falò: il colosso di Rodi non era nato con lo scopo di farne un faro, ma la posizione e le misure gigantesche finirono inevitabilmente per modificarne la destinazione d’uso; inserita tra le sette meraviglie del mondo, era in realtà un’enorme figura antropomorfa con un braciere in mano che rappresentava Elios, il dio del sole, e voleva celebrare la vittoria dei Rodiesi sul sovrano macedone Demetrio Poliorcete. Progettata da Carete di Lindo, discepolo del celebre scultore Lisippo, era alta 7o cubiti – circa 32 metri- e aveva un’anima in pietra rivestita di lastre di bronzo. Anche se l’iconografia classica lo presenta eretto all’imboccatura del porto a gambe spalancate, diversi studiosi contestano questa ipotesi, per l’obiettiva difficoltà tecnica del gigante che, a cavallo di un canale, offriva il torace al soffiare dei venti più impetuosi. Fatto sta che la statua ebbe vita breve e – a causa di un terremoto – crollò in mare solo ottant’anni dopo la sua costruzione. Nel 1961 su questa meraviglia fu anche fatto un film, appunto “Il colosso di Rodi”, diretto da Sergio Leone che prima di passare ai western si era cimentato nel genere peplum, ma senza l’impagabile colonna sonora di Ennio Morricone.

Faro di Cordouan, in Francia

Faro di Cordouan, in Francia

Quelli menzionati non furono gli unici fari dell’antichità: i romani: in particolare si cimentarono in questo tipo di costruzioni sulle coste del Mediterraneo e dell’Atlantico, ovunque giungessero le loro conquiste. In Italia si ricordano quelli di Ostia, Ravenna, Capri e Messina per un totale di un trentina di torri di segnalazione. Oggi una sola di queste opere è giunta fino a noi: si tratta del faro di La Coruña in Spagna, chiamato Torre de Hercules per le leggende che gli sono associate e che sono legate al mitico eroe. Dopo la caduta dell’impero romano e durante il Medioevo si tornò ad illuminare le coste col metodo dei falò all’ingresso dei porti; erano gestiti da ordini cavallereschi e religiosi come i Templari, gli Ospitalieri e i Cavalieri di Malta, ma anche da monaci caritatevoli come San Venerio che viveva su un’isoletta nel golfo di La Spezia o san Ranieri che con quella fiamma notturna proteggeva lo stretto di Messina. Dal XII secolo, con la ripresa dei traffici marittimi e l’avvio delle Crociate, nacquero strumenti per agevolare la navigazione – come la bussola e le prime carte nautiche (i portolani ) – e si tornò a costruire fari di cui alcuni ancora esistenti, sebbene molto restaurati. Un esempio è la torre delle secche della Meloria, primo faro situato in mare aperto, che sebbene distrutto un paio di volte è stato riedificato. Tra il XVI e il XVII secolo e soprattutto in Francia e in Inghilterra alcuni fari furono utilizzati anche per scopi ben diversi dall’illuminazione notturna: un curioso esempio è quello di Cordouan in Francia, eretto su un banco di sabbia al largo dell’estuario della Gironda e tuttora in servizio, che oltre che allo scopo pratico di illuminazione contiene una cappella dedicata alla Vergine, un appartamento colonnato e arredato sontuosamente, ornato di marmi bianchi e neri e una sala detta dei Girondini. L’edificio è entrato a far parte del patrimonio mondiale UNESCO.

Faro di Cordouan. Interno

Faro di Cordouan. Interno

Sempre la Francia è il primo paese europeo che ha istituito un sistema completo  di fari lungo le coste, tra cui in particolare si distingue il faro di Kereon in Bretagna, dagli interni rivestiti di legno. L’Italia possiede molti fari storici, alcuni dei quali si ergono in posizioni suggestive, affacciati sui panorami del Mediterraneo. Quello del porto di Livorno, alto 47 metri, fu costruito per volere di Cosimo I de’ Medici. ed è costituito da due torri merlate sovrapposte. La lanterna di Genova – che oggi è aperta al pubblico – fu iniziata in pieno medioevo   e reca affrescato all’esterno lo stemma cittadino. Nel XV secolo  diventò una prigione in cui furono rinchiusi per un quinquennio come ostaggi il re di Cipro e sua moglie. La torre, più volte danneggiata da fulmini ed eventi bellici, ha subito numerosi lavori di consolidamento. Il  suo mantenimento era molto oneroso e – come per altri fari – si dovette istituire una tassa che i proprietari delle navi in arrivo nel porto erano tenuti a pagare. La pulizia della lampada era affidata a una squadra di “turrexani”, tra cui ci fu anche un antenato di Cristoforo Colombo. Oltre che in Europa i fari sono sorti in tutto il mondo. Molti ce ne sono negli Stati Uniti e tra questi ricordo soprattutto quelli del Maine  dipinti dal grande Edward Hopper, evidentemente colpito dal fascino malinconico e solitario di questi custodi delle coste.

La lanterna di Genova

La lanterna di Genova

Il progresso nella storia dei fari doveva necessariamente tenere conto dell’evoluzione tecnica dei sistemi di illuminazione che ovviamente prima della scoperta dell’elettricità si avvalevano del fuoco alimentato solitamente dall’olio. La luce era poi riflessa da specchi parabolici rotanti, dal momento che doveva muoversi in senso circolare, illuminando a miglia di distanza il paesaggio circostante. Un bruciatore di questo tipo, munito di dieci stoppini, fu inventato nel 1782 dal fisico svizzero Aimé Argand, mentre ulteriori miglioramenti furono apportati in seguito dall’ingegnere svedese Jonas Norberg e dall’orologiaio francese Bertrand Carcel, il cui sistema azionato da contrappesi era manovrato a mano ed è ancora presente in molti fari. Nel XIX secolo, il periodo del boom dei fari, furono inventate nuove lenti, caratterizzate da uno spessore totale ridotto che permette la costruzione di ottiche meno ingombranti (lenti di Fresnel).

Edward Hopper. La collina del faro

Edward Hopper. La collina del faro

Ma l’intervento umano era pur sempre necessario. e se all’inizio per manovrare il meccanismo e alimentare il fuoco si ricorreva alla mano d’opera di schiavi, in seguito si ricorse a una nuova figura professionale: il guardiano del faro, spesso circondato da un alone di fascino e mistero. Nel Medioevo, come già si è accennato in precedenza, la funzione, soprattutto in Francia e in Inghilterra, veniva svolta dai monaci in maniera volontaria per prestare assistenza alle navi di passaggio. Ma soltanto nel diciannovesimo secolo, con l’aumento del numero dei fari, quella del “guardiano” diventò una vera e propria professione. I faristi stanno scomparendo, in gran parte perché dall’ultimo secolo le nuove tecnologie e l’automatizzazione hanno reso il mestiere di guardiano del faro quasi hi-tech: molti fari sono telecomandati ed è sufficiente una manutenzione periodica. Rimane il fatto che sono moltissime – almeno in Italia – le domande alla Marina Militare sotto la cui giurisdizione cadono le torri che sorgono sugli 8000 chilometri delle nostre coste. Per fare questo mestiere occorrono – oltre che le conoscenze tecniche opportune, la voglia e l’abilità di eseguire anche opere di manutenzione straordinaria (come riparare il tetto o verniciare i muri) – passione e capacità di adattamento, senza dimenticare che si tratta di un lavoro poco remunerato. I fari sono costruzioni fragili e romantiche, sia perché sono esposti alla furia degli elementi (parecchi sono stati distrutti dalle tempeste) sia per la loro posizione isolata dal resto del mondo, dove l’uomo si trova a tu per tu con il mare. Quelli dismessi sono spesso diventati strutture ricettive di lusso che offrono ai turisti una settimana a contatto con la natura ma non proprio alla portata di tutte le tasche. Chi decide di imbarcarsi per questa avventura oltre a rassegnarsi a spendere sui 5.000 euro alla settimana, deve anche sapere che vivere in un faro comporta scomodità come la lontananza da luoghi abitati (niente cinema o passeggiatina serale) senza contare il rischio di beccare brutto tempo, durante il quale l’unica distrazione sarà rimanere chiusi nella propria stanza avendo– come unica compagnia – il rumore delle ondate che si infrangono sugli scogli.

 

Un faro come albergo

Il faro di Capo Spartivento in Sardegna, trasformato in resort

Fonti: 

 https://www.storicang.it/a/il-meraviglioso-colosso-di-rodi-dedicato-sole_14655

http://www.aracneeditrice.it/pdf/9788895769493.pdf

uhttps://www.ilmondodeifari.it/category/una-luce-nel-buio

https://www.ilmondodeifari.com/page_20.html

 

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