Moschetto e shakò – La biblioteca della Sfinge

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«Non ne voglio sapere… lasciatemi andare, lasciatemi andare!».
Aristide sbuffò. «È sempre così fastidioso?».
Per contro, Saturnino fece spallucce. «Non lo so. Io l’ho sempre combattuto, mica ci ho fatto amicizia».
Radetzky continuava a lamentarsi e i fantaccini lo guardavano a metà in tralice, l’altra metà con curiosità. Non era cosa di tutti i giorni avere accanto a sé un tenente feldmaresciallo prigioniero.
Anche Saturnino non aveva tutta quell’esperienza in fatto di ufficiali austriaci, ma voleva procedere in avanti.
Seppur Radetzky stesse facendo baccano, i fantaccini continuarono con la marcia e tiravano l’ufficiale per quelle corde che lo tenevano legato. A momenti Aristide sembrava volerlo sgozzare, ma invece non faceva nulla.
Saturnino si decise a fare finta di niente.
Camminarono lungo quel sentiero e poi Saturnino si accorse che non potevano proseguire così. Si girò a guardare Radetzky. «Mi ascolti».
L’ufficiale non la finiva di lamentarsi.
«Mi ascolti».
Adesso l’austriaco era più tranquillo. «Eh, che c’è?».
«Dicci dove andare. Non so bene verso dove dobbiamo dirigerci».
«Ah, lo vuoi sapere, eh? Italiano. Io…».
Saturnino si incupì. «Ascoltami, non ho più intenzione di stare ad ascoltare le tue lamentele. O ci sei di aiuto, oppure ti impicchiamo a quell’albero».
Lo irrise. «Non lo fareste mai, lo so benissimo, voi italiani siete troppo vigliacchi».
«Credo proprio che lei abbia un’idea sbagliata di noi italiani» intervenne Aristide. «È vero che combattiamo per Napoleone, ma ciò non toglie che ci sappiamo dar da fare. Si ricordi che abbiamo vinto noi a Wagram, quindi i nostri sforzi non sono da sottovalutare».
«Dimmi pure quel che vuoi, italiano, ma io non cedo».
Lo diceva proprio in quel tono, diceva “italiano” come se fosse un insulto. Se Saturnino cercava di essere paziente, Aristide non era della stessa idea. «Non farci perdere la calma… non mettere a dura prova la nostra tolleranza».
«Italiani». Sorrise, allora, ma un attimo dopo Aristide lo abbatté in terra con un pugno.
Radetzky uggiolò e Aristide avrebbe fatto di più se non fosse stato che Saturino fosse intervenuto. «Fermo, camerata, fermo!».
Aristide gli diede retta e dopo un debole calcio voltò le spalle al prigioniero.
Saturnino si rivolse al tenente feldmaresciallo. «Questo è quel che la aspetta se non ci è di aiuto… ma anche peggio».
Si alzò a sedere da solo, poi goffo tornò in piedi. «Va bene, va bene, mi arrendo».
«Ecco, e allora?».
«La biblioteca della Sfinge è da quella parte. Bisogna continuare a camminare, poi dopo cento passi ci si ferma ed è a sinistra».
«Intesi». Saturino non gli volle sorridere. «Andiamo, allora».
Mentre Aristide brontolava, i fantaccini ripresero il cammino.
Dopo cento passi circa si fermarono, poi guardarono a sinistra.
Per un attimo a Saturnino parve non esserci nulla se non dei cespugli, ma poi vide che c’era una casupola. Sembrava un casolare da caccia, comunque una cascina. «È quella?» si rivolse a Radetzky.
Prima che l’austriaco potesse rispondere, Aristide borbottò impaziente. «Andiamo a vedere».
Come pecoroni, gli altri fantaccini si avviarono e Saturnino rimase solo con Radetzky. «Ma… ehi, aspettate un momento!».
Radetzky si mise a ridere, però Saturino lo ignorò. Sbuffando, lo tirò per quella corda e seguì i commilitoni.
Adesso stavano aprendo la porta e da quel piccolo edificio uscì una zaffata di odore di chiuso. Facendo dei gemiti e delle risatine, i fantaccini entrarono.
Saturnino gli stette dietro, ma poi all’ultimo momento si fermò lì, sulla soglia. Esitava.
Il tenente feldmaresciallo lo derise. «Allora, italiano, il tuo coraggio si è esaurito? Era tutto là?».
Lo guardò in tralice. «Ma stia zitto» borbottò. Allora fece un passo e si trascinò dietro Radetzky.
Lì, all’interno di quel casolare, c’era una biblioteca e gli scaffali erano decorati con sfingi, gatti e uomini con teste di animale.
Se non ricordava male quelli erano simboli dell’antico Egitto. Saturnino aveva visto qualcosa da un libraio per cui aveva fatto il garzone quando aveva quattordici anni, ma i bei tempi dell’adolescenza a Varese si erano conclusi e lui era in Austria a combattere quella guerra. Doveva lasciar perdere quegli antichi ricordi! Allora si rivolse a Radetzky. «Bene, l’abbiamo trovata, adesso renditi utile».
«Devi cercare un libro di Machiavelli».
«Chi è, quello scrittore fiorentino…?».
«Italiano ignorante». Si beava di quegli insulti. «Sì».
«Bene, ho inteso». Saturnino però era in imbarazzo: non voleva far vedere al suo prigioniero che non sapeva leggere.
Intanto, i commilitoni si erano allontanati.
Saturnino decise di chiamarli. «Ehi, ragazzi, ehi! Dove siete finiti?».
Non si fecero sentire e Saturnino iniziò a preoccuparsi. Sbuffò, poi fece un sorriso di finta sicurezza a Radetzky, il quale però sorrideva a sua volta di autentica arroganza.
«Ma dove siete finiti?» urlò fra la polvere di quella biblioteca.
Fece un breve ricapitolo di quel che era successo: il capitano Chevallier li aveva incaricati di trovare la biblioteca della Sfinge, un antico luogo di ritrovo di agenti filo-austriaci. Radetzky sapeva tutto, ma peccato che Chevallier non aveva scelto degli uomini adatti a quell’impresa: se Saturnino non sapeva leggere, aveva i suoi dubbi per quanto riguardava i commilitoni.
E adesso erano come svaniti nel nulla.
«Tornate indietro, ragazzi, ho bisogno di voi!». Cercò di non farsi vedere timoroso.
Radetzky continuava a sorridere, ma adesso aveva ripreso a ridacchiare divertito.
All’improvviso, dal buio, spuntarono alcune baionette.
Per un attimo Saturnino pensò fossero dei Charleville dei suoi commilitoni, ma invece erano di una manciata di fucilieri austriaci.
«Ma…». Saturnino si allarmò.
Gli austriaci gli furono addosso e Saturnino provò a contrastarli, ma per timore di essere infilzato da quelle baionette si arrese e dopo un breve combattimento appoggiò il Charleville per terra. «Mi arrendo».
«Italiani vigliacchi». Radetzky gongolava.
Quei soldati li liberarono, poi andarono via e Saturnino rimase solo se non con quelle corde sciolte sul pavimento. Gli avevano portato via pure il moschetto.
Poi, dal buio rispuntarono i commilitoni. «Ma Patrizi, cosa ti è successo?».
«Vuoi proprio saperlo, Aristide? Questa era una trappola, hanno liberato Radetzky».
«Non ci voleva…». Chinarono tutti il capo.
«Ma dove siete andati a finire?». Saturnino era aggressivo.
«Ecco, noi… ci eravamo distratti e…».
«Non importa. Andiamocene!». Seppellì l’imbarazzo per essere stato disarmato e andarono via. Con la biblioteca della Sfinge avevano finito.

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Chi lo ha scritto

Kenji Albani

Kenji Albani è nato il 13 novembre 1990 a Varese (è italiano, nonostante il nome giapponese). Nel 2008 il suo racconto “Visite dall’aldilà” è stato segnalato al concorso indetto dalla Giulio Perrone Editore. Nel 2018 si è diplomato sceneggiatore di fumetti alla Scuola del Fumetto di Milano, nel 2020 si è laureato in scienze della comunicazione all’Università degli Studi dell’Insubria e sempre nel 2020 è arrivato finalista al concorso “Pergamene stellari” indetto dall’associazione culturale Yavin4 con il racconto “Un dinosauro tra quanta confusione”. Dal 2018 pubblica ebook con Delos Digital tra i quali l’antologia da lui curata “Dark Graffiti” e il saggio sulla Guerra Iran-Iraq “La primissima guerra del Golfo”. Nella primavera del 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo, “1572”, con “L’Undicesimo Libro”. Solitamente pubblica racconti brevi su Wattpad, Inksection, Edizioni Open, L’Undici, Braku, IlMioLibro, L’Infernale, Racconticon e Writers Magazine Italia. Lavora come sceneggiatore di fumetti per Ilmiofumetto.it e articolista per Leggimela.

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