Moschetto e shakò – Cinquant’anni dopo

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I cavalli che trainavano l’artiglieria innalzavano un gran polverone e, quasi, Serafino si sentì soffocare.
Accanto a lui un commilitone ridacchiò. «Sei così debole, Patrizi?».
«No, no, è che tutta questa polvere mi dà fastidio» ammise.
Per contro, il commilitone fece un versaccio come se Serafino fosse indegno di stare accanto a lui. «Quando affronteremo gli austriaci, non ci sarà spazio per i deboli come te. Lì vince chi è più forte e se tu non lo sei, tanto vale che rimani qua».
«Non ti preoccupare che mi saprò far valere, Guglielmo».
Dopo che Serafino ebbe parlato, accanto a loro passarono degli zuavi.
I piemontesi li salutarono, ma i francesi reagirono con spocchia, neanche si meritassero quei saluti senza però dare nulla in cambio.
Quell’unità francese si avviò verso il campo di battaglia in quella giornata assolata, intanto la compagnia di Serafino continuò a marciare per conto proprio.
Il tamburino rullava dettando la cadenza dei passi e tutti i bersaglieri obbedivano agli ordini degli ufficiali. Serafino, sotto il berretto piumato, si guardava intorno e vide altre batterie in movimento come anche gli squadroni di lancieri. Era tutto un alternarsi di bandiere piemontesi a quelle francesi.
Serafino lo sapeva. Per quelle contrade aveva combattuto lo zio dell’attuale imperatore di Francia e suo padre, invece, aveva combattuto con l’Imperatore dei francesi cinquant’anni prima in Austria. Gli aveva spesso raccontato delle sue avventure attorno alla battaglia di Wagram, ne aveva raccontate tante… Serafino sin da piccolo aveva sognato di battersi contro gli austriaci e adesso, finalmente, il suo sogno poteva realizzarsi.
Era strano, però. Aveva sempre creduto che si sarebbe ricoperto di gloria, invece vedeva tutto con una patina di spavento. Ecco, era questa la verità: tutto lo spaventava. Non solo il polverone sollevato dai cavalli e i carriaggi, ma anche le urla degli uomini, le lontane esplosioni…
Adesso aveva intorno i commilitoni e ogni tanto vedeva passare gruppi di zuavi, ma pensava che tutto ciò gli stesse bastando eccome.
Una volta che avrebbe visto gli austriaci, allora, cosa sarebbe successo?
Cercò di mantenere la calma e si augurò che quel nome che faceva rima con Serafino gli fosse di buon auspicio.
Se era per quello, oltre a Solferino c’era San Martino. Tutti dicevano che sarebbe stata una doppia battaglia, ma lui non sapeva esattamente cosa desiderare.
In fondo, sopravvivere e andare a letto con qualche bella ragazza dopo aver tirato su il gomito. Per il resto, cosa poteva volere? Eppure, in mezzo a quel frastuono, non sapeva bene cos’altro desiderare con tutto se stesso.
Dopo aver superato un crinale, la compagnia si dispose davanti a una macchia di alberi.
Adesso Serafino si chiese cosa sarebbe successo, quando però da dietro quella macchia di alberi comparve un gruppo di fucilieri austriaci, i quali corsero per poi costituire una rigida formazione.
Giacche bianche, calzoni azzurri, gli shakò… Invece i bersaglieri erano tutti in blu e Serafino dava per certo che se non fosse stato per i berretti piumati gli austriaci li avrebbero confusi con i francesi – forse agli alleati questo avrebbe fatto piacere.
Così, le due formazioni si fronteggiarono e il capitano dei bersaglieri agitò la sciabola. «Pronti al fuoco!».
Tutti gli ufficiali e i sottufficiali si rincorsero con quell’ordine, così Serafino preparò il moschetto.
Dalla visuale di Serafino, quella linea sembrava una sorta di pelliccia di riccio se non di istrice, ma anche quella che aveva di fronte non scherzava.
A un certo punto, Serafino colse dei movimenti fra gli austriaci. Era come se non volessero aprire il fuoco… Per un attimo Serafino si ritrovò a essere seccato. Ma come, gli austriaci… dei vigliacchi che non hanno il coraggio di combattere? Ed erano loro che da sempre disprezzavano i popoli italiani.
Serafino non poté esprimere ad alta voce il suo pensiero che il capitano abbassò come in un lampo la sciabola. «Fuoco!».
«Fuoco, fuoco!». Ufficiali e sottufficiali piemontesi erano dei demoni più che qualsiasi altra cosa.
I moschetti spararono una bordata e per parte austriaca ci fu come un lamento corale. «No, no, no!».
Serafino non capì. Ma come, gli austriaci che parlano italiano? E pure con un perfetto accento…
Fra gli austriaci ci furono morti e feriti. Molti caddero in terra, chi era rimasto in piedi frantumò la formazione per aiutare chi era rimasto ferito.
Erano i soccorsi, alla fine, e Serafino si ricordò che per quanto gli austriaci fossero dispotici con i popoli del Lombardo-Veneto, restavano pur sempre degli esseri umani e magari meritavano pure loro quella cosa che si chiamava clemenza.
Solo che loro, gli austriaci, erano clementi con gli italiani?
Serafino si rispose da solo: “No”, e con tutta l’acredine possibile.
Ma iniziavano a sorgergli dei dubbi.
Un uomo fra gli austriaci, che portava i galloni da sergente, avanzò verso i bersaglieri. «Amici, camerati, ferma!».
Fra i bersaglieri ci fu un fremito come di disgusto. Il capitano non ebbe bisogno di scatenare l’astio dei propri uomini che furono loro stessi, da soli, a ricaricare e prepararsi a fare di nuovo fuoco.
«Amici, camerati, no!».
All’improvviso a Serafino vennero in mente dei dubbi. Non era che c’era sotto qualcosa di strano, tipo un inghippo di cui lui non era a conoscenza? Eppure… Be’, no, lui non poteva sapere tutto. Era un semplice bersagliere, non poteva mica essere a conoscenza di tutti i dettagli.
Si girò per cercare di parlare con il capitano, ma successe che tutti i bersaglieri erano pervasi da una foia guerresca e senza neppure ricaricare, forti dei moschetti allungati dalle baionette, partirono all’attacco.
Adesso Serafino aveva la testa piena di dubbi. «No, fermi, è tutto molto strano!».
Guglielmo, accanto a lui, lo derise. «Che, sei amico degli austriaci?».
«Io? No».
«E allora vieni all’attacco con noi, coraggio, che il nostro dovere è uccidere» esclamò.
«Certo, però ho un dubbio…».
Non lo ascoltò neppure che era partito all’attacco e intanto gli austriaci stavano domandando pietà.
Serafino volle stare fuori da quel massacro. Secondo lui era tutto molto strano. Poi, il capitano si agitò e si mise a ordinare: «Ferma, ferma! Fermatevi!».
Ufficiali e sottufficiali gli fecero eco e i bersaglieri tornarono indietro.
Poco distante da Serafino c’era il sergente austriaco, proprio quello di prima. Era ferito. «Perché ci avete attaccato! Noi siamo dei vostri, un reparto mascherato da austriaco…».
«Sì, ma voi ci volevate sparare» segnalò il commilitone di Serafino.
«Perché credevamo che voi foste austriaci travestiti da bersaglieri!». Un bersagliere fece per soccorrerlo; invece Serafino era imbarazzato.

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Chi lo ha scritto

Kenji Albani

Kenji Albani è nato il 13 novembre 1990 a Varese (è italiano, nonostante il nome giapponese). Nel 2008 il suo racconto “Visite dall’aldilà” è stato segnalato al concorso indetto dalla Giulio Perrone Editore. Nel 2018 si è diplomato sceneggiatore di fumetti alla Scuola del Fumetto di Milano, nel 2020 si è laureato in scienze della comunicazione all’Università degli Studi dell’Insubria e sempre nel 2020 è arrivato finalista al concorso “Pergamene stellari” indetto dall’associazione culturale Yavin4 con il racconto “Un dinosauro tra quanta confusione”. Dal 2018 pubblica ebook con Delos Digital tra i quali l’antologia da lui curata “Dark Graffiti” e il saggio sulla Guerra Iran-Iraq “La primissima guerra del Golfo”. Nella primavera del 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo, “1572”, con “L’Undicesimo Libro”. Solitamente pubblica racconti brevi su Wattpad, Inksection, Edizioni Open, L’Undici, Braku, IlMioLibro, L’Infernale, Racconticon e Writers Magazine Italia. Lavora come sceneggiatore di fumetti per Ilmiofumetto.it e articolista per Leggimela.

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