Una gita a Malindi nel 2173

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Farei qualunque cosa per Mia, anche portarla al mare, viaggiando di notte per cinquecento chilometri da Nairobi a Malindi, sfidando i posti di blocco della polizia e quelli dei caschi blu. Io, che sono Lupo, amo Mia e voglio renderla felice, perché adoro la sua figura, il suo naso adunco da latina, così diverso dai nasi africani che ci circondano. Mi piace il suo carattere, la sua voglia di ribellarsi ad ogni regola ed il fatto che non perde occasione per difendere i più deboli. Mi piace come si mette nei guai con le autorità scolastiche e a volta non la capisco ma sono lo stesso dalla sua parte. È pazza, risoluta e suona la chitarra come una divinità. Ci ritroviamo insieme sotto il baobab per suonare, lei ed io, per ore, vecchi pezzi del XXI secolo e le nostre creazioni, che sono gracili e scombinati come noi, che in due non facciamo trent’anni.

“Mia, ti va di venire con me a Malindi?” Le chiedo mentre rimettiamo a posto gli strumenti. È sceso il tramonto sul nostro quartiere di Nairobi. Una tempesta di polvere sta maturando all’orizzonte. La polizia non ci ha dato fastidio oggi, ma una poliziotta con uno spiedino di vero pollo in bocca ci ha ricordato che domani abbiamo la sessione di lavoro volontario obbligatorio per le Nazioni Unite, due ore di storia, diritto e meditazione sulla Madre Terra. A me piace, in fondo, mentre Mia, che farà sega un’altra volta, si beccherà una nota disciplinare, l’ennesima.

“L’Oceano? Sei pazzo? Non ci si può andare” risponde Mia con sarcasmo. “La Madre Terra è arrabbiata con noi e l’Oceano è pericoloso.”

Così parlano le Nazioni Unite a tre quarti del ventiduesimo secolo. Non andate lì, non passate di là, che la Madre Terra è ancora furente con l’umanità. Noi sappiamo cosa potete fare e voi dovete ubbidire. Penso che abbiano ragione, Mia no. Per questo l’amore si ferma. Non siamo in sintonia su tutto. 

“Mio nonno Armando sta male e ha chiesto di vedermi. Ed io ho chiesto di farmi accompagnare da te.”

“Mi porti a Malindi?” E mi salta al collo baciandomi. Adoro le sue labbra. Sarebbe la mia ragazza ideale ma Mia ha altre idee. Non vuole ragazzi. È fidanzata con la musica. 

“Hey, ma mi posso fidare? Da quanto ti conosco?” Ride.

“Ci conosciamo da due mesi.”

“Sì sì. E hai due anni più di me, hai la barba, sei alto il doppio di me e pesi quanto un elefante in carica.”

“Mio nonno ha un resort a Malindi. Cinque stelle. Mangeremo e berremo come ricchi sfondati.”

“Mangiare? Non mi interessa. Che c’è da bere?”

“Vini europei. È italiano, no? È venuto qui cinquant’anni fa, a ricostruire Malindi, dopo la guerra. Ha rimesso tutto in piedi da solo.”

“Non mi hai mai parlato di questo nonno.”

“È il motivo per cui sono qui. Mio nonno mi ha fatto venire qui dall’Italia per studiare in una scuola seria. Vuole che entri nell’Accademia.”

“Ah! È lui il depravato che vuole farti diventare un omino grigio delle Nazioni Unite?”

“Gli voglio molto bene. Mi è sempre stato vicino.”

Mia pensa. Ha già deciso e pensa solo agli aspetti pratici. “Come passiamo i posti di blocco?”

“Mio nonno ha chiesto tutti i permessi. Guarda qui” e le mostro i certificati che ci permettono di uscire da Nairobi per recarci a Malindi da venerdì alle 1800 con rientro lunedì alle 600. Possiamo uscire da scuola di pomeriggio e ritornare domenica notte. Due giorni interi tutti per noi.”

“Fantastico! E dormire lunedì mattina a scuola. Prima ora di Storia dell’Umanità.”

“C’è solo una cosa….”

“Per i miei, ci penso io. Se non mi danno il permesso, me lo prendo da sola.”

“Mio nonno crede che siamo fidanzati.”

“Beh, che problema c’è? Ho quattordici anni.”

“No, non c’è nessun problema, ma dovremo dormire insieme.”

“E ti devo baciare all’improvviso per augurarti buon appetito? Cominciamo subito. Per due giorni e molte bottiglie di vino faccio tutto quello che vuoi.” 

Mi bacia all’angolo della bocca, mi prende per mano e ci incamminiamo verso casa. “L’Oceano, non sai che voglia ho di rivederlo. Ci sono stata una sola volta, nel ’66, con gli zii. Era stupendo. Facciamo anche il bagno? Posso portarmi la chitarra? Facciamo un concerto al tramonto sulla spiaggia?”

Puoi portare quello che vuoi, Mia. Porta soprattutto il tuo entusiasmo. Quello che mi manca, soprattutto ora, che mio nonno sta morendo. Vuole salutare il mondo tramite me. Sento già un vuoto terribile e non so se riuscirò a sopportare la sua assenza. 

Isola di Nemba (Zanzibar). Febbraio 2017.

Isola di Nemba (Zanzibar). Febbraio 2017.

Prima avverto un ronzio, poi un’ombra che si allunga contro l’alba sull’Oceano Indiano e poi appare mio nonno, dentro il suo esoscheletro medico. Di lui vedo solo la testa rimpicciolita dentro il casco che lo nutre e lo ossigena. Se lo toglie per guardarmi meglio, passandolo al suo infermiere, un signore bianco di mezza età, un certo Peugeot.

“Ma tu guarda. Mio nipote! Sei arrivato subito! Ma mica muoio oggi. Ho ancora un sacco di cose da fare…”

Tossisce a lungo. Una crisi che dura alcuni minuti. Peugeot non fa un gesto. Evidentemente non c’è molto che si possa fare. Nascosto quasi interamente nell’esoscheletro, il nonno scompare nella sua sofferenza. Mi si secca la gola per la tristezza.

“Che fai, piani? È la salsedine che mi fa male… Fammi vedere, chi è questa deliziosa ragazzina? Mia! Sai che vuol dire in italiano?”

“Lupo me l’ha detto.”

“Fai bene ad essere te stessa. È l’unica cosa che conta in questi giorni pallosi come una dichiarazione dei redditi. Ci sediamo a mangiare? Che volete? Abbiamo tutto qui. Cibo originale, formaggi veri, vini autentici, non sintetizzati del Portavoce.” 

Ci conduce su una veranda sulla sabbia, a pochi passi dall’acqua. È un momento di meraviglia. Mia si toglie scarpe e pantaloni e si getta in mare, non ho idea se sappia nuotare o meno, ma la vedo impazzire tra le calme onde di Malindi. Ed io la seguo. A mangiare ci penso dopo. Voglio stare accanto a lei, godere della linea dell’orizzonte con lei, immaginare una fuga. Ridiamo e ci inondiamo di acqua.

Lungo la linea della costa i dhow dei pescatori sono in cerca di prede, sorvegliati dai guardiamarina con le insegne della FAO. Che non si peschi un calamaro in più del consentito. Sul pontile accanto sono pronti a partire i motoscafi elettrici carichi di grassi turisti di Addis Abeba, Dakar e Mogadiscio con le loro pinnette e i loro boccagli. Ci guardano male, invidiosi della nostra libertà. E scocciati dal ruore che facciamo.

Più tardi raggiungiamo il nonno a colazione che ha registrato tutto e ce le mostra. “Quanto siete belli insieme. si vede che siete felici.”

“Ci piace suonare” dice Mia.

Il nonno fa domande tradizionali ma so che sta testando Mia. “Avete avuto problemi con la polizia?”

“I soliti” rispondo io.

“Per niente” irrompe Mia. “Ci hanno fermato alle porte di Malindi. Li conosce quei bastardi della polizia nazionale? Ci hanno fatto un mucchio di storie che abbiamo viaggiato di notte e che abbiamo disturbato gli animali…”

“…gli animali stanno bene…”

“…e poi ci hanno controllato anche i documenti scolastici e hanno detto che mi mancano otto sessioni di meditazione sulla Madre Terra. E lunedì mi toccano!“ 

Il nonno sembra divertito da Mia. “Pensa alla musica.”

“È che non riesco a restare sveglia. Giuro che vorrei sentire la Madre Terra.

“Sono tutte cazzate, Mia. La Madre Terra, se c’è, se ne sta zitta, e non sono certo i guru delle Nazioni Unite a farla parlare. Se la vuoi sentire davvero, vieni qui davanti all’Oceano. Che ti dice?”

“Mi parla di libertà.”

Il nonno sorride. Allunga una mano sul cappuccino che gli ha portato l’infermiere e un cornetto con la crema.

“E sa che è successo alla fine? Diglielo tu Lupo. Dai!”

“Lupo?”

“Ci hanno tagliato il permesso. Dobbiamo rientrare a Nairobi entro le 12 di domenica.

“Quindi niente festa della domenica… Mi dispiace.”

“Lei è una persona influente? Potrebbe parlare con la polizia?” Chiede Mia.

“Una volta lo ero. Ma i ragazzotti della polizia non ascoltano più noi vecchi. Pensano che sia tutto dovuto. Non c’è più spazio per me. Per questo ho voglia di morire.”

“Non dire così, nonno!”

Mia prende per mano il nonno. “Mi porti con lei.”

Il nonno sorride. “Qualsiasi posto tranne che qui? Sei giovane. Il tuo spazio te lo crei da sola. Come ho fatto io, quando sono venuto qui, che era tutta una rovina. E adesso, vengono da tutta l’Africa per fare vacanza da me.”

Un altro attacco di tosse, che stavolta non sembra passare facilmente. Peugeot arriva, muove alcuni tasti sul suo palmare. Il nonno si riscuote. Chiude gli occhi e poi li riapre.

“Lupo, tocca a te. Fra due anni hai l’esame.”

“Ci sto dando sotto ma non vado bene in storia.”

“Quella poi… che è successo nel ‘15?”

“Facile… l’elezione a suffragio universale del primo Portavoce, come capo delle Nazioni Unite.”

“Vedi. Basta sapere queste stupidaggini e passi qualunque esame.”

“A me piacerebbe sapere perché” chiede Mia.

“Perché ci sono le Nazioni Unite? Perché prima era un casino, figliola.”

“Quanti anni ha, signore?”

“Novanta, mia cara. Sono nato nel 2081 a Milano, come il tuo ragazzo. E rinato nel 2121, quando sono venuto qui.”

“Le auguro di arrivare a cento!”

“Ragazzina, nelle mie condizioni spero di non arrivare a domani. Volevo passare i miei ultimi giorni con voi ragazzi e con te Lupo. Non mi deludere. Sei stata la mia unica gioia. Quando io non ci sarò più, ti lascerò una somma per pagarti gli studi. È tua. Il resort passerà ai miei dipendenti. Non voglio che quei parassiti dei tuoi genitori ci mettano le mani.”

“Nonno. Non voglio che tu muoia.”

“Il resort è tutto per voi. Se avete voglia di mangiare, basta chiedere a Peugeot. Se avete voglia di dormire, la vostra cabina è quella. Ci rivedremo stasera.”

“E se volete suonare, fatelo pure! Svegliate questi merdosi di turisti parassiti!

Isola di Mafia (Tanzania). Dicembre 2018.

Isola di Mafia (Tanzania). Dicembre 2018.

All’inizio del pomeriggio ci risvegliamo sulla sabbia. Ho sognato che viaggiavamo insieme su un dhow che ad un tratto d’innalzava in cielo fino a raggiungere la curvatura della Terra. Siamo crollati a dormire mentre giocavamo a pallone in acqua. La pelle olivastra di Mia è coperta di una patina salmastra bianca. Mi tiene la mano sotto la pancia, una situazione d’intimità che non abbiamo mai avuto prima. Il suo petto respira e mi fa immaginare come sarebbe bello stare insieme, ma so che Mia mi considera solo un amico fraterno.

Apre gli occhi e mi sorride. “Sai che ho sognato? Che non tornavamo più a Nairobi.”

“Lo sai che qui vicino c’è lo spazioporto euroafricano?”

“Davvero. Ci andiamo?”

“Non abbiamo il permesso.”

“Che palle che sei!”

Una vecchia storia, ciò che ci divide. Io rispetto troppo le regole per riuscire a seguirla. Mia non aspetta altro che risposte entusiastiche alle sue idee. E per questo fugge via per unirsi ad un gruppo di ragazzi e ragazze locali che stanno giocando a calcio sulla sabbia. Lei non aspetta che io mi alzi. Va via. Non sarò mai abbastanza pronto per seguirla. Resto a guardarla, mentre provo qualche pezzo con la tastiera. 

Al tramonto, esausta, si getta accanto a me, poi ricorda l’idea che aveva, corre in camera, come se non fosse mai stanca, e ritorna con la sua chitarra. “Evviva l’Oceano!”

Suoniamo il saluto al sole che scende. Mia alla chitarra ed io alla tastiera. Lo omaggiamo con i nostri pezzi, grezzi e presuntuosi come noi. Intorno a noi si raduna una piccola folla di ragazzi della nostra età, che ballano sconclusionati e disarticolati insieme a noi. I turisti seduti all’ombra con i loro cocktail senza alcool hanno facce schifate. A loro non piace il nostro ritmo e quando sentono i grandi dell’anteguerra si tappano le orecchie, come se stessimo bestemmiando la Madre Terra.

Mia improvvisa le parole sulla mia base. Racconta quello che ha visto sul fondo del mare e dice che i dhow ci stanno aspettando per portarci lontano dalla melma dei burocrati planetari, che il mare è limpido e sottile come una strada e che ci cammineremo sopra. E dice che i ragazzi devono fare solo quello che gli piace e gridare, quando vogliono, perché la pace e l’ordine sono una tomba.

“F.Y.U.N.!!!!” grida infine Mia quando il ritmo supera i 180 bpm e i turisti non sanno il significato di questa sigla ma intuiscono che è qualcosa di spiacevole, si agitano, sotto belle famiglie borghesotte africane, che hanno paura di perdere il loro sintetizzatore alimentare e la loro casetta refrigerata e la loro macchina. Chiamano i camerieri che però non fanno nulla per fermarci.

E mentre in coro, tutta la spiaggia ripete “Fuck You United Nations!” da nord esplode un lampo arancione artificiale, netto e deciso, umano. Pochi secondi più tardi si ode il rombo cupo di una nuvola di polvere che si alza coprendo la luna crescente. Ci fermiamo per alzare gli occhi in direzione dello spazioporto da cui sta decollando un’astronave. Dalla nuvola prende forma un disco di luce opaca, che non fa male agli occhi, che si solleva con grande fatica, come un uomo dopo una pennica pomeridiana sotto le palme. Un disco immenso, che ronza come uno sciame di insetti, che proietta un’ombra al suolo e si alza lentamente percorrendo una tangente che la porterà in orbita. Passa sopra di noi, colossale, forse duecento metri di diametro. La sua pancia è liscia e luminosa, come uno squalo balena. Sembra di vedere dagli oblò i volti dei passeggeri che, forse, partono per una crociera nel braccio esterno della Galassia. O forse è una carovana di artisti, che porteranno su Sirio e su Eridani la musica della Terra. 

“Portateci con vo!i!” Grida Mia. “Aspettateci!!!”

Un secondo e l’astronave salta sopra l’Oceano e scompare tra le nuvole lattiginose della sera.

Mia piange per una misteriosa maliconia, come se fosse partita anche lei, come se quel disco rotante le avesse tagliato le radici che la tengono a terra. S’immagina là sopra, leggera, danzante, una musica che parte per il cosmo, lontana dalla noia delle lezioni, e dalla brutale disciplina di Nairobi. La musica è finita. I ragazzi e le ragazze scappano in acqua per giocare ancora. 

Peugeot si avvicina. “Signor Lupo. Mi dispiace dirglielo ma suo nonno è appena spirato.

Scoppio a piangere, incredulo. Come è possibile che se ne sia andato così? Mi ha lasciato solo, per sempre. Dovrò camminare senza la sua guida. Mia mi prende per mano, mi consola, mi lascia sfogare.

“Perché proprio ora? Cosa voleva dirmi?”

“Ti ha mostrato il cammino.”

Quella notte dormiamo insieme abbracciati, senza lasciarci un solo momento, mentre parliamo e ricordiamo qualcosa che accadrà e che ancora è in fieri da qualche parte. Scivoliamo nel sonno mentre l’ultima luce arancione dell’astronave scompare definitivamente oltre la curvatura terrestre e la notte torna la stessa di prima. 

Calda. Solitaria. Bugiarda.

Kizimkazi (Zanzibar), agosto 2020.

Kizimkazi (Zanzibar), agosto 2020.

Immagine di copertina: uno squalo balena nell’isola di Mafia (Tanzania), dicembre 2018. Foto di Federico Tarantini. Le altre sono di Max.

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Chi lo ha scritto

Max Keefe

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Max ama scrivere, leggere, la storia, il ciclismo, le conversazioni interessanti, mettere in discussione le sue idee (tranne l'antifascismo e la Roma) e fare ricerche scolastiche sulle cose che lo interessano che generano sempre sorprese. Ascolano, italiano ed europeo, ha vissuto in varie parti del mondo (Messico, Giappone, India, Corea del Sud, Australia, Tanzania) e scrive per l'Undici dal 2011. Ha scritto un'avventura per ragazzi "Le dodici rocce dell'orrore", un romanzo di fantascienza "La Comandante Comanche" e una raccolta di racconti "Simpatia per il demonio" disponibili su www.ilmiolibro.it. Ha scritto anche il saggio storico "L'anno prima della guerra" sul periodo precedente all'entrata in guerra dell'Italia nel 1915, disponibile gratuitamente sul suo sito. Lo trovate su internet (www.robertomengoni.com) e su twitter (#mengoniroberto). Chi è interessato a "Picnic a Hanging Rock", mi contatti: rupert1968@gmail.com.

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