Sera d’estate

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Notturno. Adoro il profumo notturno delle sere d’estate, quel silenzio leggero di rose che aleggia nell’aria. Sto affacciato al balcone: un busto d’uomo che sporge, tra due braccia nude sospese a mezz’aria, un piede inerte che tenta il buio, oltre il vuoto della ringhiera. Da lontano si intravedono fuochi, bagliori discreti che baluginano fiochi su spiagge assonnate. Appena più in là una fontana, stilla impassibile intervalli simmetrici e li consegna a chi ascolta paziente.

Il suono arriva sordo e puntuale a scandire secondi che gocciolano via liquidi, rapidi come il tempo che scorre fra le lancette di certi orologi meccanici che ormai non si usano più. Una zanzara attraversa l’aria, e il fastidio del suo ronzio mi sembra l’antidoto più efficace contro ogni magia. Tace, riprende insistente, tace di nuovo, mi si ferma su un braccio poi – come ogni cosa – muore. Le notti d’estate sono tutto questo, sono fusioni incompiute di morte e di vita, sono fotogrammi appannati di incontri e di addii. Ci senti l’odore forte della speranza e subito dopo il sentore acre della frutta matura, del sudore rappreso sui cuscini strusciati, dell’uva sfatta rimasta fuori dal frigo. Eppure, neanche questo basta a sciogliere l’aroma di incanto, di stupore sommesso, di promessa futura.

Carola la guardo da lontano. La sua figurina si allontana leggera e i suoi contorni evaporano quasi, nel calore di una notte come questa. Le piace uscire con le sue amiche e a me piace osservarla, da qui, mentre rivolge il suo passo sicuro verso il buio; le faccio sempre un sorriso – da lontano – e lei si volta sempre – un attimo appena: mi conosce bene, sa già quanto misuri con ansia il passo del suo ritorno. ma, oltre la piccola nube grigia, il suo sorriso torna ad accendersi luminoso, solo per me. File di denti bianchi allargano il buio, un momento prima di sparire dentro gli abbracci della notte. Di Carola mi piace l’odore d’estate che si porta addosso, di zagara e sale, di brezza marina e pesche mature. È un profumo fresco e vagamente speziato, ma a me stranamente ricorda l’inverno e il cielo bigio di Parigi della prima volta in cui la vidi. Ricordo che c’erano degli amici, e strade affollate, e risate cordiali, poi tutto trascolora nella ferma dolcezza del suo sguardo. Il tempo d’altronde, come le stagioni, è solo un’estensione dell’anima, il ricordo un soffio che ne preserva appena l’essenza. E più procedi nel tuo cammino, più ti accorgi di quanto non abbia nulla di lineare, diacronico, rettilineo, lo vedi piuttosto riavvolgersi in spire e a ogni curva ritrovi un fatto, un volto, un oggetto ma nessuno di essi ti porta verso un traguardo, solo fino a un nuovo punto di partenza.

Quante volte ci si può innamorare in una vita? Quante volte mi ero innamorato in vita mia? Di amori grandi e duraturi o piccoli e leggeri, di amori accesi il tempo di una notte o fermi nel ricordo a brillare come l’eternità. Perché gli amori non sono mai uguali, non prendono mai niente l’uno dall’altro, non si danno alcun cambio, si trasformano con noi e a volte ci accompagnano nel mutamento della vita. Il loro tempo è un salto nel vuoto, è un treno che fugge, poco dopo essersi detti addio. Perché il tempo si arrotola rapido come un volteggio di fumo, e allora ti ritrovi a respirarlo dal naso proprio come una sigaretta che si consuma troppo in fretta. C’è il tempo atteso delle sotterranee, il tempo stipato dei tram affollati, il tempo consunto delle auto veloci, quello folle delle autostrade con la sua impellenza provvisoria di raggiungere in fretta la meta, di sfidare il destino, di accorciare il minuto. E c’è alle calcagna la smania continua di accelerare il passo, di consumare le scarpe, di forzare la meta; la voglia assurda di raggiungere, risolvere, non si sa mai bene che cosa. Come si può risolvere il volare dei secondi, dei minuti, delle ore? Come si può arginare l’ansia dell’attesa e la bulimica voracità del consumo rapido di qualcosa di prezioso? Io e Carola alla strada pensavamo come a una scoperta non come a un tragitto che conduce alla meta, non avevamo addosso la fretta del passaggio ma l’entusiasmo della prova. D’altronde viaggiare assieme vuol dire innanzitutto riuscire a parlarsi; i compagni di viaggio non si valutano mai nella rapidità delle traversate ma nella lentezza delle attese, delle soste, degli ingorghi. Riuscire a misurare il tempo, con lentezza, con circospezione, come il contadino paziente che aspetta la risposta del grano e non ha la fretta del raccolto. La dimensione dell’attesa è la prova più difficile da superare. È fin troppo facile lasciarsi trascinare dal vortice delle cose, delle scadenze, degli impegni, la cosa più difficile è sostenere insieme la lentezza di un tramonto, la monotonia di una fitta giornata di pioggia, ritrovare il nuovo dentro l’atteso.

Partire per un viaggio che non prevede una meta, che non individua un percorso è una sensazione strana; ti organizzi al minimo, perché non sai quando tornerai; in fondo per camminare ti serve poco o nulla, come sempre succede nei viaggi più importanti. L’autostrada era lunga, dritta, impersonale come tutte le autostrade, ottocento chilometri di asfalto grigio e rettilineo, eppure riuscivamo a trovare qualcosa di nuovo a ogni sosta, a ogni fermata; la gente ci guardava con curiosità, a volte con sospetto, altre volte con una strana e immotivata simpatia. Ci fermavamo due volte al giorno, era una regola fissa, non sconfinando mai dall’autostrada; avevamo portato delle sedie pieghevoli, un tavolinetto, i nostri fogli, la nostra voglia di stare assieme. È incredibile quanto l’esperienza del viaggio si presti spontaneamente a diventare un percorso intimo, metaforico, imponderato. Era come se la strada ci conducesse a ritroso lungo tutte le coste, sotto tutti i cieli, verso tutte le nuvole che ci avevano accompagnato fino ad allora. Trentatré giorni di viaggio possono attraversare tutta una vita, possono tagliarla in due proprio come un’autostrada fa con una nazione, e in questo taglio c’è tutta la nettezza del prima e del poi, di ciò che è passato e di ciò che può ancora essere presente, senza l’urgenza di prevederne un futuro. Carola non mi chiedeva mai; capiva quando un tramonto mi ricordava le corse da bambino sulle spiagge dell’Argentina; capiva quando i volti che incrociavamo sulle altre macchine si coloravano di tratti stranamente noti; capiva quando le notti non abbracciavo solo lei ma ogni donna che mi aveva dormito accanto. Mi piaceva passarle le mani tra i capelli, forse per il loro essere così corti e ribelli, così luminosi nel buio della sera. Mi piaceva guardarla dormire, distinguere il bianco della sua pelle dal pallore della luce lunare.

Ci sono dei gesti che ci appartengono, e persone che appartengono profondamente a quei gesti, tanto che ogni loro ripetizione, qualora si rivolgesse ad altri, non avrebbe quasi più senso. Accarezzare i capelli di Carola era un modo per preservare la sua unicità, per confermarle quotidianamente quanto la sentissi mia. L’avevo fatto sempre, anche prima del viaggio, anche in ospedale mentre la studiavo in silenzio, sforzandomi di non provare alcun dolore. C’era un grande giardino attorno all’edificio e storie infinite stavano appese ai rami contorti di quegli alberi secolari. Quando andavo via, mi fermavo accanto a un vecchio olmo e mi voltavo a guardarla, certo di ritrovarla lì, affacciata a osservarmi da quello strano balcone di ospedale, affacciato anch’esso sul mondo come una scollatura venuta male. Carola è sempre stata brava nell’arte del congedo, mi salutava col sorriso leggero delle gite al mare, con l’amarezza sottile di chi confida nel ritorno, di chi si fida dell’attesa. Ma la malattia è nemica di ogni attesa, ti toglie la monotonia del giorno e ti concede la consolazione del ricordo come unica arma di difesa. Già da allora avevamo deciso di partire. La consapevolezza ha sempre il grande merito di fornirti la misura dell’urgenza. Leucemia non è una parola difficile da interpretare, ha un valore denotativo sincero, schietto, compiuto e non dà molto spazio a doppi sensi possibili. Tutto fu deciso nella misura di uno sguardo, in un attimo di tacito consenso. Il viaggio sarebbe stato il nostro bagaglio privato di ricordi belli da convertire in sorrisi e gioie provvisorie. Poi divenne molto di più, fu riscoperta del tempo, del senso, di noi. Camminare lentamente sull’autostrada, guardare la vita che frenetica ti corre davanti, avere il tempo e la saggezza di svelarne il gioco vuol dire aver già misurato la vanità del progetto, compreso a fondo la follia della corsa. Cogli l’attimo e il senso di esso, con tutta la serietà che è necessaria per essere leggeri.

Sono strani i pensieri di una sera d’estate, te li porti addosso leggeri e li riduci a piccoli morsi di pane, come quelli che le colombe ruffiane mangeranno domani, tra arruffii e svolazzi, dalle tue mani. Una macchia di colore rompe la monotonia del buio. Ora la vedo chiaramente, Carola mi sorride dal verde della sua blusa e le sorrido anch’io. Ha fatto presto stasera, a volte credo che riesca a sentire nell’aria quando mi manca davvero. Quando è ancora presto, mi piace andarle incontro sulle scale e portarla fino alla terrazza di pietra che si affaccia sul mare. Le donne si riunivano qui, una volta, quando i mariti partivano per le lunghe traversate e non c’era altro tempo che per un addio. A Carola piace tanto perché dice che anche le pietre più piccole hanno tante storie da raccontare.

Avete mai provato a dire addio a qualcuno? Gli ultimi minuti hanno un che di irreale, perché non riesci mai a capire fino in fondo quanto possano essere definitivi. Immaginare gli occhi chiusi che non si riapriranno, le ciglia serrate in una serenità apparente e poi guardare la bottiglia di vetro toccata poco prima e il bicchiere da cui ha appena bevuto poggiato sul comodino, pensare a quando li raccoglierai in una borsa di plastica tra le poche cose sue che restano, a quando li riporterai a casa e ci verserai dentro altra acqua o altro vino in un improbabile giorno di festa futuro. Solo allora capisci che gli oggetti ci sopravvivono e che scandiscono il nostro passaggio, e noi che li scegliamo accuratamente in un negozio qualsiasi, ci ritroviamo a custodirne la proprietà per un tempo inferiore alla loro durata. Ci ritroviamo a pensare a chi li userà dopo di noi, a chi andranno le nostre spazzole, i nostri vestiti, il quadro che avevamo scelto con cura e l’apribottiglie comprato di fretta al supermercato. I fermagli di Carola sono tutti in una scatola, accanto al suo pettine d’osso e all’ultimo fiocco comprato al mercato del lunedì mattina e ci sono ancora i suoi capelli neri e sottili come strisce di inchiostro a scrivere la memoria del suo taglio corto e sbarazzino. E poi, appena lì accanto, c’è il ricordo del risveglio, di quel momento esatto che ti ricuce col mondo e col sole che spunta alto sullo strano orizzonte del tuo nuovo mattino. Lo ricordo ancora il silenzio enorme che aleggiava dentro casa, quell’atmosfera di pace così paradossale e silenziosa, simile a tante domeniche mattina quando lei mi portava il caffè a letto e io spettinato la baciavo sulla bocca. Invece Carola era lì in quel suo sonno per sempre così diverso dal mio.

L’odore delle strade che si allontanano sa di gomma bruciata, porta la traccia consunta di certe frenate di fortuna, e poi un sentore di polvere che annebbia i contorni di tutto. Dentro quel silenzio enorme Carola ho provato a baciarla ma non avrei dovuto, perché è inutile tentare la morte cercando di assomigliarla alla vita. Ci sono sensazioni di freddo che non ti lasciano, nemmeno nel caldo accogliente delle notti d’estate.

Rimedieremo stasera, sulla terrazza col mare, le è sempre piaciuta la brezza marina.

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Chi lo ha scritto

Ester Guglielmino

Si chiama Esterina Guglielmino e vive a Modica, sua cittadina di origine. Laureata in Lettere Classiche, da anni insegna lettere e latino ed è molto contenta di farlo. Ha sempre coltivato l’amore per la lettura, occupandosi di organizzare e mediare eventi letterari. Coltiva la passione per la danza, il teatro e la poesia. Scrive da sempre, senza pretese e solo per il piacere di farlo.

Cosa ne è stato scritto

  1. Valentina Salvo

    Mi piace molto questo racconto perché, come gli altri di Ester Guglielmino, ti intriga, ti prende e ti spinge a leggerlo in un attimo… La sua scrittura è semplice ma non banale e la ciliegina sulla torta sono i colpi di scena…

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