Moschetto e shakò – Il mulino sul bel Danubio blu

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Stava pensando e quel che gli veniva in mente era il fiume Olona.
Era così poco largo, l’Olona, mentre il fiume che aveva davanti era larghissimo e doveva anche essere molto profondo. Il blu, poi, era quasi magnetico neanche fosse una pietra preziosa, ma Saturnino non aveva idea di quale pietra preziosa paragonare per colore al Danubio.
Tutto lì. La compagnia marciava su quel sentiero lungo il Danubio e le scarpe chiodate sollevavano la polvere. Si trattava di una schifo d’estate, secondo Saturnino, e non poteva farci nulla. Invece che a Varese, a godersi il refrigerio dei bagni nell’Olona, era nell’Impero d’Austria a dover combattere.
«Capitano, ma quand’è che si torna a casa?» domandò qualcuno fra i fantaccini.
Il sergente si voltò a guardare chi aveva osato parlare in quel modo e sbraitò: «”Capitano”? Signor capitano, semmai! Impara un po’ di rispetto o sennò ci penso io a ricordarti com’è che ci si comporta».
Secondo Saturnino era evidente che il sottufficiale non avesse capito chi era stato a esclamare quella domanda così imprudente, ma poi lasciò perdere perché non ci poteva fare nulla.
Pochi giorni fa i francesi avevano trionfato a Wagram ma la guerra non sembrava finire mai, era infinita e la cosa rendeva tutti molto frustrati.
Continuarono a marciare, poi il capitano che era in testa alla compagnia, dall’alto del suo cavallo si agitò. «Ecco, ecco».
A quel punto Saturnino aguzzò la vista e si accorse che il capitano stava indicando un mulino.
Anche in terra di Insubria esistevano i mulini, Saturnino ne aveva visti tanti, ma mai uno così tanto grosso. Era un vero gigante con la sua ruota che creava mulinelli nell’acqua e da un comignolo usciva una voluta di fumo.
«È lì che dobbiamo andare, lì!». Il capitano era entusiasta.
Saturnino a dirla tutta non condivideva quell’entusiasmo, ma si preparò lo stesso alla guerra.
Aristide si rivolse al sergente – e in quel momento Saturnino capì che era stato lui a esclamare prima quell’imprudenza. «Che dobbiamo fare… signor sergente?».
L’interpellato sorrise. «Il nostro ordine è conquistarlo».
Batté le palpebre, Saturnino. A dire il vero non gli sembrava poi quel grande obiettivo militare, ma non poteva certo mettere in discussione gli ordini.
Tra i fantaccini ci fu un fremito, poi allo sbraitare dei sottufficiali tutti si disposero per prepararsi alla guerra.
Si era già trovato in delle situazioni simili, Saturnino. Assedio, una fortezza da espugnare, anche se solo in quel caso si trattava di un mulino e pensava che le pallottole sparate dai Charleville sarebbero bastate a perforare le assi in legno.
Dopo che tutti gli elementi della compagnia si furono disposti su tre file, il capitano Chevallier sguainò la sciabola e poi urlò a pieni polmoni: «All’attacco! Viva l’Imperatore, viva la Francia!».
A dire il vero erano tutti italiani, tutti a parte il capitano, ma Saturnino non stette lì a sottolinearlo o correggerlo perché sapeva che il coltello dalla parte del manico ce l’aveva l’ufficiale.
Corsero verso il mulino e non incontrarono alcuna resistenza. Saturnino aveva pensato che ci potessero essere delle interdizioni, che gli austriaci o comunque i difensori del mulino potessero respingerli, ma invece non successe nulla.
Con le baionette che sembravano una boscaglia di lame furono alla porta e fu Aristide a sfondarla con un calcio, allora si infilarono tutti al suo interno.
Per un attimo si creò un assembramento fastidioso in cui tutti si ritrovarono a stare stretti, poi con un sussulto e un pieno respiro con i polmoni lieti di non soffocare Saturnino poté tornare a stare meglio.
Adesso tutti quanti erano all’interno e Saturnino poté vedere un ambiente tipico di un qualsiasi mulino che fosse in Italia, Austria o chissà dove. Oltre alla puzza di chiuso c’erano attrezzi da lavoro, bottiglie di sidro, sacchi di mele e di farina… Saturnino fu tentato dal rubare una mela ma lui non aveva alcuna intenzione di fare un saccheggio: sarebbe stato scorretto.
Chevallier era sceso da cavallo e li aveva seguiti fin là dentro. «Bene, bene» disse.
Ora tutti pendevano dalle sue labbra e Saturnino si chiedeva cosa avrebbe ordinato l’ufficiale.
«Perquisite tutto. Bisogna cercare…». Ma Saturnino non sentì la conclusione della frase perché scoppiò subito un baccano tale che le sue parole ne furono coperte.
I fantaccini si erano scatenati. Distrussero tutto, rovistarono fra i sacchi e gli attrezzi. Molte mele rotolarono via e Saturnino dovette stare attento a non inciampare o scivolare.
Era tutto confuso e Saturnino non capì il senso di quella manovra. Andava bene che avevano dovuto conquistare quel mulino, ma solo che non c’era nessuno e non aveva senso che non ci fosse stata alcuna interdizione.
Mentre Aristide faceva a pezzi un tavolo, Saturnino strappò da terra un tappeto che, si accorse, era inchiodato. Gli sembrò strana come cosa. Da quando in qua i tappeti sono inchiodati? Un conto se li si attacca a una parete, come aveva sentito dire fanno i russi, ma un altro se erano distesi sul pavimento come si fa sempre.
Dopo un attimo di sconcerto, Saturnino vide che c’era una botola. Sembrava una sorta di finestrella, solo che al posto del vetro c’era il legno.
Grugnì incuriosito e senza stare troppo a riflettere mise mano a quella botola e la tirò via.
Un attimo dopo una sciabola cercò di mozzargli le dita e lui, con un: «Ah!» di paura si ritirò.
Sembrava più un paguro, quel qualunque uomo si trovasse lì dentro, perché si nascose nel buio della botola.
«Qua! Qua c’è qualcosa!». Saturnino attirò l’attenzione generale.
Prima che tutti si potessero accorgere del suo urlo Chevallier gli venne incontro, gli occhi accesi di desiderio. «Allora ci siamo! Bravo, Patrizi, complimenti! Hai fatto un ottimo lavoro».
Saturnino non aveva idea di come ce l’avesse fatta, ma forse era stato tutto merito della fortuna.
Con le dovute cautele, Chevallier si sporse sul buco della botola e disse: «Uscite fuori, che tanto siete circondati!».
Tutto si dilatò in un lungo istante di attesa e poi uno dopo l’altro dei soldati austriaci sporchi di fuliggine uscirono fuori da lì. Uno di loro borbottò: «Non sparate, non sparate… che sennò esplodiamo tutti!».
Allora era quello il motivo: c’era una santabarbara, si rese conto Saturnino.
Un attimo dopo, ancora, Saturnino rimase di sasso. Aveva davanti a lui il tenente feldmaresciallo Radetzky, lo riconobbe, e questi lo guardò con un lungo cipiglio rabbuiato.
Radetzky era loro prigioniero.

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Chi lo ha scritto

Kenji Albani

Kenji Albani è nato il 13 novembre 1990 a Varese (è italiano, nonostante il nome giapponese). Nel 2008 il suo racconto “Visite dall’aldilà” è stato segnalato al concorso indetto dalla Giulio Perrone Editore. Nel 2018 si è diplomato sceneggiatore di fumetti alla Scuola del Fumetto di Milano, nel 2020 si è laureato in scienze della comunicazione all’Università degli Studi dell’Insubria e sempre nel 2020 è arrivato finalista al concorso “Pergamene stellari” indetto dall’associazione culturale Yavin4 con il racconto “Un dinosauro tra quanta confusione”. Dal 2018 pubblica ebook con Delos Digital tra i quali l’antologia da lui curata “Dark Graffiti” e il saggio sulla Guerra Iran-Iraq “La primissima guerra del Golfo”. Nella primavera del 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo, “1572”, con “L’Undicesimo Libro”. Solitamente pubblica racconti brevi su Wattpad, Inksection, Edizioni Open, L’Undici, Braku, IlMioLibro, L’Infernale, Racconticon e Writers Magazine Italia. Lavora come sceneggiatore di fumetti per Ilmiofumetto.it e articolista per Leggimela.

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