Moschetto e shakò – Sotto assedio

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«Non mi piace questo silenzio… cantiamo una canzone».
Al sentire l’ordine del sergente, tutti si scambiarono delle occhiate, poi fecero spallucce.
Alla fine, Aristide domandò: «Cosa cantiamo, signore?».
«Non so… una qualsiasi canzone da locanda, no? Insomma, abbiamo lasciato il Regno d’Italia giusto qualche mese fa… avete dimenticato tutto, per caso?» protestò il sergente.
«Ma no, ma no». Aristide osservò gli altri fantaccini.
«Ho io un’idea» esclamò Saturnino. «Cantiamo quella della locandiera nuda».
«E come fa?» chiesero gli altri.
Stavano marciando lungo quella via polverosa, dovevano ricongiungersi al resto della compagnia, solo che nessuno sapeva come facesse quella canzone.
«Oh, be’, le parole non le ricordo… vi intono la musica».
«Sì, sì». Tutti pendevano dalle labbra di Saturnino, e questi si mise a borbottare una melodia allegra.
Dopo un po’, tutti iniziarono a intonarla a loro volta e si misero a cantare delle parole assolutamente senza senso, ma poco importava che si capissero: loro volevano solo divertirsi e non pensare alla Guerra della Quinta Coalizione né al generale austriaco disperso.
Mentre marciavano lungo quella strada sterrata persa nel territorio dell’Impero Austriaco, Saturnino cantava a squarciagola e intanto pensava che quell’estate era particolare ai suoi occhi. A Wagram l’imperatore aveva trionfato già da un bel pezzo, non rimaneva che attendere che i due imperi siglassero la pace e allora tutti sarebbero tornati a casa, chi in Francia e chi nel Regno d’Italia. Saturnino aveva nostalgia di Varese.
Procedettero fino a una casa persa nella campagna. Era disabitata, sembrava fosse stata abbandonata da poco tempo: le finestre erano spalancate e sbattevano al vento, la porta era socchiusa.
Passarono oltre, non interessava a nessuno quella casa.
Solo che dopo un po’ il sergente diventò paonazzo e agitò un braccio. «Zitti, zitti!».
Uno dopo l’altro i fantaccini smisero di cantare. Rimase per ultimo Aristide, che si sentì in imbarazzo al cantare da solo e infine tacque.
Adesso la colonna si era fermata, tutti avevano le orecchie drizzate in attesa di qualcosa.
Fu allora che da dietro una macchia di vegetazione comparvero degli ussari in azzurro.
Tutti quanti sobbalzarono: gli ussari si avvicinarono a loro con le sciabole sguainate e qualcuno esplose un colpo di pistola.
Nessuno dei fantaccini rimase ferito, ma comunque tutti, dal primo all’ultimo, si resero conto che se fossero rimasti lì sarebbero stati spazzati via.
Il sergente si sgolò. «Via di qui! Si salvi chi può!».
Erano stati colti di sorpresa, e così girarono sui tacchi e scapparono. Purtroppo non c’era stato il tempo per prepararsi a reagire a quell’improvvisa aggressione, e dietro di loro altri ussari austriaci esplosero nuovi colpi di arma da fuoco.
Adesso erano tutti madidi e sapevano in cuor loro che se fossero rimasti là a correre gli ussari li avrebbero raggiunti e abbattuti uno a uno come se fossero conigli.
Davanti a loro, però, si stagliò la casa abbandonata.
Era l’unica maniera per sopravvivere, e allora si arrampicarono su quella collinetta e si infilarono all’interno dell’abitazione prima che le sciabole degli ussari austriaci azzannassero la loro carne.
Una volta dentro, il sergente diede ordini a destra e a manca. Subito l’intera truppa setacciò il pianoterra e Saturnino e gli altri cercarono eventuali nemici che si erano intrufolati là dentro, poi chiusero le imposte e bloccarono ogni modo possibile per gli ussari di entrare nella casa.
Adesso, quella villa era in mano francese, o meglio italiana, ma solo che restava il fatto che là fuori c’erano gli ussari austriaci e questi non sembravano dell’idea di accettare prigionieri.
Saturnino si dispose a una finestra, poi stette attento a che gli ussari non lo bersagliassero. Si rese conto che era a un metro e mezzo dal livello del terriccio.
Un attimo dopo, la voce del sergente squarciò quel silenzio solo interrotto dal suono degli zoccoli dei cavalli. «Tutto a posto?».
Uno dopo l’altro, tutti dissero: «Sì, signor sergente».
«Tenete duro».
Gli ussari fecero il giro della casa e parvero innervosirsi, poi si radunarono poco davanti alla finestra di Saturnino, il quale si impose di non sparare ancora: non aveva ricevuto l’ordine di fare fuoco, doveva pazientare.
I nemici si misero a confabulare e fra tutti spiccava il tenente che li comandava.
Sarebbe stato così facile sparargli e decapitare la formazione nemica, ma Saturnino non poteva: non aveva ricevuto alcun ordine.
Trascorso qualche minuto, gli ussari si separarono e costituirono piccole pattuglie. Una di queste iniziò a puntare verso la finestra presidiata da Saturnino, il quale osservò la scena di sbieco, poi all’improvviso allungò all’esterno il Charleville munito di baionetta e colpì alla cieca.
Dopo un attimo, gli fu evidente che aveva colpito qualcuno a giudicare dall’urlo ma anche dalla resistenza che aveva dato la baionetta, come se avesse appena trafitto un cuscino.
Gli ussari in azzurro si misero a borbottare come api a cui era stato rotto il favo e come se fossero gitani circensi Saturnino li vide saltare dentro la finestra dopo aver lasciato le staffe delle selle.
Saturnino gemette. Lui era più grosso e massiccio di un ussaro qualsiasi, ma quegli ussari dapprima furono uno, poi due, poi tre. Dovette fare un passo indietro e si rese conto che avrebbe dovuto prendere l’iniziativa di sparare per dilungare quell’assedio che adesso stava già finendo.
Vedendolo spiazzato, gli ussari risero e agitarono le sciabole come a cercare il suo sangue.
Colpi di metallo calarono su Saturnino, il quale si difese con il Charleville, poi scappò.
«Sono entrati, sono entrati!» giunse questo grido da un altro punto della casa.
Era chiaro che gli ussari in azzurro avevano fatto i circensi anche con altre finestre.
Tutti i fantaccini si radunarono in quello che sembrava un salotto. Alcuni erano feriti, nessuno mancava all’appello.
Da alcune porte arrivarono gli ussari, i quali erano assetati di sangue.
Sarebbe stata una carneficina, ma prima che le sciabole e le baionette iniziassero la mattanza un urlo risuonò in quella sala. «Lassen Sie sie in Ruhe! Geh weg, sage ich dir!».
Al sentire quell’urlo gli ussari si bloccarono, poi tutti si girarono a guardare.
Nel salotto era entrato un generale austriaco e il tenente degli ussari gli si rivolse. I due parlottarono in tedesco, ma poi il piccolo ufficiale chinò lo sguardo e senza più considerare gli italiani fece un cenno. I cavalleggeri andarono via.
Rimasero solo gli italiani in blu, che fissarono stupiti il generale.
«Questa è casa mia… non voglio che sia versato sangue».
Il sergente provò a dire: «Ma…».
«Non c’è nulla da discutere. La servitù è fuggita e lo sanno tutti che la pace sta per essere firmata. Andatevene, prima che vi denunci per abusi al vostro superiore».
Di fronte a quelle parole fiere, rimasero immobili, ma poi Saturnino borbottò: «Andiamocene, è meglio».
Una volta che tutti furono all’esterno, sempre Saturnino propose: «Riprendiamo a cantare».

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Chi lo ha scritto

Kenji Albani

Kenji Albani è nato il 13 novembre 1990 a Varese (è italiano, nonostante il nome giapponese). Nel 2008 il suo racconto “Visite dall’aldilà” è stato segnalato al concorso indetto dalla Giulio Perrone Editore. Nel 2018 si è diplomato sceneggiatore di fumetti alla Scuola del Fumetto di Milano, nel 2020 si è laureato in scienze della comunicazione all’Università degli Studi dell’Insubria e sempre nel 2020 è arrivato finalista al concorso “Pergamene stellari” indetto dall’associazione culturale Yavin4 con il racconto “Un dinosauro tra quanta confusione”. Dal 2018 pubblica ebook con Delos Digital tra i quali l’antologia da lui curata “Dark Graffiti” e il saggio sulla Guerra Iran-Iraq “La primissima guerra del Golfo”. Nella primavera del 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo, “1572”, con “L’Undicesimo Libro”. Solitamente pubblica racconti brevi su Wattpad, Inksection, Edizioni Open, L’Undici, Braku, IlMioLibro, L’Infernale, Racconticon e Writers Magazine Italia. Lavora come sceneggiatore di fumetti per Ilmiofumetto.it e articolista per Leggimela.

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