Moschetto e shakò – Difficile

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Quella era l’ennesima marcia nelle campagne di Boemia e Saturnino poteva iniziare a dire che ormai conosceva bene quei luoghi. Comunque sbuffò lo stesso perché era stanco.
Mentre le scarpe sollevavano tutta quella polvere e il capitano Chevallier dirigeva la compagnia, poco più in là, sul crinale di una collina, Saturnino intravide qualcosa.
«Cannoni! Cannoni nemici!» gridò Aristide, prevenendo Saturnino, il quale si limitò ad annuire.
Il capitano fece un gesto di assenso e dispose la compagnia su tre file. Adesso il reparto si era come appiattito di fronte a quella piccola postazione di artiglieria e Saturnino osservò gli artiglieri austriaci con le loro curiose uniformi.
«Pronti al fuoco!» gridò il capitano, e il sergente, rosso in faccia come sempre, gli fece eco.
I fantaccini si prepararono. Bastò fare le venticinque mosse, e i Charleville furono pronti a sparare.
«Puntare… fuoco!» gridò l’ufficiale, e il sergente ripeté l’ultima parola.
Ci furono degli sbuffi e l’aria, prima già pregna di polvere, si sporcò di polvere da sparo.
Forse qualche artigliere fu colpito, ma più che altro quegli austriaci reagirono allo stesso modo o quasi. Nell’aria si diffusero le loro urla, quindi ci furono dei botti.
Dopo un attimo, delle palle di cannone fendettero l’aria sbucando fuori dalla nuvola di fumo e colpirono i fantaccini in linea.
Saturnino sentì uno spostamento d’aria e vide che il suo compagno, a sinistra, perse la testa colpita da quella palla di cannone.
I proiettili causarono gli stessi danni tra i fantaccini e le tre linee parvero sul punto di collassare, ma bastò che il sergente urlasse: «Ricompattarsi, ricompattarsi, animali!» che la compagnia si fece più forte e sì, le linee si restrinsero, ma tornarono a essere più forti.
«Ricarica!» strepitò il capitano.
Di nuovo, Saturnino si dedicò alle venticinque mosse. Ormai sapeva fare tutto in automatico, era più facile per ricaricare il Charleville piuttosto che addormentarsi.
Dopo un attimo, aprirono di nuovo il fuoco e tra la compagnia di Saturnino e la piccola postazione di cannoni ci fu quello scambio di pallottole. Forse gli stessi artiglieri non potevano vedere l’effetto di quel che facevano, e se era per quello nessun commilitone di Saturnino né lui stesso poterono godersi la scena degli artiglieri nemici uccisi, ma non ci si poté fare nulla: c’era tutto quel fumo.
Altri commilitoni di Saturnino finirono per essere decapitati o comunque squartati dalle palle di cannone, e allora il capitano Chevallier si stufò. Un po’ in italiano e un po’ in francese gridò: «In avanti! Alla baionetta! Viva l’Imperatore!».
I fantaccini corsero oltre la cortina di fumo e Saturnino tossì per l’intossicazione e anche per lo sforzo – o forse era la combinazione delle due cose. Allora vide il crinale della collina. C’erano cadaveri, cannoni abbandonati a se stessi e più nessun artigliere.
Prendere il possesso di quell’altura fu un gioco da ragazzi, ma Saturnino, più che strappare agli austriaci quelle bocche da fuoco, avrebbe voluto fare un massacro degli artiglieri austriaci. A Varese, quando era giovane, una volta era stato preso a bastonate da un gruppo di artiglieri austriaci perché si era rifiutato di aiutarli a trascinare un cannone.
Se Saturnino era astioso nei confronti degli austriaci, pensò anche che era stato facile, troppo facile, e la cosa lo disgustò.
Mentre il capitano Chevallier dava ordini a destra e a manca, Saturnino si sedette sulla culatta di un cannone e stette a osservare le campagne intorno a quella collina. Vide arrivare qualcuno, erano dei civili, gli parvero dei boscaioli.
Allora i boscaioli si avvicinarono alla compagnia di Saturnino e uno di loro, con dei sorrisi viscidi e un atteggiamento riverente, si rivolse al sergente.
Il sottufficiale rispose in maniera sgarbata con il poco tedesco che sapeva, ma quell’uomo non parve dispiacersi della risposta poco gentile e mise mano alla scure, quindi lo aggredì.
Si diffusero delle urla di allarme e Saturnino realizzò che c’erano molti altri boscaioli armati di scure che li stavano assalendo.
Un attimo dopo, uno di quei tipi caricò verso Saturnino ma lui reagì trafiggendogli il torace con la baionetta, allora lo scacciò via con un calcio e si dedicò a un altro di quegli ossessi con scure che lo voleva fare a pezzi.
Scoppiò il corpo a corpo e i fantaccini spararono a bruciapelo, si difesero da quelle aggressioni, ma lo stesso alcuni ragazzi finirono per soccombere a quegli attacchi. Saturnino li vide, proprio, quegli ossessi radunarsi intorno ai fantaccini feriti più isolati e li tempestavano di colpi di scure fino a farli sparire sotto i loro colpi mentre le lame degli attrezzi si sporcavano di sangue.
«Riuniamoci, riuniamoci!» ordinò Chevallier.
Intorno ai cannoni, i fantaccini agirono in quella maniera e scacciarono via alcuni di quegli ossessi, ma costoro erano vigliacchi: se presi da soli, fuggivano, se invece erano in gruppo, attaccavano con rabbia e forza smembrando i fantaccini.
Continuarono a respingerli, i soldati di Napoleone, ma poi quegli ossessi persero il loro slancio iniziale e sazi di sangue incominciarono ad andarsene.
Solo che Saturnino non era desideroso a che finisse tutto così, e allora fece un cenno ad Aristide. «Dai, vieni con me».
«Sì…». Il commilitone brillò di un sorriso: voleva l’avventura e adesso l’avrebbero ottenuta.
Rincorsero l’ultimo di quegli ossessi che cercava di scappare e senza ucciderlo lo placcarono atterrandolo sull’erba, così Saturnino gli strappò la scure e Aristide lo minacciò con il Charleville.
Senza chiedere nulla o quasi, lo portarono dai propri commilitoni.
Chevallier era sceso da cavallo ed era livido, mentre il sergente era furibondo e tratteneva a stento la rabbia. Il capitano accolse il prigioniero dicendo: «Il nostro imperatore ci ha vietato di usare la tortura, ma non sfidare la mia obbedienza al comandante in capo. Capisci il francese?».
«Sì» sputò più che parlare, quel tipo.
«Molto bene. Chi siete?».
Saturnino ci avrebbe giurato che sarebbero servite le maniere forti, ma invece quell’uomo fu più accomodante. «Siamo ribelli antifrancesi… membri di un movimento segreto… forse nessuno sentirà parlare di noi, ma vogliamo fare la nostra parte dopo la sconfitta del nostro paese a Wagram. Vi abbiamo aggredito vedendo che avevano conquistato questo rilievo…».
Chevallier scosse la testa. «Ne parlerò con il comando». Andò via.
Secondo Saturnino, adesso tutto sarebbe stato più difficile.

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Chi lo ha scritto

Kenji Albani

Kenji Albani è nato il 13 novembre 1990 a Varese (è italiano, nonostante il nome giapponese). Nel 2008 il suo racconto “Visite dall’aldilà” è stato segnalato al concorso indetto dalla Giulio Perrone Editore. Nel 2018 si è diplomato sceneggiatore di fumetti alla Scuola del Fumetto di Milano, nel 2020 si è laureato in scienze della comunicazione all’Università degli Studi dell’Insubria e sempre nel 2020 è arrivato finalista al concorso “Pergamene stellari” indetto dall’associazione culturale Yavin4 con il racconto “Un dinosauro tra quanta confusione”. Dal 2018 pubblica ebook con Delos Digital tra i quali l’antologia da lui curata “Dark Graffiti” e il saggio sulla Guerra Iran-Iraq “La primissima guerra del Golfo”. Nella primavera del 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo, “1572”, con “L’Undicesimo Libro”. Solitamente pubblica racconti brevi su Wattpad, Inksection, Edizioni Open, L’Undici, Braku, IlMioLibro, L’Infernale, Racconticon e Writers Magazine Italia. Lavora come sceneggiatore di fumetti per Ilmiofumetto.it e articolista per Leggimela.

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