Moschetto e shakò – Caccia al disertore

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E così alla fine la compagnia di Saturnino giunse al quartier generale.
Era un accampamento di tende e qualche baraccamento montato sulle sponde del Danubio. C’era umidità, per quanto quell’estate fosse molto secca.
Saturnino tossì e poi non vide l’ora di potersi riposare. Era stremato.
Solo che prima bisognava rispettare il giusto protocollo e la compagnia si dispose sull’attenti davanti a un colonnello.
Il capitano Chevallier era ritto e orgoglioso sul suo cavallo e si mosse verso il colonnello. Gli fece allora il saluto militare e smontò di sella. Mentre un subordinato badava alla cavalcatura, il capitano fece di nuovo il saluto militare al quale il superiore rispose con piacere.
Fra i due ci fu un sorriso di intesa e quindi il capitano alzò la voce nel dire: «La compagnia italiana le dà i suoi rispetti, signor colonnello!».
«Bene, bene, bravi così». A quel punto il colonnello assunse un’espressione astuta, quasi più da mercante che da ufficiale della Grande Armata.
«Se permette, i miei uomini vorrebbero riposarsi…».
Il colonnello grugnì. «Riposarsi? No, non è possibile».
Saturnino rimase di sasso al sentire quell’esclamazione. Lui voleva riposare. Era pur un suo diritto, no? Ma solo che il colonnello non sembrava essere di quell’idea perché aggiunse: «C’è un problema di disertori… molti uomini hanno disertato».
«Ma… perché, signor colonnello?». Chevallier non sapeva, rimase a bocca aperta.
Si scrollò nelle spalle. «Forse perché nonostante la vittoria a Wagram la guerra si sta dilungando e molti sono stanchi».
In effetti, Saturnino condivideva quel pensiero. Non vedeva l’ora di tornare a Varese, dove si sarebbe riposato e avrebbe messo su un po’ di energie per la prossima guerra – in effetti tutti sapevano che l’Imperatore era un guerrafondaio e dopo la guerra agli austriaci ce ne sarebbe stata un’altra, un’altra e un’altra ancora.
Era stanco, Saturnino, e pensava che fosse un suo diritto riposare.
Il colonnello però non ne voleva sapere. «Dovete fare un’operazione di polizia. Andate da quella parte, per i boschi, e cercate di acciuffare i disertori. Sono feccia, per me, e quindi fucilateli… che poi, così prescrive il regolamento militare: chi diserta in periodo di guerra va fucilato in maniera sommaria. E senza pietà!».
Dopo averlo ascoltato, Chevallier annuì con una smorfia. «Ma certo, signor colonnello, mi è tutto chiaro».
«Ecco, bene. Allora proceda che non voglio più perdere tempo».
Chevallier annuì di nuovo e una volta che il colonnello se ne fu andato tornò al cavallo. Nuovamente in sella, sguainò la sciabola e gridò: «Avete sentito il signor colonnello? Coraggio, muoviamoci».
Fra i fantaccini c’era qualcuno che bofonchiava, ma solo non in maniera molto appariscente.
Si avviarono a seguire Chevallier mentre Aristide, accanto a Saturnino, protestava a mezza bocca.
«Coraggio, Aristide» si ritrovò a dire Saturnino, «è il nostro dovere».
«Ma certo, ma certo». A quel punto Aristide sputò in terra.
Avanzarono nella boscaglia quindi si divisero in squadre e setacciarono la vegetazione. Saturnino trovò nidi di uccelli, qualche tasso e qualche biscia, ma nulla di grave. Era come se non ci fosse alcun disertore, e forse, iniziò a pensare, quell’ordine del colonnello serviva solo a non farli riposare. Saturnino provò rabbia.
Ma poi, dopo dieci minuti, si sentirono delle urla di rabbia e delle invocazioni.
«Andiamo a vedere!». Aristide era con lui e Saturnino lo seguì.
Tutti insieme puntarono in quella direzione e si fermarono al vedere un piccolo gruppo di fantaccini che stava per spianare i Charleville davanti a due fanti francesi legati a degli alberi.
«Pietà, pietà!» invocavano questi ultimi.
Prima che qualcuno potesse dire o fare qualcosa, il sergente che comandava quel gruppo gridò: «Fuoco!».
I fantaccini tirarono i grilletti e i disertori finirono per essere crivellati di colpi.
Il sangue sgorgò, i capi si chinarono con gli occhi vitrei e Saturnino non poté più fare nulla per loro. Erano morti. Ma il fatto era che li capiva, anche. Comprendeva la frustrazione del fatto che quella era una guerra infinita e anche se non erano italiani ma francesi, rimaneva il fatto che erano tutti stanchi di quel conflitto.
Forse Aristide intuì i pensieri di Saturnino, e per questo gli diede un buffetto. «Coraggio, muoviamoci».
«S-sì».
Si riavviarono a cercare altri eventuali disertori, e Saturnino giudicò che sarebbe stato sgradevole cercarli per poi condannarli a morte. Non se la sentiva, quell’idea lo ripugnava.
Ma poi successe che Aristide azzittì tutti e indicò in una direzione.
Saturnino vide alcuni soldati francesi – ed era evidente che fossero dei disertori – parlottare con un tenente feldmarescialo che Saturnino riconobbe: era Radetzky!
Subito Saturnino si arrabbiò. Aveva dei pessimi ricordi di Radetzky e aveva tutta l’idea che quel tipo sarebbe stato una rovina per i popoli italiani.
Prima che Saturnino potesse anche dire qualcosa, Aristide non perse tempo e balzò fuori dal nascondiglio con il Charleville spianato. «Fermi tutti, maledetti disertori! Siete in arresto».
Doveva essere che anche Aristide si era sentito disgustato al riconoscere l’ufficiale austriaco e aveva cambiato idea in fretta sul conto dei disertori.
Il tenente feldmaresciallo prima parve sorpreso, poi fece una smorfia molto mefistofelica e ordinò in un francese sgraziato: «Attaccateli, vogliono uccidervi!».
Era vero, ma ciò non significava che lo dovevano per forza ascoltare.
I disertori estrassero delle lame e aggredirono Saturnino, Aristide e i loro compagni.
Così, Saturnino e gli altri si difesero con le baionette e scoppiò il combattimento.
Ci furono urla, le baionette trafissero e quei disertori cercarono di essere efficaci ma finirono per cadere in terra e morire dissanguati come maiali.
Adesso, tutto sommato, Saturnino non se la sentiva più di difenderli e capirli. Avevano provato a scannarlo, e solo perché loro, i fantaccini italiani, erano stati più capaci e disciplinati erano riusciti a prevalere.
Radetzky era sfuggito alla cattura, ingoiato dalla vegetazione, e Saturnino rimase amareggiato.
«Coraggio, Patrizi» gli disse Aristide appoggiandogli una mano sulla spalla. «La notte è ancora lungi dal calare e ci sono molti altri disertori da catturare».
«Sì, hai ragione». Saturnino era determinato a obbedire agli ordini. Ma avrebbe più che volentieri acciuffato Radetzky, di certo l’ispiratore di tutte quelle diserzioni.

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Chi lo ha scritto

Kenji Albani

Kenji Albani è nato il 13 novembre 1990 a Varese (è italiano, nonostante il nome giapponese). Nel 2008 il suo racconto “Visite dall’aldilà” è stato segnalato al concorso indetto dalla Giulio Perrone Editore. Nel 2018 si è diplomato sceneggiatore di fumetti alla Scuola del Fumetto di Milano, nel 2020 si è laureato in scienze della comunicazione all’Università degli Studi dell’Insubria e sempre nel 2020 è arrivato finalista al concorso “Pergamene stellari” indetto dall’associazione culturale Yavin4 con il racconto “Un dinosauro tra quanta confusione”. Dal 2018 pubblica ebook con Delos Digital tra i quali l’antologia da lui curata “Dark Graffiti” e il saggio sulla Guerra Iran-Iraq “La primissima guerra del Golfo”. Nella primavera del 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo, “1572”, con “L’Undicesimo Libro”. Solitamente pubblica racconti brevi su Wattpad, Inksection, Edizioni Open, L’Undici, Braku, IlMioLibro, L’Infernale, Racconticon e Writers Magazine Italia. Lavora come sceneggiatore di fumetti per Ilmiofumetto.it e articolista per Leggimela.

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