Il signor Malalan riflette sulla coda e se la ride (17)

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Stare in coda è una di quelle esperienze che secondo il signor Malalan, dovrebbe essere oggetto di finanziamento, da parte dello Stato, per poter avviare un programma di studi e interventi a carattere multidisciplinare!
Scienziati, giuristi, filosofi, statisti e psicologi, tanto per citarne alcuni, troverebbero, senza alcun dubbio, ricco materiale da analizzare al fine di addivenire a un’ipotesi condivisa su quali meccanismi, di attacco e di difesa, mette in campo l’uomo comune per sopravvivere a una convivenza forzata con se stesso. Perché di questo si tratta… di essere costretto, nei limiti circoscritti di una coda, a un incontro ravvicinato con il proprio io. Un dramma inimmaginabile nella società moderna dove, attraverso la tecnologia, è concesso viaggiare addirittura nell’iperspazio e distogliere, magicamente, l’attenzione da una pericolosa riflessione intima.
Non importa se la colonna si forma davanti al casello autostradale, in posta, al semaforo, al bagno, in salumeria o al bar, l’effetto, secondo il signor Malalan, è sempre lo stesso. Sul cadavere ancora caldo di un’apatia iniziale, si allarga la voragine dell’intolleranza.

Un giorno il signor Malalan ebbe l’occasione di vedere quell’assurdo spettacolo dall’alto, mentre sorvolava in parapendio un’area dedicata ai festeggiamenti della patata in tutte le sue varianti –al forno, ripiena, fritta, al cartoccio. La festa si celebrava in occasione della ricorrenza di una madonna locale o qualcosa del genere. Il nome della sagra era ambiguo “Festa della Topa, Madonna dell’estasi” e il signor Malalan non si era mai azzardato ad approfondire l’argomento, preferendo restare nell’illusione che si trattasse di una festa pagana!

Ad ogni modo, la fila al chiosco delle patate dolci era sorprendentemente lunga e indisciplinata. Assomigliava a quella che il signor Malalan ricordava essere stato costretto a fare, tante volte, da ragazzo, per vedere le compagne di ginnastica denudarsi e spettegolare allegre sotto la doccia, attraverso il buco del muro nello spogliatoio della palestra!
Il tempo d’attesa, allora, sembrava eterno, ma il signor Malalan godeva ogni singolo istante di quell’opportunità, impegnando anima e corpo su diversi fronti. Da una parte, curava il benessere del corpo improvvisando alcuni esercizi di rebirthing per calmare il prurito sessuale che lo eccitava come l’estrazione dei numeri della lotteria alla sagra paesana e dall’altra, ripassava le tabelline per verificare il suo grado di lucidità. Poi, una volta fatto ordine dentro se stesso, rivolgeva l’attenzione all’esterno, osservando i ragazzi in coda davanti a lui con sguardo indagatore.
A volte, contava quanti di loro indossassero la camicia e quanti la t-shirt, a volte improvvisava lampi di conversazione per socializzare e a volte, invece, spinto da una morbosa curiosità di scoprire qualcosa di più su quei giovani, studiava ogni dettaglio, gesto, movimento e sospiro fuori dai binari della classica routine.
In fondo, l’artificio per sfruttare il tempo libero concesso dallo stare in impasse aspettando il proprio turno era proprio quello: fare un breve chek up interno e poi, fare un accurato chek up dei coinquilini di coda!

Così, per esempio, il signor Malalan aveva scoperto che Giuseppe De Santis, rampollo di una famiglia nobile, generosa e caritatevole, probabilmente era stato adottato. Non c’era altra spiegazione per giustificare un patrimonio genetico tanto diverso. I genitori, infatti, erano impegnati in progetti di solidarietà e di cooperazione allo sviluppo in Africa, mentre Giuseppe era tirchio, xenofobo, borseggiatore e pure frocio.
Il signor Malalan aveva sorpreso Giuseppe, più volte, a deridere Abdul per il colore della pelle, Nicola per i brufoli purulenti e Simone per le gambe a pois –soffriva di vitiligine; l’aveva visto frugare alacremente nelle tasche dei giubbotti dei compagni e, soprattutto, l’aveva pizzicato con lo sguardo fisso sul loro sedere. Il buco a cui puntava Giuseppe non era certo quello nel muro dello spogliatoio!
Aldo, invece, casanova conclamato del corso di ginnastica, vantava un tic assai curioso e puntuale di cui si era nutrito il signor Malalan per sgonfiare i pettorali di quel bellimbusto e aumentare la propria autostima. Esattamente ogni dieci secondi di immobilità, Aldo scendeva dall’Olimpo degli Dei e diventava uomo. Da uomo qualunque, si grattava in maniera assai volgare la chiappa destra, insegnava qualche passo di merengue al suo uccello e poi riequilibrava le proteine e l’acqua persi nell’attività fisica con una sostanziosa merenda a base di caccole del naso!
Carlo, infine, si era distinto tra il gregge per il suo sorriso, lasciando esterrefatto il signor Malalan. Prima di allora, infatti, al signor Malalan non era mai capitato di vederlo all’opera con quel flash abbagliante incorporato nella bocca, tanto da autoconvincersi che il poveretto soffrisse di qualche patologia dentale o portasse l’apparecchio. Carlo sfoggiava denti bianchissimi e regolari, senza carie, né tartaro, coperti solo da un filo di bava causata dall’ipersalivazione sobillata dall’eccitazione del momento. Mai avrebbe immaginato, il signor Malalan, che il reale motivo per cui Carlo, di norma, sorrideva solo in maniera implicita, come lo stesso gli confessò durante una di quelle lunghe attese, fosse il timore dell’insorgere di antiestetiche rughe d’espressione agli angoli della bocca e attorno agli occhi!

Lasciati svanire nell’aria i ricordi di gioventù, il signor Malalan tornò a guardare l’assembramento al chiosco delle patate dolci. Il parapendio costituiva un osservatorio privilegiato da dove poteva ammirare i comportamenti del popolo di estimatori del tubero tanto agognato. La catena di esseri umani assiepata tra gli stand della sagra era apparsa al signor Malalan buffa e bizzarra, non solo per ciò che da lì riusciva a scorgere –chieriche insospettabili, ricrescite dei capelli fuori controllo, palpeggiamenti furtivi-, ma anche per i continui cambi di direzione e di umore dei singoli soggetti. L’immagine catturata e fissata sulla retina del signor Malalan, infatti, assomigliava a una biscia piena di cisti sebacee, in preda alle convulsioni: c’era, chi si spostava sulla destra, tentando invano di capire cosa stesse succedendo in testa, chi si spostava sulla sinistra, per lo stesso motivo, e chi, invece, si spostava un po’ a destra e un po’ a sinistra approfittando, probabilmente, del tempo libero per fare ginnastica e rinforzare i quadricipiti.
Stare in coda è una faccenda seria. Sebbene in prima battuta possa sembrare un’attività banale, priva di risvolti interessanti, a un esame più scrupoloso, non può sfuggire l’alone di mistero che l’avvolge, come l’illusione dello sviluppo di unghie e capelli dopo la morte. Senza dubbio, trovarsi intrappolato in una fila, è una situazione ricorrente nella vita di ogni essere umano. Spesso, addirittura, rappresenta un problema capace di mandare in bestia la persona più equilibrata e paziente. Ci dev’essere qualcosa, in quella situazione, una sorta di pulviscolo addizionato con NCT –nicotina, caffeina, teina- che fortifica il seme dell’insofferenza e l’istinto animale che alberga sine die nel sequenziamento del genoma umano. Anche il più timido germoglio, in poco tempo, diventa un’erba infestante e assai urticante.

Il signor Malalan, infatti, ha osservato come una coda ordinata di esseri umani si trasformi, di frequente, in uno zoo senza gabbie né cibo, ovvero in un campo animato da belve feroci con il dono della parola scurrile, degna di una censura televisiva, e l’agilità fisica di un contorsionista a fine carriera -ancora flessibile, ma terrorizzato da crampi e contratture.
Così la vecchina decrepita, apparentemente fragile e indifesa, dopo qualche minuto di attesa, diventa prepotente e minacciosa. D’un tratto abbandona l’alone di eleganza un po’ ingessata e approssimativa che tiene stretta a sé come fosse l’ultima chance per non passare inosservata e incarna, senza remore, la iena più disinibita. Il bambino angelico, già un ossimoro di per sé, assume l’atteggiamento e lo sguardo di un cane rabbioso. La donna comune, per prassi consolidata anonima, insignificante e noiosa, si trasforma in un’orca assassina. L’uomo qualunque, invece, per prassi consolidata anch’esso anonimo, insignificante e noioso, diventa un porco, a volte per i grugniti, a volte per la lascività e il signor Malalan… accetta di buon grado l’epiteto di signor Macaco. Ovviamente il signor Malalan non involve in una scimmia e nemmeno in un uomo sciocchino. Signor Ma.ca.co. sta per “signor Malalan, cattura, coglie”, ovvero, il signor Malalan, in coda, sfrutta l’occasione di immobilità apparente per stupirsi di ciò succede tutt’attorno, come quand’era un ragazzino con la tendenza, fisiologica per quell’età, al voyeurismo.

A dispetto di ogni teoria scientifica, filosofica o pratica spirituale, infatti, a un certo punto, rimanere nella zona di confort -intesa in maniera molto circoscritta nello spazio concesso, per esempio, da una fila- porta alla nevrosi. Stare avviluppati nel conosciuto, dovrebbe rasserenare, invece, trascorsi due minuti al massimo, quando inizia a prendere piede l’inevitabile metamorfosi, il disagio, esplode incontenibile. Per il signor Malalan è assodato, stare relegati forzatamente in una coda, nell’attesa che arrivi il proprio turno, risveglia il cosiddetto ottavo peccato capitale: l’irrequietezza!

Affrontare una fila, secondo il signor Malalan, è un po’ come affrontare un lutto. Serve un processo di elaborazione per superare le difficoltà e adattarsi a un’ineluttabile evidenza, simile a quello in cinque fasi che la psichiatra svizzera Elisabeth Kübler Ross ha descritto, con mirabile lucidità, per superare il dolore: negazione, patteggiamento, rabbia, depressione, accettazione.
Dal libretto del signor Malalan ““Pillole di riflessioni “scorrette” per esaltare la sapidità dell’esistenza”:
Processo di elaborazione dello stare in coda.
“Fase 1: Negazione. Durata massima: trenta secondi.
Poco importa che tu sia di fretta oppure abbia tutto il tempo del mondo. Il primo pensiero quando ti trovi incolonnato in una fila è “noo, non ci posso credere, non è possibile”. Questa si chiama negazione. Talmente infastidito e convinto di essere vittima di un’ingiustizia, non ti accorgi nemmeno di quanto, in realtà, quel destino crudele sia democratico, avendo colpito decine di persone, oltre a te stesso. In genere questa fase è acuta e relativamente facile da superare. Quando, infatti, l’isteria comincia a scemare per effetto di un calo di zuccheri, di caffeina, di delirio di onnipotenza o, al contrario, la serotonina comincia a salire per uno sguardo ammiccante, un fondoschiena ben fatto, la digestione di un quadrotto al cioccolato… allora puoi passare alla fase 2.

Fase 2: Patteggiamento. Durata massima: un minuto.
Ben disposto dalla mancanza di isteria o dall’aumento consistente di serotonina nel sistema nervoso, tutto sembra possibile, o quasi. In questa fase, l’obiettivo è trovare un buon compromesso tra le sensazioni contrastanti di perdere tempo, da una parte, e di grande opportunità, dall’altra. Sensazioni che guizzano veloci e disordinate nella mente, alla stessa stregua dei salti, con doppio avvitamento, dei pesci vivi nell’olio bollente.
Come procedere? Abbandonarsi al piagnisteo, oppure cercare di rimediare un invito a cena, sedurre chi ti precede nella fila per rubargli il posto o ancora, approfittare per sciogliere i muscoli del rachide cervicale con delle circonduzioni del capo.

Fase 3: Rabbia. Durata massima: venti secondi.
Purtroppo, non sempre la fase 2 ha successo. A volte, infatti, il piagnisteo prende il sopravvento, gettandoti nello sconforto più totale. A volte, invece, anziché rimediare un invito a cena, rimedi un ceffone o una mala parola e altre volte ancora, il rilassamento dei muscoli si trasforma in un crampo troppo affettuoso. Non disperare subito, però, non cadere nella trappola del vittimismo, adesso è il momento della rabbia. Sfoga la tua frustrazione, è liberatorio. Fatti delle domande: perché è toccata proprio a te quella coda così lunga? Quale karma negativo ti perseguita? Riuscirai a prendere il treno? Riuscirai a tornare a casa in tempo per vedere la puntata di Beautiful? Riuscirai ad arrivare all’auto parcheggiata in divieto di sosta prima dei vigili urbani?… Poi rilassati e accedi alla fase 4.

Fase 4: Depressione. Durata massima: dieci secondi
Ora, sempre in fila, ti senti triste, solo, vuoto. Impotente. Il futuro ti appare privo di significato, il passato sembra essere lì apposta per ricordarti che non ti rimane niente e del presente non sai cosa fartene. Passa velocemente alla fase cinque, prima che la sgradevole sensazione di abulia si trasformi in qualcosa di vagamente piacevole. NB: eminenti studi scientifici rivelano che il divano è uno dei sogni proibiti più comuni tra gli esseri umani. Non adagiarti, è il momento del riscatto.

Fase 5: Accettazione. Durata massima: fino al termine della coda e se emotivamente fragili, anche oltre.
Con molta probabilità, trascorsi i due minuti delle fasi precedenti, sarai ancora in coda. Che fare? Accettare.
Accettare, esattamente che cosa? Dati di fatto: ci sono molte persone davanti a te, perderai un sacco di tempo utile, dovrai rimandare degli impegni, ti farà male la schiena, sarai costretto ad assumere una pastiglia per il mal di testa e, forse un antiacido e un antiinfiammatorio. Dovrai confessarti per le bestemmie che ti sfuggiranno e fingerti amico degli animali d’affezione, sicuramente presenti, che ti guarderanno con commiserazione o peggio, digrignando i denti. E ancora, dovrai cedere il posto nella fila a un anziano, dare la precedenza a una donna incinta, alle forze dell’ordine e pure a chi si finge malato…
Lo scritto, a questo punto, si interrompe brevemente e sulla pagina compaiono una serie di disegni senza senso, alcuni residui organici non meglio identificati e delle macchie di caffè. Con ogni probabilità il signor Malalan si è concesso una pausa per la merenda. Poi riprende con questa chiosa:
Accetti un consiglio? Non ti fidare degli psichiatri. A mio avviso, infatti, tutto questo processo non serve a nulla, se manca la fase 6.

Fase 6: Suggestione.
Credi davvero che possa esistere un processo per superare le difficoltà generate da una fila e per adattarsi a un’ineluttabile evidenza?
1) SI: predisponi un bonifico periodico a favore del signor Malalan e la tua vita migliorerà;
2) NO: predisponi un bonifico congruo a favore del signor Malalan per averti fatto riflettere;
In ogni caso, che tu ci creda o meno, se hai continuato a leggere fino a questo punto… ops, ho ancora una persona davanti, poi tocca a me… Sono in fila al banco salumeria e il profumo del culatello comincia a stordirmi. Fase 6 bis: Svegliaaa!

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