Femmene accussì.

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Quando non avevo ancora 14 anni abitavo a Napoli.
Non Napoli centrale, ma in periferia, a Soccavo, tra Fuorigrotta ed il monte Camaldoli. Allora c’era ancora molta campagna, lo ricordo come un bel posto. Nella nostra zona c’era anche il campo dove venivano ad allenarsi i giocatori della squadra di calcio bianco celeste.
Eravamo una piccola compagnia di ragazzini che frequentavano le medie, alcuni di loro facevano già parte del complesso (allora il termine band non si usava) con cui muovevamo i primi passi nel mondo della musica.
Eravamo tutti molto giovani, ma già in fase adolescenziale. Ragazzine belle a scuola ce n’erano tante, ma chi aveva il coraggio di avvicinarle? Allora, poi, c’erano le sezioni femminili e quelle maschili ben separate, conoscerle era davvero difficile. Vuoi la timidezza, vuoi che si guardava sempre ai più grandi, morale della favola, eravamo tutti ”scompagnati”, senza la fidanzata, allora si diceva così.

Il nostro punto di ritrovo era il bar De Rosa sulla via principale, via Epomeo angolo con via Manna, la strada in cui abitavo io. Il Signor De Rosa, un uomo grande e grosso, ci prese un pò sotto la sua ala protettrice, consumavamo poco ma non disturbavamo per niente, anzi, forse, la nostra presenza teneva lontani i guappi che allora cominciavano a diffondersi.
Un giorno, sul calar della sera, prima di rientrare a casa per la cena, eravamo tutti lì con le nostre biciclette a chiederci cosa mai avremmo dovuto fare per trovare una fidanzata. E alla fine di tutti i discorsi arrivò quel momento di riflessione in cui tutti stanno zitti, cercando di elaborare i propri pensieri. Fu Gianni a rompere il silenzio per esternare il risultato delle sue elucubrazioni.
- Guaglio’, mo’ teniamo le biciclette e le guaglione non ci guardano manco, ma appena facciamo 14 anni ci accattiamo il motorino, allora sì, femmene accussì!
Facendo seguire il gesto con la mano con le dita che si aprono e chiudono e fanno intendere, ressa, folla, un a quantità di ragazze fitte fitte.

Passarono due anni, le ragazzine si facevano sempre più belle e noi avevamo sempre più brufoli. Finalmente, però, avevamo tutti il motorio, chi il Ciao, chi il Trotter, solo modelli base, il minimo in fatto di ciclomotori, il massimo di quello che potessero permettersi i nostri genitori. Il ritrovo era sempre al bar De Rosa, e anche quella sera eravamo lì a guardare i nostri motorini e a constatare che eravamo ancora tutti scompagnati, stessi discorsi, stessa pausa di riflessione lo stesso Gianni che rompe il silenzio.
- Guagliò, appena facciamo 16 anni ci accettiamo le motociclette, allora sì e femmene accussì. A seguire sempre il solito gesto della mano.

Napoli anni '60, Archivio fotografico Carbone.

Napoli anni ’60, Archivio fotografico Carbone.

Passarono così altri due anni, sempre lo stesso bar, ma ora c’era chi arrivava con la Vespa chi con la Lambretta. Di moto vere e proprie non se ne parlava neanche, non c’erano denari! Le ragazzine erano diventate signorine, noi eravamo alle superiori, escluso Gennaro che era l’unico che lavorava fin da piccolo in una carrozzeria ed era il batterista del nostro gruppo: “Le assurdità”. Assurdi lo eravamo davvero. suonavamo a battesimi, matrimoni, feste da ballo, intervenivamo in supporto ai complessi più affermati. Certo qualche soldo lo racimolavamo, ma poca roba. Ci compravamo strumenti migliori, mai niente di che. Grazie al cielo allora c’era una fiorente industria nazionale che produceva strumenti per tutte le tasche.
Replica del luogo. Replica dei discorsi. Brufoli spariti, un leggero cenno di peluria sul viso, gli ormoni stavano suonando la carica. Ma noi eravamo ancora tutti scompagnati, ormai mi viene da dire ovviamente, stesso silenzio e Gianni che lo interrompe.
- Guagliò, mò che facciamo 18 anni ci facciamo la patente e allora con le macchine e femmene accussì! A seguire sempre il solito gesto della mano, ovviamente.

Passarono così altri due anni, qualche avventuretta, ma niente di stabile. A quei tempi si doveva star attenti perché se finivi fidanzato in casa, cioè presentato ai genitori ufficialmente, poi la ragazza con cui uscivi te la dovevi sposare. La morte non era un’ipotesi così lontana. Ancora lo stesso bar e il Sig. De Rosa ormai aveva qualche anno in più. Noi consumavamo sempre troppo poco e ci muovevamo tutti in una macchina, una Fiat 850 grigio topo. Malgrado le 500, le 600 dei genitori, o la 850 Sport di Gennaro, l’unico che guadagnava, eravamo tutti ancora desolatamente scompagnati. I massimi sistemi erano ormai all’ordine del giorno, stessa pausa di riflessione collettiva di noi persi in questo mondo crudele. A tirar le somme ci pensava Gianni, sempre lui.
- Guagliò qua non ci sta nulla da fare, mo’ ci possiamo comprare solo l’aeroplano!!!  Scendemmo tutti dalla macchina per abbracciarci e andare a brindare con un’aranciata a quello storico momento! Il Sig. De Rosa quasi si commosse!

Finimmo le superiori, chi partì militare, chi per mare (io), chi emigrò e la compagnia si sciolse così come Le Assurdità e fu l’ultimo anno che suonai. Ma la storia continua, la ruota torna sempre al punto di partenza prima o poi, tanto che ad un certo punto della vita ti sembra di rivedere sempre cose in slow motion. Io ebbi il primo imbarco, che durò circa 9 mesi, avevo due obbiettivi da raggiungere, comprarmi una casa e una vera motocicletta, volevo vedere se poi Gianni aveva ragione. Nessuno mi avrebbe più potuto fermare. In attesa dell’imbarco successivo, lavoravo a terra. I miei zii mi avevano offerto un lavoro nella loro impresa di traslochi ben avviata e io accettati. Eravamo tornati ad abitare a Venezia, e io, senza toccare i soldi guadagnati per mare, mi comprai una Ducati 350 GTV rossa. Ero al settimo cielo.

Un giorno presi la moto, il casco e il chiodo (lo conservo ancora quel glorioso giubbotto) e andai a Caralte, un paesino prima di Pieve di Cadore a trovare altri parenti in vacanza. Con me c’era anche un mio cugino con la Benelli 250.  Fu così che facemmo colpo su due ragazze. Facendo gli sboroni per il paese con le moto, fummo notati e riuscimmo ad attaccar bottone.  La sera invitai quella che mi piaceva di più a fare un giro con me. Andammo fino a Pieve, facemmo una passeggiata sulla diga (di Castello mi pare) e complice la velocità della moto, o le sue tremende vibrazioni, o il cielo stellato, ci baciammo.
Avevo comprato la moto per avere femmene accussì (segue gesto della mano) e la prima ragazza che ci è salita sopra, poi me la sono sposata. C’è certamente una morale in tutta questa storia ma non sono mai riuscito a trovarla, se non che l’uomo nasce fesso e fesso muore.

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Tag

Chi lo ha scritto

Renato Rosati

Ho lasciato la vita sul mare, perché sono un sognatore con i piedi per terra. Viaggio su due ruote (meno di quanto vorrei), amo la montagna, suono la chitarra (Marina dice in modo eccellente), sono un figlio presente e un nonno a distanza. Ho attraversato tante tempeste, ma non ho ancora trovato il mio porto sicuro. Quindi continuo a cercarlo. Credo che non mi stancherò mai.

Perché non lasci qualcosa di scritto?

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *