Troppo freddo nella valle.

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Mi sedetti davanti alla televisione, mentre aspettavo mia moglie che era andata a farsi un trattamento giù alla Spa. In quella maledetta stanza d’albergo c’era freddo. Si facevano pagare cari, però lasciavano gli ospiti all’addiaccio! Affondai i piedi tra i cuscini, tremavo. Non ricordavo di essere mai stato tanto a disagio come in quel momento.
Dalle dieci del mattino non avevo fatto altro che consigliare la mia dolce metà sull’abbigliamento da indossare. Odiosi vestiti che lei provava e riprovava, pacchiani e colorati, mentre ridacchiava e mi passava davanti di continuo.
Aveva poi optato per un costume da bagno e un accappatoio morbido, dato che doveva andare a farsi una pulizia del viso e di seguito un massaggio. Avrebbe potuto quindi rispettare anche la mia di vacanza, invece di farmi fare sempre cose inutili!
Era già l’una del pomeriggio e io ero ancora in pigiama. Non mi ero rasato e avevo una fame da lupi. Però eravamo rimasti d’accordo, con mia moglie, che l’avrei aspettata per pranzare insieme al ristorante dell’albergo. Anche se lei, aveva tenuto a precisare, avrebbe avuto sicuramente la pelle un po’ arrossata.
Era via ormai da più di un’ora, e io avevo freddo. Ero talmente angustiato, lì da solo, da fare dei ragionamenti a voce alta. – Dove diavolo sei, Martina? Dai, presto! Torna, che tanto ti ci vorrebbe un miracolo e non c’è niente che in quel centro estetico possano fare. Io sono qui, che ti aspetto. E che vorrei mangiare, una volta tanto!
Ero talmente esausto, da pensare d’intavolare una discussione anche con i padroni dell’albergo.
– Li avete presi i nostri soldi, voi? Eh, li avete presi? Sì? E allora, mica potete farci morire di freddo. Avanti, accendete quel cavolo di riscaldamento, che siamo in montagna e qui non si scherza!
Un’altra mezz’ora di chiacchiere inutili alla tivù, dove un tizio voleva vendere un aggeggio adatto ad aspirare della terra da fiori mescolata a mozziconi di sigaretta, e la mia esasperazione era alle stelle. Di Marta nemmeno l’ombra! Ma dove era sparita?
L’indomani dovevamo prendere il treno, le vacanze erano finite e non mi potevo ammalare.
Agguantai il telefono, per comunicare con la reception. Niente, era muto. Doveva esserci un blackout ed ero preoccupato. Quella cocciuta, ostinata di mia moglie! Ma perché non tornava? Sempre a pensare alla bellezza, che fra l’altro non aveva. Qualunque cosa era più importante, per lei, di un marito affamato che stava congelando in una suite d’albergo in mezzo ai monti.
Stanco di aspettare, pensai di indossare qualcosa di caldo. Il mio giaccone però era in pulitura, dato che la sera prima ci avevo spanto sopra un sugo ai funghi porcini, particolarmente denso, e il servizio dell’albergo si era offerto di rimediare al danno. Così ho aperto la metà di armadio di mia moglie, e ho preso la sua pelliccia sintetica rosa, il suo berretto di lana a fiori e le muffole con disegnato sopra il profumo di Chanel.
I piedi, dovevo coprire anche quelli! Ho messo i doposci col pelo e mi sono sentito meglio.
È stato allora che hanno bussato alla porta. Sono andato ad aprire, senza farci troppo caso. Era un’addetta al personale, che mi comunicava che in effetti avevano tolto la corrente nella valle. L’albergo si scusava, un disagio di qualche ora per consentire i lavori alla diga. I suoi occhi furono richiamati dal mio abbigliamento. Cercò di mantenere un tono formale, professionale, ma si vedeva che le scappava un po’ da ridere.
– Lei è il benvenuto, signore. Questa sera la cena sarà offerta, per rimediare al fastidio.
La ringraziai. Quella della cena gratis era una bella idea, e comunque con l’abbigliamento di mia moglie avevo risolto, almeno in parte, al freddo che regnava nella stanza.
Marta, invece, giù alla Spa doveva essersi buscata un bel malanno! Chissà che gelo.
La cameriera se ne andò, chiudendo con garbo la porta. Quel che era successo, non era colpa di nessuno.
Stavo per decidermi a fare la mia contromossa, perché la fame era tanta, quando udii delle voci sul pianerottolo. Una era di mia moglie, sicuro. Ma con chi stava parlando, la sciagurata? Ne ebbi la certezza nell’istante in cui sentii che qualcuno inseriva la tessera magnetica, per aprire la stanza.
Vidi sbucare la testa della mia consorte, la sua parrucca pel di carota, il viso dalle guance arrossate. In effetti, sembrava che avesse preso più di qualche pugno; era un po’ tumefatta, a dirla tutta.
– Gianni, guarda chi ho trovato nella hall? Quant’è piccolo il mondo! Anche lui è in vacanza qui.
E prima che io potessi ribadire qualunque cosa, Marta si era già fatta di lato, per far passare l’ospite misterioso. Ovvero, il Direttore Calise: il mio capo.
L’uomo mi vide e il sorriso gli morì sulle labbra. Il cervello osservò un momento di pausa.
Non dimenticherò mai la sua espressione. Impeccabile come sempre, girò sui tacchi, anche perché io nel frattempo avevo allentato un po’ la pressione dei pantaloni del pigiama, e sedevo su un divanetto di raso, fra cuscini ricamati, in una posa da vecchia sciantosa.
Cambiò subito direzione, ma, prima che la sua mano posasse sulla maniglia, diede un buffetto angosciato a mia moglie. – Uhhh! – esclamò quello che era il mio capo sin da quando, giovane, mi ero affacciato al mondo del lavoro. Lo stesso Calise che si chiuse lesto la porta alle spalle e si dileguò nel gelo, senza rimpianto.

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Chi lo ha scritto

Cristina Biolcati

Nata a Ferrara nel 1970, vive a Padova. Laureata in lettere, è una grande appassionata ed autrice di poesia. Ama l'arte, la filosofia e la lettura. Collabora per alcune riviste online, dove scrive recensioni e articoli di attualità. Studia da sempre lo squalo bianco, per il quale nutre una grande passione.

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