Moschetto e shakò – Le scaramucce

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Si alzò sbadigliando, Saturnino. C’era l’umidità della prima mattina, il Danubio con i suoi affluenti non era lontano, e allora si stiracchiò.
Il suo primo pensiero fu di indossare l’uniforme, poi una volta che ebbe fatto calzò le scarpe e le ghette andò a fare colazione.
Mentre era in fila con il resto della truppa, vide il sergente parlottare con il capitano Chevallier. I due discutevano in maniera animata ma anche a bassa voce, sembrava che non volessero che nessuno li ascoltasse.
A dire il vero Saturnino era curioso, ma decise che avrebbe perso del tempo prezioso e si concentrò sulla colazione.
Dopo che Saturnino ebbe mangiato il suo tozzo di pane e finì di bere il latte abbastanza caldo si adoperò per pulire la gavetta nel vicino torrente mentre il resto della compagnia chiacchierava di scommesse, prostitute e ferite di guerra.
Il sergente arrivò che era una furia. «Smontate le tende, presto, che tempo dieci minuti partiamo!».
Saturnino obbedì e si coordinò con gli altri per fare come gli era stato ordinato.
Furono veloci, in dieci minuti erano già pronti e allora Saturnino si caricò in spalla lo zaino – appesantito dai pezzi della tenda in cui aveva dormito – indossò lo shakò e prese il moschetto. Con tutti gli altri fantaccini, si mise in fila e allora passò di lì il capitano Chevallier. «Muoversi! Tamburini, rullo di marcia».
I tamburini obbedirono e picchiarono le bacchette sulla pelle tesa dei loro strumenti musicali. Scandirono così il passo di marcia e la colonna di fantaccini si mosse per quelle contrade.
Saturnino rimase in silenzio, accanto a lui Aristide borbottava e commentava ogni cosa, ma lui non poteva farci nulla: il commilitone era un gran chiacchierone.
A un certo punto, dopo aver svoltato una curva del sentiero, Saturnino vide una colonna di militari in bianco.
«Gli austriaci!» gridarono alcuni fantaccini.
Agli ordini di Chevallier i fantaccini si disposero in tre linee e si prepararono al fuoco. Saturnino caricò il Charleville e si ricordò di quel che aveva fatto finora. «Ho lasciato Varese… combatto per i francesi… siamo tutti italiani…». In fondo la sua vita era quella, non aveva molto di speciale.
I militari con le uniformi lattee si erano disposti a loro volta e furono costoro i primi ad aprire il fuoco.
Tra gli italiani al servizio dei francesi ci furono morti, feriti, ma poi spararono a loro volta e così anche gli austriaci subirono le loro perdite.
Accanto a Saturnino, Aristide rideva come uno scemo. «Coraggio, che gliela facciamo vedere noi! Quando c’erano loro, a Varese, degli austriaci picchiarono mio padre!».
Saturnino in fondo non era interessato alle disavventure dei parenti del commilitone. Era risaputo che quando gli austriaci dominavano la Lombardia avevano commesso molti abusi e per questo Saturnino si era arruolato nella Grande Armata, ma quello era il momento della concentrazione, non del rancore. Sparò un colpo, poi si dedicò alle venticinque mosse per colpire un altro austriaco. Non era sicuro però di aver ucciso o quantomeno ferito un soldato avversario: per colpa di tutto quel fumo non si vedeva molto.
Dopo che Saturnino ebbe concluso di caricare il moschetto, Chevallier urlò: «È finita, è finita! Se ne sono andati». Saturnino allora tirò un sospiro di sollievo.
La compagnia riprese la marcia, gli italiani percorsero le strade e i sentieri di campagna persi tra i boschi e gli stagni. Videro villaggi abbandonati a se stessi, fattorie disabitate con il bestiame che pascolava incustodito. Nessuno si diede al saccheggio, l’avevano già fatto e questo episodio non era piaciuto al capitano.
Prima di mezzogiorno, il capitano lanciò l’allarme e subito la compagnia si dispose su tre linee.
Adesso era spuntato un altro reparto di austriaci, i quali se non fosse stato per le uniformi bianche si sarebbero potuti confondere con gli uomini in blu della Grande Armata.
Ci furono nuove scaramucce e per Saturnino fu veloce sparare: aveva tenuto ancora il colpo in canna e nessuno lo rimproverò per aver fatto così, tanto aveva sempre tenuto il Charleville puntato verso il cielo e al massimo avrebbe potuto colpire una quaglia.
In quella scaramuccia Saturnino fu sicuro di aver ucciso un austriaco, ma poi si perse un po’ perché c’era il solito fumo. Saturnino pensò che forse, se avesse raccontato a qualcuno il resoconto di quella giornata, questi si sarebbe annoiato, ma il fatto era che non sarebbe stato capace di trasmettere la tensione e l’ansia del combattimento, la paura di essere colpito e cadere in terra per poi morire dissanguato con i calzoni sporchi di escrementi. Sapeva che la morte non è dignitosa, è una cosa sgradevole, l’aveva già affrontata tante volte. E allora scoccò un’occhiata critica ad Aristide, che lui prendeva quell’avventura come una cosa divertente.
Oltre il fumo, gli austriaci si dileguarono e la colonna riprese la marcia non dopo aver soccorso i feriti.
All’incirca verso mezzogiorno ci fu una terza scaramuccia e di nuovo l’ansia, la paura e la tensione non mollarono Saturnino: stava lì, ritto in piedi, con il rischio che una pallottola lo colpisse; non aveva modo di sfuggirle se non pregando di non essere colpito.
Sparò, fece il suo dovere e gli austriaci scapparono via.
Nell’aria sembrava che gli italiani considerassero tutto ciò una vittoria, ma Saturnino era contrario a ritenere queste scaramucce una vittoria: la compagnia si stava logorando.
Si avvicinò il pomeriggio, adesso dovevano montare il campo, ma in quel momento fece ritorno una compagnia di fucilieri austriaci e Saturnino non seppe se erano gli stessi che aveva affrontato la volta precedente o quella ancora prima oppure nemici che non aveva mai visto finora. Pure gli austriaci, come gli italiani, avevano uniformi lacere e sporche, vissute in poche parole, ma erano lo stesso determinati a uccidere e morire per gli Asburgo.
Ci fu un’altra scaramuccia e non appena quella compagnia si defilò, Saturnino disse: «Ora ci rilassiamo».
«No, invece» lo contraddisse il sergente.
Saturnino grugnì. Vide reparti di cavalleria di ogni tipo, leggera, di linea e pesante, avviarsi lungo quella strada. Ci furono pure unità di fanteria e dopo ancora batterie di artiglieria a cavallo.
Wagram era stata combattuta giorni prima, ma quella battaglia come si sarebbe chiamata?

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Chi lo ha scritto

Kenji Albani

Kenji Albani è nato il 13 novembre 1990 a Varese (è italiano, nonostante il nome giapponese). Nel 2008 il suo racconto “Visite dall’aldilà” è stato segnalato al concorso indetto dalla Giulio Perrone Editore. Nel 2018 si è diplomato sceneggiatore di fumetti alla Scuola del Fumetto di Milano, nel 2020 si è laureato in scienze della comunicazione all’Università degli Studi dell’Insubria e sempre nel 2020 è arrivato finalista al concorso “Pergamene stellari” indetto dall’associazione culturale Yavin4 con il racconto “Un dinosauro tra quanta confusione”. Dal 2018 pubblica ebook con Delos Digital tra i quali l’antologia da lui curata “Dark Graffiti” e il saggio sulla Guerra Iran-Iraq “La primissima guerra del Golfo”. Nella primavera del 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo, “1572”, con “L’Undicesimo Libro”. Solitamente pubblica racconti brevi su Wattpad, Inksection, Edizioni Open, L’Undici, Braku, IlMioLibro, L’Infernale, Racconticon e Writers Magazine Italia. Lavora come sceneggiatore di fumetti per Ilmiofumetto.it e articolista per Leggimela.

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