Moschetto e shakò – I peggiori

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Aveva voglia di pulirsi. Per fortuna nell’accampamento era disponibile una tinozza e Saturnino si spogliò e rimasto solo in braghe si diede una lavata degna di questo nome. Era sudato, impolverato e aveva voglia di riposare, ma una volta finito di pulirsi arrivò il sergente. Rosso in faccia, aveva le mani ancora più rosse tanto che Saturnino ebbe paura che si fosse ferito, ma invece era il sangue di un galletto che stringeva in mano.
«Chi è che ha fatto questa bestialità?». Il sergente agitava il galletto morto, sbraitava.
Intorno, nessuno seppe essergli di aiuto.
Saturnino, per quel che lo riguardava, era stanco e non ne voleva sapere di altri morti – neppure di un galletto scannato.
Arrivò Aristide. «Ma chi l’ha ucciso?».
«È proprio quel che stavo chiedendo io» borbottò il sergente.
Nessuno seppe essere di aiuto al sottufficiale, ma questi insisteva. «Il saccheggio non è una cosa corretta da fare… certo, ci sono state volte che l’abbiamo fatto, ma negli ultimi tempi no. Chi è che ha rubato questo galletto?».
Aristide era interessato. «Dove l’ha rinvenuto, signor sergente?».
«Poco lontano da qua, in una radura della foresta».
Saturnino sbuffò e si rivestì. Fece per andarsene, però Aristide lo prese per un braccio. «Che dici?».
«E io cosa ne so! La branda mi sta chiamando».
Anche Aristide sbuffò. «Ci sono volte che proprio sei noioso».
Sorrise per tutta risposta. «Capita. Soprattutto dopo una giornata di marcia».
«Ma vattene!». Aristide si dedicò al sergente e Saturnino raggiunse la tenda: sentì i due parlottare ancora, ma volle lasciar perdere tutto; si tolse le scarpe e si gettò sulla branda. Aveva una tale voglia di dormire…
Chiuse gli occhi e si immerse nel sonno, anche se però iniziò a sognare un gallo che cresceva di dimensioni e beccava gli uomini neanche fossero del mangime; Saturnino provava a sfuggirgli. Il gallo era nero, ma dopo un istante si arrossò perché una lama ancora più grande lo aveva aperto in due e il getto di sangue investì Saturnino che respirò solo quel sangue; stava annegando.
Si risvegliò di scatto e si accorse che aveva addosso del sudore freddo. Non era madido per il caldo, ma per colpa di quell’incubo.
Allora si guardò intorno e non sentì nulla. L’accampamento era silenzioso e lui doveva svuotare la vescica in fretta.
Reindossò le scarpe e uscì dalla tenda. Raggiunse i limiti del campo e si arrabattò per liberarsi, ma prima che potesse farlo osservò dei movimenti nella boscaglia.
Poteva trattarsi di una qualche bestia selvatica, ma era più pesante di un qualunque tasso o volpe, constatò Saturnino, che all’improvviso decise di non liberarsi subito la vescica e andare a indagare.
Si inoltrò nella vegetazione e intravide delle figure vestite di nero, le teste a forma di cono.
Gli vennero in mente certe immagini delle processioni del Mezzogiorno o della Spagna, anche se però c’era il fatto che quegli uomini si muovevano circospetti come se stessero facendo qualcosa di clandestino.
C’era molto di sbagliato in tutto ciò, dava adito a una iattura. Così Saturnino fece un passo indietro ma, colpa del buio, spezzò un ramo secco.
Lo schiocco risuonò con forza e quei personaggi si girarono a guardarlo.
Saturnino trasalì e vide che gli stavano venendo addosso. Avevano coltellacci e mannaie. Saturnino scappò e in un attimo fu nel campo. «Allarme, allarme!».
Dalle tende uscirono i fantaccini e gli chiesero: «Ma cosa succede?».
«Degli assassini! Ci sono degli assassini!».
Urlando, gli assassini uscirono allo scoperto e aggredirono i commilitoni di Saturnino, alcuni dei quali corsero subito a recuperare i moschetti.
Il sergente si era ripulito le mani del sangue del galletto e si guardò attorno con occhi come allucinati. «Ma chi sono? Chi sono?». Poi, dopo un attimo, scosse la testa e ordinò: «In linea, fantaccini, in linea!».
Saturnino prese un moschetto – era sicuro che non fosse il suo – e poi si unì a quella linea, la quale era un po’ sbilenca, raffazzonata, ma dopo un attimo di attesa tutti i fantaccini spianarono i Charleville.
Quei personaggi, chiunque fossero, avevano gli attrezzi e le mani sporchi di sangue e non ebbero paura dei moschetti. Anzi, invocavano come delle preghiere in tedesco anche se più che salmi sacri sembravano bestemmie.
«Fuoco!» urlò il sergente.
Ci furono gli spari, si respirò l’odore di polvere pirica e tutto fu nascosto dalle nuvolette di fumo. Nonostante ciò, Saturnino poté osservare quei personaggi essere colpiti e versare sangue, ma pochi caddero in terra. Come se fossero in un’estasi mistica, aggredirono i commilitoni di Saturnino, il quale si trovava in pieno Impero Asburgico, era estate e anche se la Guerra della Quinta Coalizione era agli sgoccioli aveva l’idea di trovarsi davanti a qualcosa di più letale di un reparto di granatieri austriaci.
Scoppiò il corpo a corpo tra fantaccini e uomini in nero. Saturnino adoperò lo Charleville con la baionetta e trafisse, uccise, ma vide che molti di quegli uomini resistevano alle più orribili ferite. Poi, dopo alcuni minuti di combattimento, uno a uno caddero in terra e quei pochi ancora illesi scapparono nella boscaglia.
Saturnino, incuriosito da quell’episodio, ne prese uno che stava rantolando nella polvere e gli tolse il cappuccio a forma di cono. Vide subito una faccia da austriaco e gli chiese: «Ma chi eravate?».
«Servi della messa nera, del migliore amico dell’uomo… è per questo che resistiamo alle peggiori ferite».
Saturnino ci scommise che abusavano di qualche sostanza oppiacea, ma poi provò una sensazione di orrore. Aveva davanti a sé non dei semplici ribelli anti-francesi che non si erano arresi nonostante la vittoria della Grande Armata a Wagram, ma dei satanisti. I peggiori!
Scosse la testa e lasciò quel tizio lì a morire in solitudine. Che pregasse pure Lucifero, se tanto gli stava simpatico.
Il sergente era confuso e Saturnino, dopo averlo notato, gli disse: «Erano solo dei satanisti, signor sergente. Devono essere stati loro a uccidere quel galletto».
Annuì, il sottufficiale, e Saturnino lo lasciò a se stesso e alle sue intuizioni. Raggiunse una tinozza e si volle pulire di nuovo del sangue, se ne sentiva ricoperto, poi si ricordò che doveva svuotare la vescica, ma si accorse che nel caos della battaglia se l’era fatta addosso.
Sputò contro i peggiori e non vide l’ora di tornare a casa sua; ne aveva abbastanza.

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Chi lo ha scritto

Kenji Albani

Kenji Albani è nato il 13 novembre 1990 a Varese (è italiano, nonostante il nome giapponese). Nel 2008 il suo racconto “Visite dall’aldilà” è stato segnalato al concorso indetto dalla Giulio Perrone Editore. Nel 2018 si è diplomato sceneggiatore di fumetti alla Scuola del Fumetto di Milano, nel 2020 si è laureato in scienze della comunicazione all’Università degli Studi dell’Insubria e sempre nel 2020 è arrivato finalista al concorso “Pergamene stellari” indetto dall’associazione culturale Yavin4 con il racconto “Un dinosauro tra quanta confusione”. Dal 2018 pubblica ebook con Delos Digital tra i quali l’antologia da lui curata “Dark Graffiti” e il saggio sulla Guerra Iran-Iraq “La primissima guerra del Golfo”. Nella primavera del 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo, “1572”, con “L’Undicesimo Libro”. Solitamente pubblica racconti brevi su Wattpad, Inksection, Edizioni Open, L’Undici, Braku, IlMioLibro, L’Infernale, Racconticon e Writers Magazine Italia. Lavora come sceneggiatore di fumetti per Ilmiofumetto.it e articolista per Leggimela.

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