Seconda Parte. Paolo Agnoli e il suo “Probabilità e scelte razionali”, un libro sempre utile e attuale.

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6) Nel 2013 – l’anno della prima intervista – è finito il governo tecnico Monti ed ora sta iniziando il mash-up tecnico politico Draghi. C’è modo, in base alla tua conoscenza del calcolo delle probabilità applicato alle scelte razionali, di avere un’idea di come andrà a finire?

Modelli predittivi, basati su un corretto approccio probabilistico, si possono progettare in campi davvero diversi delle attività umane (e non solo). La tua domanda è legittima. Ma quando le variabili sono moltissime e i dati pochi allora l’affidabilità di tali modelli è davvero scarsa: lo abbiamo visto anche nel caso dei differenti modelli che, pur lodevolmente, volevano aiutarci a prevedere l’andamento della pandemia. Difficile quindi prevedere l’esito di questo tentativo di governo, per il quale io credo dovremmo tutti comunque fare il tifo: dopo il fallimento dei due governi Conte (davvero simili tra loro su molte scelte politiche di fondo, a mio avviso), e quello della ’esplorazione’ di Fico, la scelta di un governo ‘di tutti’ era una scelta obbligata per Mattarella: non dimentichiamo infatti che la maggioranza dei partiti, oltre che rendere vano il tentativo esplorativo di Fico e far cadere i due governi Conte, ha ribadito il no alle elezioni anticipate! Se questo governo, partiti permettendo, potrà davvero basare la propria azione sulla competenza, sulla conoscenza e su un corretto e eticamente giusto processo decisionale io credo che potremmo iniziare a vedere la luce alla fine del tunnel. Le persone capaci in questo amato paese ci sono, le risorse economiche e finanziarie pure (pensiamo anche solo ai 209 miliardi del Recovery Fund). Voglio scommetterci.

7) La politica, in tema vaccini, ha fatto la scelta di non obbligare nessuno, nemmeno il personale sanitario. Lo trovi corretto? Cioè, razionale rispetto lo scopo morale di fermare i contagi e quindi le morti? Trovi coerente lasciare la scelta ai singoli individui?

Quando ero ragazzo le vaccinazioni erano sempre virtualmente obbligatorie. Ora dobbiamo prendere atto però che l’evoluzione liberale delle società occidentali è andata, e fortunatamente, avanti. Come direbbe qualsiasi liberale vero però, e qui è il punto, “la libertà del tuo pugno finisce laddove inizia la punta del mio naso”. Pur tralasciando qui il fatto – in verità primario! – che il vaccino è somministrato nell’interesse intanto di chi lo assume, non possiamo permettere che medici o infermieri (per paure irrazionali o altro) si rifiutino di vaccinarsi, perché nel loro lavoro quotidiano potrebbero infettare molte persone, più fragili o più anziane. Io da liberale rimango contrario oggi all’obbligo vaccinale, ma licenzierei in tronco chi, nel personale sanitario, si rifiutasse di essere vaccinato. E’ come se un componente delle forze dell’ordine o un vigile del fuoco si rifiutasse di intervenire in una rapina o in un incendio perché ciò è potenzialmente rischioso per lui: beh, farebbe bene a cambiare mestiere, o no?

8) Secondo te, in generale, la scelta No Vax può essere comunque considerata razionale in termini di probabilità e senso morale di una società/comunità?

No. Per quanto riguarda un cittadino comune, pur anche qui evitando l’obbligo vaccinale assoluto, impedirei a chi rifiuta il vaccino di entrare in un supermercato, un negozio, un treno, un aereo etc. etc. …. La società ha il diritto e il dovere di difendere i più deboli e i più fragili tra di noi. Ciò è razionale ed etico allo stesso tempo. Tralasciando di nuovo il fatto, importantissimo comunque, che il vaccino protegge innanzi tutto chi lo assume, potremmo in verità chiederci: perché si deve agire, dopo tutto, secondo morale? Nella letteratura filosofica questa domanda è stata espressa nella seguente forma: “Perché un individuo deve agire in accordo con le regole morali se queste sono in conflitto con il proprio interesse?”.
In questo contesto il concetto di interesse personale è di cruciale importanza nel dibattere il comportamento reale. Si può proporre così una distinzione tra interesse personale ‘prima facie’ e interesse personale complessivo. Un’azione viene definita come interesse personale di un individuo di prima facie se le sue conseguenze immediate aumentano la felicità dell’individuo stesso (evito di vaccinarmi perché così non ho rischi immediati di effetti collaterali etc…). Perché un’azione possa essere di interesse personale complessivo per un individuo i suoi effetti cumulativi nel corso della sua esistenza devono portare a un bilancio positivo tra felicità e infelicità. Nella letteratura e nella vita ci sono numerosi esempi di persone che commettono un omicidio, perché rientra nel proprio interesse personale di prima facie, ma che poi scoprono che tale azione non rientra nell’interesse personale complessivo.
Un esempio opposto ci è fornito da coloro che, impegnati in battaglie di disobbedienza civile, sono consapevoli che tale impegno non rientra nel loro interesse personale di prima facie, ma ritengono che appartenga al loro interesse personale complessivo, in quanto gli effetti benefici che a lungo termine si produrranno sulla società accresceranno anche la loro felicità personale. La disobbedienza civile è un esempio (estremo) eticamente rilevante, che ci mostra come molte persone abbiano sviluppato una coscienza che li porta a sentirsi felici quando le loro azioni servono ad accrescere la felicità degli altri. Una società, che ha adottato un approccio empirico alla morale, ha scelto le regole morali che la grande maggioranza riterrà atte a promuovere la felicità dei suoi membri. Ne segue, quindi, che rientrerà nell’interesse personale della maggioranza dei suoi membri agire moralmente nella maggior parte delle situazioni.

9) E ancora, è razionale ed efficace, in un caso come questo, del tutto unico e speriamo irripetibile, togliere alle persone la possibilità di scelta? Anteporre la soluzione migliore per la comunità rispetto a quella che i singoli individui possano fare ciascuno per sé?

In gran parte ho già risposto, credo. Ma provo a spiegarmi fino in fondo. In molti miei scritti (per esempio anche quelli che citavi tu, e anche in questa intervista) mi sono rifatto spesso, direttamente o indirettamente, al principio utilitarista. Un comportamento è buono o cattivo a seconda che promuova o meno la felicità, e l’azione è legittima se produce la felicità per il numero massimo possibile di individui coinvolti.
Come amava affermare il filosofo inglese Jeremy Bentham, uno dei primi proponenti dell’utilitarismo, “Le fondamenta di tutte le virtù sono basate sull’utilità”.
Un corollario è che se mi trovassi a decidere tra il dover salvare due vite o solamente una dovrei scegliere la prima opzione. Anche la teoria utilitarista, come molte altre, basa la sua iniziale giustificazione su una intuizione: ovvero che la felicità per il più alto numero possibile di persone sia un bene. È in larga parte per questo che quasi tutti istintivamente riteniamo l’utilitarismo persuasivo: e io, appunto, mi sono rifatto spesso a tale ‘principio morale’. Per completezza debbo aggiungere che nella visione dell’etica che più mi convince però, perfino il principio utilitarista può essere discusso razionalmente o entrare in conflitto con altri principi o intuizioni morali. Ne segue che in talune specifiche circostanze può essere messo legittimamente da parte, a fronte però solo di coscienziose e persuasive argomentazioni. Affermare che, per esempio, se compiamo una certa azione verranno salvate due persone e non solo una, non è a mio avviso sempre sufficiente a giustificare il nostro gesto! Che fare, per esempio, se quella unica persona fosse mio figlio?
Come provavo a ricordare sopra la scienza è una attività sociale che non mira a distinguere con certezza il vero dal falso, ma ci aiuta a giudicare ciò che è più probabile e ciò che è meno probabile. Ciò in base alle credenze, alle conoscenze e alle argomentazioni che il soggetto che giudica può in quel momento apporre. L’etica, al contrario, sarebbe secondo molti la nostra conoscenza oggettiva su cosa è giusto e cosa è sbagliato. Ritengo invece che, come una visione oggettivista della scienza risulti di fatto ingenua e deve essere sostituita con una visione più soggettivista, sia plausibile la concezione di un’etica basata su modelli dipendenti dal contesto.
Un’etica che non lascia certo spazio all’arbitrarietà, ma è legata, voglio dire, ai soggetti coinvolti e alle ragioni che questi possono presentare e onestamente sostenere in modo persuasivo. L’analogia si basa, di fatto, sull’abbandono, anche in ambito morale oltre che scientifico, di un punto di vista ‘esterno’ all’uomo, dal quale l’uomo però pretenderebbe da un lato di giudicare oggettivamente la ‘verità’ dei risultati dell’indagine scientifica e dall’altro l’‘equità’ delle scelte morali. In un contesto più generale questa concezione dell’etica rientra così nella grande tradizione della filosofia pratica, la quale non cerca ‘verità’ ma la soluzione pratica di un problema pratico. La sua missione non è quella di elaborare presunte conoscenze ‘oggettive’, ma studiare e giudicare come le persone, nei fatti, agiscono.

10) Hai mai momenti di irrazionalità? Come hai reagito in occasione del sesto cambio della Roma durante la partita con lo Spezia?

Decidere razionalmente significa, almeno in prima approssimazione, dare giudizi e a fare scelte che siano congruenti in situazioni analoghe, valutino correttamente le probabilità degli eventi possibili e tendano appunto a massimizzare le utilità, intese in rapporto alle preferenze e certamente non solo di natura monetaria. Questa in sintesi la ‘educated guess’, come talvolta viene informalmente definita nel mondo anglosassone la decisione razionale, in verità riprendendo una vecchia intuizione di Gerolamo Cardano (Pavia 1501, Roma 1576), medico, matematico, filosofo e accademico italiano.
Ebbene, decine ormai di anni di ricerche sperimentali e indagini sul campo documentano che le violazioni della razionalità sono numerose. Noi tutti siamo soggetti continuamente a intuizioni, emozioni, istinti, percezioni che ci guidano nelle nostre innumerevoli scelte (anche quelle di carattere etico). Questi ‘sentimenti’, sia chiaro, ci sono forniti dalla nostra storia evolutiva e quindi molto, molto spesso funzionano eccome: se, mentre guido una macchina, mi passa improvvisamente davanti una persona non progetto una rete neurale a supporto della migliore decisione, ma decido d’istinto! Il punto è che, talvolta, questi sentimenti possono indurci ad errori (non sono cioè infallibili!), e quindi quando abbiamo tempo a sufficienza e magari gestiamo risorse collettive, avremmo a mio avviso l’obbligo di studiare la migliore decisione utilizzando appieno un approccio razionale. Cosa che non hanno fatto i dirigenti della Roma nel caso che citavi, scatenando allora un ‘commento’ (che ti risparmio nei dettagli) suggeritomi dai miei istinti più profondi.

11) Per finire, stai scrivendo altro? Stai approfondendo altri temi?

Sono stato, come tu sai, cofondatore di una azienda (e centro di ricerca), Pangea Formazione, che si è occupata per più un decennio di Intelligenza Artificiale a supporto del processo decisionale aziendale, industriale e strategico. Alla fine del 2020 io e Francesco abbiamo ceduto il 100% di Pangea Formazione alla corporate americana di consulenza strategica Bain@Company. Ora, facendo tesoro di questa esperienza come anche dei miei precedenti studi di filosofia e fisica, sto appunto approfondendo alcuni temi che riguardano i futuri sviluppi dell’IA soprattutto dal punto di vista delle tante questioni etiche aperte. Prometto che un primo contributo, quando possibile, lo sottoporrò proprio a voi amici de L‘Undici per renderlo così eventualmente pubblico.

Forse questa, più che un’intervista, sembra un interrogatorio delle CIA. Nutro molta fiducia nelle tue risposte, che mi aiutano a capire l’immensa irrazionalità e individualismo che fatico ad accettare.

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