Paolo Agnoli e il suo “Probabilità e scelte razionali”, un libro sempre utile e attuale. Prima Parte

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Ho conosciuto Paolo Agnoli nel 2013, ci incrociammo sul web quando uscì il suo ‘Hiroshima e il nostro senso morale. Analisi di una decisione drammatica’. Gli proposi un’intervista che suggellò un’amicizia basata su stima e scrittura per l’Undici.

Da allora Paolo ha contribuito diversi articoli, forse uno all’anno, ma offrendo solo contenuti di spessore. Ciò che caratterizza Agnoli come persona non è solo la formazione sia scientifica che filosofica, ma anche uno stile di scrittura che coniuga competenza, approfondimento e una totale mancanza di superficialità. Ogni sua asserzione è sempre basata su un pensiero, un’ipotesi verificata e si finisce sempre per comprendere ciò che è realtà e quale strumento di analisi si utilizza. Paolo comunque prende posizione senza mai esprimere opinioni arbitrarie (tranne forse, se si parla de “‘A maggggica”).

Dal 2014, anno di uscita di ‘Probabilità e scelte razionali. Una introduzione alla scienza delle decisioni’ di Paolo Agnoli e Francesco Piccolo (non quello di ‘Momenti di trascurabile felicità/infelicità’) il mondo è cambiato e la pandemia dell’ultimo anno ci ha mostrato come sia vivere in un totale stato di incertezza.

Ora, ad esempio, vedendo i forti attacchi al presidente Conte, mi chiedo chi avrebbe potuto fra chi lo critica e attacca, con certezza affermare che al suo posto si sarebbero potute prendere decisioni migliori, e su quali basi, se non il senno di poi.

Ho così recuperato dei vecchi articoli di Paolo Agnoli, con l’idea di rinfrescarmi la memoria, nella speranza che emergesse una metodologia, delle indicazioni che mi facessero capire cosa significhi oggi effettuare scelte morali, di bene comune.

Da qui è partita questa intervista, guidata dal desiderio di avere uno scambio di idee con Paolo, certa che avrebbe proposto spunti di riflessione interessanti per me e per molti altri.

Probabilità e scelte razionali. Una introduzione alla scienza delle decisioni’ di Paolo Agnoli e Francesco Piccolo

Probabilità e scelte razionali. Una introduzione alla scienza delle decisioni’ di Paolo Agnoli e Francesco Piccolo

11 domande a Paolo Agnoli su scienza, realtà e decisioni impossibili.

1) In questo passaggio di decennio, terminato con una pandemia mondiale, quindi un evento concreto e scientifico, abbiamo visto moltiplicarsi posizioni negazioniste, fake news, surreali teorie complottiste. Il tutto amplificato da web e social, come se il virtuale avesse soppiantato il piano di realtà. Ma cos’è per te la realtà? E, sempre secondo te, possiamo dire che esista ancora?

Gli ultimi anni sono stati indubbiamente segnati, come suggerisci tu, dal contesto della cosiddetta ‘post-verità’, ossia i sospetti, la diffidenza e infine il rifiuto per le opinioni basate su fatti accertati e la credulità, la corrività, la condiscendenza per le bufale condivise da alcuni siti. Ai soggetti che divulgano deliberatamente fandonie si affiancano poi quelli che mescolano le menzogne alle notizie affidabili, causando il rilancio spesso di stravaganti contenuti da parte dei frequentatori dei social.
E’ importante a questo riguardo tener presente la facilità con cui alcuni tra noi possono fare confusione tra l’incertezza che è sempre, inevitabilmente, alla base dell’indagine scientifica e il sospetto e la diffidenza come presupposti per non credere a ciò che la scienza ci mostra. Il dubbio, sia chiaro, è sempre parte fondamentale del processo conoscitivo: con il metodo scientifico possiamo però raggiungere un consenso razionale di opinione intorno ai fatti e alla loro spiegazione. Non si tratta di rifarsi a improbabili affermazioni ‘oggettive’ che descriverebbero fedelmente ciò che è ‘la fuori’: ma è possibile recuperare una ‘oggettività scientifica’ in quanto le diverse comunità degli esperti possono raggiungere altissimi livelli di intersoggettività, nonostante i loro appartenenti siano partiti da conoscenze di sfondo (a priori) molto diverse.

 2) Ma come si può, se si può secondo te, riportare lo scontro politico e sociale sul piano della realtà? Cioè, sempre in base alle tue competenze, che scelte può fare un sistema politico, per promuovere una convivenza civile e rispettosa, per trovare un ‘piano’ di incontro di posizioni apparentemente inconciliabili che renda possibile un dialogo?

Per Platone (non lo cito a caso, è colui che ha inventato la Politica, prima di lui solo la tirannide) la Politica è la fase suprema delle tecniche. Devi conoscere la nave, l’equipaggio, le stelle, i venti, le correnti etc…. Ma ciò non basta: devi poi saper usare queste conoscenze, tutte assieme, per decidere, per operare la scelta più razionale. A favore del bene comune, e pensando anche al futuro. Le conoscenze del proprio ‘mondo’ sono indispensabili, anche se certamente non sufficienti. Mi sembra un insegnamento importante: un confronto serio, una discussione coscienziosa fra diversi, in questo contesto, può promuovere un dialogo proficuo e infine un sano sistema politico. Credo che invece postulare chiaramente che “uno vale uno”, che qualsiasi opinione sia legittima e agire (di conseguenza!) solo per provare ad aumentare il proprio consenso elettorale immediato sia certamente irrazionale, quindi anche sbagliato e pericoloso economicamente: nel lungo termine i risultati in questo modo non possono che essere disastrosi, infatti. Uno studio recente di ‘VoxEU’ (autorevole sito europeo di “research-based policy analysis and commentary by leading economists”) ha misurato gli effetti sulla ricchezza nazionale di cinquanta esecutivi catalogati come populisti (da Trump a Bolsonaro, passando per Tsipras e Berlusconi). Se leggiamo questo studio ci renderemo conto che la miscela di protezionismo, esplosione del debito pubblico e corsa dell’inflazione si è rivelata dovunque fallimentare.

Potrei suggerire quindi, seguendo l’insegnamento di tanti filosofi antichi e moderni (per primo qui Aristotele), che la Politica dovrebbe in qualche modo guardare alla scienza, che così tanti successi ha avuto infine nella storia dello sviluppo dell’umanità. Dovrebbe farci riflettere il fatto che così tanto, negli ultimi secoli, la scienza ha cambiato in meglio e in modo così impressionante le nostre vite: del resto, riflettiamo, cercare le vie per vivere meglio a livello collettivo non è infatti il fine che si pone proprio la Politica?

La scienza, dal canto suo, si basa su valori intrinsecamente democratici: i membri della comunità scientifica raggiungono un consenso intorno ai fatti osservati nel mondo sulla base di un insieme di valori condivisi. La scienza è un complesso di istituzioni e una comunità che discute, ‘vota’ e decide. La scienza è democratica eccome (checché ne dica qualche bravo scienziato che sembra però non aver mai riflettuto seriamente sui fondamenti filosofici alla base dell’indagine conoscitiva), anche se non si basa sul suffragio universale. Purtroppo anche con tutte le inevitabili storture, se vogliamo così definirle, che da ciò ne derivano. Patologie tipiche, appunto, anche della democrazia reale: lobby interne, gruppi di pressione esterni, interessi economici, fini personali nascosti. Dando voce però, almeno di norma, ai fatti e alla discussione razionale tra persone che hanno studiato il contesto la scienza può almeno in parte rendere queste deformazioni meno influenti e decisive di quanto possano diventare, e può rappresentare un esempio da seguire. Come la Politica del resto la scienza è una attività sociale i cui fondamenti risalgono proprio alla nascita della democrazia nell’Antica Grecia.

3) Quando secondo te il piano di realtà è diventato ininfluente nei dibattiti politici? Faccio un esempio: Se Trump abbia reso di nuovo grande l’America, può essere un’opinione su cui discutere, ma la realtà della sconfitta non dovrebbe essere messa in discussione, perché il conteggio dei voti è reale. Hai idea del perché la gente gli creda? E, in base ai tuoi studi, esiste un particolare evento che abbia reso possibile credere all’incredibile sconfessando la scienza (tipo i terrapiattisti o i negazionisti del Covid)?

Che il piano della realtà dei fatti possa diventare ininfluente non è certo un fatto nuovo nella storia umana. Se vogliamo però rimanere alle vicende degli ultimi anni dobbiamo per questo guardare proprio all’avvento del populismo. Chiarisco che, pur considerando le molte differenze esistenti nei diversi paesi (siamo in presenza di un fenomeno multiforme e camaleontico) e al di là delle definizioni più scientifiche, come populismo intendo qui genericamente un atteggiamento e uno stile ideologico che esaltano in modo retorico il ‘popolo’ (mitica unità interclassista e generalista, che ha sempre ragione a prescindere!), e sono alimentati da un’azione politica decisa da un rapporto diretto tra alcuni capi carismatici, che criticano le cosiddette élite (i cattivi), e ‘i cittadini’ (i buoni). E tra le élite invariabilmente, in ogni tipo di populismo, finiscono senz’altro gli scienziati che proprio dal piano della ‘realtà’ debbono partire.
A quanto pare affrancarsi dai populisti è molto complicato.

4) Il mondo della scienza o meglio quello medico e farmaceutico, in questa pandemia ha mostrato secondo me due verità che nessuno vuole sentire: che il metodo scientifico si basa sul dubbio e non sulla certezza, e che le persone, di fronte ad una crisi che viene dalla salute, quindi dalla scienza, non tollera che ci siano incertezze e risposte diverse allo stesso problema. Secondo te, in cosa si è sbagliato nella comunicazione? Questa cosa ha contribuito a trasformare le parole di medici ed epidemiologi in opinioni e non in indicazioni certe? Non era meglio, sempre in base alla teoria della razionalità rispetto allo scopo, non condividere tante informazioni con chi in realtà non aveva gli strumenti per gestirle (parlo della gente comune).

Sono d’accordo con te, certamente. Quando si ambisce ad avvicinarsi alla ‘verità’ ricercandola infaticabilmente senza far ricorso a dogmi, come fanno gli scienziati, la pratica democratica diventa indispensabile perché si ha disperato bisogno di tanti e tanti altri esperti per riuscire a leggere e interpretare laicamente i fatti in tutta la loro complessità: interagendo, confrontandosi e discutendo. Questo aspetto è assolutamente peculiare della scienza ed è quello che più la distingue dalla superstizione. Ma la discussione deve essere fatta tra esperti: non dovrebbe coinvolgere il grande pubblico che, come sottolinei tu, non ha di norma gli strumenti per gestire le informazioni e il relativo dibattito in modo razionale.

5) Secondo te, la Politica, come ne è uscita da questa pandemia? Che consiglio avresti dato a Conte e Mattarella nei primi 6 mesi del 2020? E nei secondi 6?

Quella cui assistiamo oggi in Italia è la crisi, vera e profonda, di un particolare sistema politico. Ma non è la crisi della Politica: proprio e solo grazie ad una corretta Politica potremo uscire da questa drammatica situazione.
Non mi sento né mi sarei mai sentito di dare consigli a Sergio Mattarella, anche perché è il Presidente, insieme a Sandro Pertini, che più ho imparato a stimare e rispettare. Per chi ha invece avuto responsabilità di governo nel 2020 di critiche ne ho fatte, come mostrano alcuni miei scritti e interventi pubblici non solo recenti. Noi siamo, ad oggi, tra i paesi che non solo nel 2020 hanno avuto il più alto numero di morti diretti per Covid al mondo (in proporzione al numero di abitanti) ma anche tra quelli che hanno pagato il più alto prezzo in termini di perdita percentuale del Pil e aumento del numero degli inattivi (malgrado, o magari a causa del blocco dei licenziamenti le aziende chiudono o non rinnovano i contratti a termine): ciò significa e soprattutto significherà anche molti morti ‘indiretti’ nel futuro. Per quanto riguarda gli inizi della pandemia io avrei consigliato ai governanti, seguendo di fatto il pensiero di Platone, di ascoltare senz’altro il parere degli esperti, ma non solo quello dei virologi: anche quello di medici, di economisti, di scienziati, di manager e di studiosi competenti nelle scelte etiche e morali. A questo riguardo consiglierei sicuramente a tutti i nostri governanti di leggere il ‘Presidential Memorandum’ del 9 marzo 2009 inviato da Obama al responsabile dell’Ufficio Scienza e Tecnologia della Casa Bianca. Questo scritto è un decalogo completo e virtuoso su come dovrebbe operare il potere politico di fronte a decisioni complesse, soprattutto se queste decisioni implicano una forte controparte scientifica. Il documento spiega in modo preciso come i politici debbano (e possano) fare le loro scelte sulla base di diverse relazioni e pareri scientifici, tecnici, economici ed etici e come debbano spiegare i motivi delle decisioni infine prese.
Dal punto di vista del virologo la soluzione alla pandemia è ovvia: stare a casa, meglio se da soli in verità. Così la diffusione del virus si blocca certamente: ma quali prezzi si pagheranno? Altri esperti possono suggerire misure almeno in parte alternative. Sia chiaro, per come ci siamo arrivati i lockdown ‘feroci’ che abbiamo sperimentato nel 2020 sono stati infine obbligati, una soluzione dovuta, quanto però disperata. Perché non è stato fatto nessun vero tentativo di successo diverso (si pensi solo al fallimento del tracciamento, alla vicenda relativa al reperimento e alla qualità delle mascherine, a quella relativa al numero dei tamponi, al mancato aggiornamento del piano pandemico e alla situazione quindi delle terapie intensive, etc…).
Nessun paese ha fatto lockdown del tipo di quelli fatti da noi nel 2020 (a parte la Cina nella regione di Wuhan), e nessun paese ha tenuto le scuole chiuse così a lungo quanto noi (ora la situazione, per tutti, sta in parte cambiando a causa delle varianti, ma questo è un discorso più recente). Solo per questo ultimo fatto pagheremo un prezzo enorme.
In più, ricordo, solo nel gennaio 2021 il governo Conte 2 ha deciso infine di finanziare con miseri 80 milioni (davvero miseri, abbiamo speso molto di più per i famosi e inutili banchi a rotelle!) lo sviluppo di un vaccino italiano (prima solo un lodevole ma piccolo finanziamento locale, quello della Regione Lazio). Di fronte alla gravità di questo quadro ci sono due modi per giudicare quel governo. Spiegare che tutto si è fatto nel migliore dei modi e che se abbiamo sperimentato ritardi e disfunzioni è sempre stata colpa di qualcun altro, come ha detto spesso Conte (“Io ho i migliori ministri del mondo”). Oppure, più ragionevolmente, si possono riconoscere i limiti delle azioni di quei mesi, in particolare quando la curva epidemica aveva quasi finito per azzerarsi, ma non si è sfruttata quella finestra per predisporre misure di prevenzione e tracciabilità tali da reggere l’urto di quella seconda ondata che tutti gli esperti più autorevoli avevano previsto. Veniamo così a quella seconda ondata, sempre nel 2020, come suggerisci tu.
Solo come esempio se, ascoltando anche il parere di tanti manager e economisti, avessimo intanto utilizzato dagli inizi i soldi del Mes per assumere medici e infermieri per le terapie intensive la situazione ad ottobre sarebbe stata diversa. Avremmo anche fatto, tanto per dire, accordi con i gestori dei bus turistici e quelli dei taxi (in crisi) per permettere agli alunni, gli insegnati e gli impiegati della scuola di muoversi, magari in orari articolari, evitando di affollare i trasporti. Avremmo potuto fare convenzioni con gli albergatori (in crisi) per creare Covid-hotel – assumendo anche qui il dovuto personale sanitario, i 37mld del Mes sono tanti! – ed evitare di mandare in ospedale o tenere in famiglia i malati con sintomi ma non gravissimi.
Avremmo dovuto iniziare a studiare un piano vaccinale (ora siamo qui nei guai, basti vedere il numero di vaccinati in Italia e quello in altri paesi, noi siamo a circa 5% di popolazione vaccinata in singola dose e 3% con due, una inezia, e la colpa non è certo solo nei ritardi nelle consegne delle case farmaceutiche) etc…. Si, si poteva fare meglio. Come hanno fatto quelle nazioni che hanno seguito un corretto processo decisionale.

Vista la “corposità” dei contenuti, vi lasciamo il tempo di assorbirli. Troverete le 6 domande successive nel numero del 16 marzo. Grazie 1000

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