Nel cuore degli automi

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Anton camminava da giorni nei tunnel umidi e bui delle fognature che si estendevano per chilometri sotto la città. Si fermò. Sorrise. Non avrebbe potuto sperare di meglio. Una bella passeggiata lunga, all’oscuro e al di fuori della portata di chiunque.

Una passeggiata a cui non poteva mancare un cesto da picnic.

Certo, era un dettaglio insignificante il fatto che il cesto somigliasse più ad un fagotto e che dondolasse appeso alla sua spalla, e che l’unico suo contenuto fossero quaranta chili di tritolo. Sarebbe stato un picnic con i fiocchi lo stesso. Strinse la presa sul suo lanciamissili e attraversò un piccolo canale con un balzo, atterrando pesantemente sull’altra sponda. Qualcosa gli strusciò ai piedi e sgattaiolò via nell’oscurità.

“Spero davvero che ne abbiamo portato abbastanza, Anton.” Una voce tonate dietro di lui gli annunciò l’irritazione e lo sfinimento di uno degli uomini che l’avevano accompagnato. Anton si girò verso di lui. May, solitamente alto, era ora piegato sotto le numerose sacche di esplosivo che aveva a tracolla. La sua faccia, rigata dalla fatica, ne mostrava il peso.

Una punta di orgoglio investì Anton alla vista di quell’uomo che pur soffrendo, andava avanti con tenacia. Insieme avrebbero dimostrato agli automi di cosa fosse capace l’umanità.

“Lo spero davvero”, ripeté con una smorfia. “Che non credo di sopravvivere ad un altro viaggio del genere.” La sua voce echeggiò nel profondo delle oscurità della galleria.

“Saranno sufficienti.” Anton rispose sforzandosi di sorridere. Conosceva la fatica di May. Da qualche tempo sentiva anche lui un peso crescente sugli arti, una lentezza sconcertante, come se questo posto, queste fogne li stessero lentamente privando di energia. L’umidità permeava da tutte le parti, dalle pareti, dalle tubature esposte, chiudendoli in una morsa stretta e soffocandoli da ogni lato.

Ma gli esplosivi sarebbero stati sufficienti. Sufficienti a far saltare le enormi strutture portanti delle fognature, a far sprofondare nella terra una fabbrica che produceva migliaia di automi al giorno e a seppellire quegli esseri senza cuore per sempre sotto migliaia di metri cubi di terra. Anton s’immaginò cosa si provasse a morire così. Non che credesse che gli automi potessero veramente morire. Gli rintonò in testa il vecchio detto.

Gli automi non sentono dolore.

Sarebbe stato come spegnere un computer.

Uno scatto metallico richiamò la sua attenzione verso l’uomo accanto a May, il ricognitore della squadra. Era chino sul suo scansore a corto raggio e stava armeggiando con i tasti della macchina. L’avrebbe accesa quel secondo che bastava per rilevare la loro posizione esatta, un secondo in più e rischiavano di essere scoperti da una pattuglia di automi.

Con uno scatto del polso, il ricognitore accese l’apparecchio, e con altrettanta rapidità lo spense. Se non si conosceva la procedura, si sarebbe potuto pensare che non avesse fatto proprio niente. Anton aspettò un segnale positivo dal ricognitore con il dito poggiato sul grilletto del lanciamissili.  Dopo un tempo che gli sembrò interminabile il ricognitore alzò lo sguardo verso Anton e gli diede il pollice in su.

Siamo nel punto giusto. È ora di preparare il picnic.

Anton iniziò a togliersi le sacche di esplosivi dalle spalle. Si girò e fece un cenno a May, che era rimasto indietro. Era ora di far vedere agli automi quanto fosse temibile l’ingegneria umana. Non appena poggiò a terra la prima sacca, si bloccò.

Quello che prima gli era sembrato lo scrosciare di una cascata in lontananza era diventato un ronzio meccanico. Anton si girò di scatto, brandendo il lanciamissili. La parete! Dietro di lui sentì May muoversi.

Lento, troppo lento

Anton urlò.

“Attenti!”

Ma prima che le sue parole avessero finito di riecheggiare nel corridoio, il muro al suo fianco crollò, lanciando una pioggia di schegge e mattoni sui tre uomini. Anton ebbe appena tempo di scorgere una scintilla metallica tra la polvere prima che qualcosa gli si schiantasse pesantemente sul petto, stordendolo e scaraventandolo contro il muro opposto. Rimbalzò dalla parete e cadde, battendo la testa a terra. Sentì il colpo vibrargli dentro la testa e le membra irrigidirsi. Non sentiva alcun dolore. Era andato in shock.

Fregati come dei principianti.

L’automa balzò rapidamente attraverso la cortina di polvere e raggiunse il ricognitore prima che potesse prendere la mira con la sua arma, infierendogli un colpo preciso al collo. L’onda d’urto investì Anton, mentre la testa del ricognitore si separava dal suo corpo cadendo a terra senza vita. Dietro di lui, May si stava divincolando dagli innumerevoli sacchi che lo appesantivano, cercando freneticamente di liberare l’arma. Anton cercò di muoversi, ma le sue mani erano intorpidite, pesanti e rigide, rifiutandosi di fare quello che voleva. Il lanciamissili pesava come uranio.

Cazzo, muoviti Anton!

May si liberò finalmente dai sacchi e in un unico movimento fluido estrasse una pistola e la puntò all’automa. Prima che questo potesse reagire, May fece fuoco scaricando l’arma nel suo torace. Ogni colpo creava un bagliore accecante, lasciando delle sovrimpressioni negli occhi di Anton. Tra gli scatti di luce vide l’automa piegarsi in avanti finché non sembrò come cadere in ginocchio, un denso e scuro liquido colandogli a fiotti dai fori dei proiettili. Ma l’automa non era stato ancora sconfitto. Piegandosi, si era slacciato qualcosa dallo schiniere. Troppo tardi Anton vide lo scintillio di un’arma compatta nelle sue mani.

Anton cercò di gridare, ma la voce gli si smorzò in gola. Con uno sforzo disperato, riuscì ad afferrare il manico del lanciamissili, ma la lentezza dei suoi movimenti gli impedì di tenere una mira stabile. Avrebbe potuto facilmente colpire May.

L’automa puntò l’arma alla testa di May e premette il grilletto. I colpi esplosero come cannoni nello spazio ristretto del tunnel, e i lampi dell’arma dell’automa illuminarono il corpo di May mentre cadeva pesantemente a terra.

Con uno sforzo disumano, Anton riuscì finalmente a spostare le sue mani intorpidite. Per una frazione di secondo riuscì a puntare l’arma direttamente al torace dell’automa, e in quell’attimo premette il grilletto.

Il missile partì con un’esplosione di gas e fuoco. Rimase sospeso in aria mentre accelerava, andando finalmente a colpire la corazza dell’automa, piegandola e accartocciandola come se fosse carta. Poi esplose, rilasciando tutto la sua carica esplosiva in un unico getto mirato, bruciando completamente la sua armatura in una frazione di secondo. Per un momento, l’intera galleria divenne di un bianco accecante. Il grido di morte dell’automa trafisse il cranio di Anton, dove riecheggiò mentre le fiamme ne divoravano il corpo. Poi, così come erano esplose, le fiamme si spensero, lasciando a terra solo un corpo semi carbonizzato avvolto da un fumo acre. Le ultime grida dell’automa svanirono nel tunnel, mentre la polvere e qualche detrito finiva di piovere dal soffitto.

Dopo il lieve scrosciare della ghiaia a terra, il tunnel calò nuovamente nella sua usuale semioscurità.

Il tunnel era di silenzioso, salvo per il lieve ronzio della lampada elettrica e il sottile ruscellare dell’acqua. Anton, riverso per terra, alzò la testa e osservò il suo avversario mentre il fumo si diradava. Il corpo dell’automa giaceva immobile, la sua armatura metallica bruciata e distrutta dall’esplosione del missile. Oltre, il corpo piegato di May giaceva a faccia in giù, la testa a metà immersa nel ruscello.

Anton strinse gli occhi per guardare meglio attraverso la sottile polvere che aleggiava nell’aria. Sentì un gelo calare sulle sue membra quando vide la testa di quello che una volta era un suo amico. La nuca di May, colpita da un proiettile dell’automa, si era completamente aperta. Dall’apertura usciva un groviglio di tubi e cavi, come l’interno di un vecchio televisore. Una patina marrone ne dipingeva l’interno. Ruggine. L’umidità aveva intaccato il metallo che formava il suo cranio. May era umano quanto i topi che abitavano le fogne.

Anton guardò di nuovo l’automa riverso per terra, e ricordò come aveva urlato quando l’aveva colpito col missile.

Gli automi non sentono dolore

Colto da un’improvvisa angoscia, Anton calò lo sguardo sul suo petto, dove credeva che l’automa l’avesse colpito con un pugno. Ma al posto del petto vide solo un buco annerito. L’automa l’aveva colpito con un missile! Ma Anton non sentiva alcun dolore, e dal buco non usciva una sola goccia di sangue.

Vide le stesse chiazze di ruggine che aveva visto nella testa di May. Al centro c’era un groviglio di cavi bruciati e componenti elettrici macerati dal colpo ricevuto. Sentì le membra irrigidirsi ancora. Il suo corpo si stava arrugginendo.

Inutile provare ad alzarsi, le gambe erano quasi del tutto paralizzate e capì che non ce l’avrebbe mai fatta ad uscire dalle fogne. Ma poteva fare un’ultima cosa prima di bloccarsi completamente. Iniziò a trascinarsi lentamente con le braccia verso l’automa che giaceva a pochi passi da lui.

Devo sapere la verità

Concentrando tutta l’energia rimasta, riuscì a trascinarsi al corpo del suo nemico, il cui torace, come quello di Anton, era stato distrutto dal missile. Il liquido scuro continuava a fuoriuscire dai fori dei proiettili, e non era possibile confonderne la natura. Quella lucidità, quel colore, troppo scuro per essere acqua, troppo denso per essere olio.

Anton non sentiva più niente. Intorno a lui si era creato solo un vuoto immenso, al cui centro, come illuminato da un faro, stava il corpo del suo avversario. Lo attirava, lo spingeva a trascinarsi lentamente con le braccia sulla superficie umida del tunnel.

Anton raggiunse il corpo e si sollevò con le ultime energie e guardò dentro il buco nel petto.

Sotto all’armatura bruciata, dietro alle ossa sbriciolate e annerito in parte dall’esplosivo, si annidava un cuore, il rosso vivo dell’organo che pulsava sempre più lentamente.

Disegno dell’autore.

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