Moschetto e shakò – Missione segreta

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A Saturnino sembrava tutto così noioso, senza fine, ma sentì delle urla.
Seppur avesse le ossa indolenzite dopo la lunga marcia per le campagne di Boemia, era stato messo di guardia. Adesso il turno stava per finire, ma lui sentiva quelle urla e si chiese cosa stesse succedendo.
Nel buio che predominava su tutto, qualcuno lo fece a brandelli con un lume e Saturnino rabbrividì: gli sembrava di vivere una storia di fantasmi. Spianò il moschetto e gridò: «Chi va là?».
«Ma come, ma come? Sono io, non vedi?».
Saturnino poté osservare un individuo che sembrava uscito da una torbiera. Aveva gli abiti stazzonati, un po’ laceri, e delle profonde occhiaie. Saturnino si ripeté che sembrava una storia di fantasmi, ma doveva anche farsi coraggio. «Chi va là?».
Parlava in francese. «Sono… sono un amico della Francia!».
Si insospettì, Saturnino. «Certo, parli francese, ma cosa ne so io?».
Sembrava disperato, adesso. «Devi aiutarmi! Un mio amico è stato catturato dagli austriaci».
«Calma, calma. Guarda che io sono un soldato semplice, non posso aiutare tutti». Si morse un labbro. «Facciamo così: chiamo il mio superiore e gli parli tu». Si girò senza attendere risposta e alzò la voce. «Ehi, Aristide!».
Il collega spuntò dall’accampamento. «Che c’è? Che sta succedendo?».
«Qui c’è un tale che chiede aiuto… chiama il sergente!».
Aristide sembrò perplesso, ma poi andò via chiamando a gran voce: «Sergente? Sergente?».
L’interpellato arrivò sbuffando in compagnia di Aristide. Si avvicinò a Saturnino, il quale sentì il suo alito e pensò che stava abusando del vino requisito in una fattoria vicino. «Cosa succede?».
Saturnino iniziò a spiegare: «Sergente, c’è questo tale…».
«Sergente, sono un agente al servizio della Francia. Io e un collega stavamo spiando un reggimento austriaco, ma ci hanno scoperti. Io sono scappato, ma il mio amico non ha avuto la stessa fortuna. È stato acciuffato!».
«E perché lo racconti proprio a me?».
«Per il motivo che lui ha con sé i registri dei movimenti di questo reggimento di fanteria. Senza di questi, il reggimento potrebbe colpire di sorpresa le nostre truppe».
Si scrollò nelle spalle. «Saturnino, stavi finendo di montare la guardia, non è vero?».
«È esatto».
«Smonta già fin da adesso…».
«Oh, benissimo. Grazie, signor sergente!». Il suo volto brillò di un sorriso.
«Voglio che tu e Aristide aiutiate questo tizio. Andate subito, che adesso viene il prossimo che deve montare la guardia».
Saturnino smise di sorridere. «Sissignore. Ho capito. Agli ordini».
Aristide recuperò il suo Charleville e insieme si avviarono con quella spia francese.
Si avventurarono nella boscaglia e la spia ebbe il buon gusto di spegnere il lume. Avanzarono nella vegetazione e un paio di volte Saturnino rischiò di inciampare.
«Ho visto che parlate italiano».
«Veniamo da Varese, nel Regno d’Italia. Siamo tutti fantaccini che si sono offerti volontari di far parte della Grande Armata» spiegò Aristide.
«Bello, molto bello».
«Ma senti…». Saturnino evitò di rivolgerglisi chiamandolo “spia” o “spione”: sarebbe stato poco gentile.
«Cosa c’è?».
«Ma sai dove stiamo andando? Voglio dire, è buio, non si vede nulla».
«Bisogna essere come i gatti, bisogna vedere benissimo al buio». Quel tipo rise.
«Sì, certo, ma io non sono un gatto, né lo è il mio commilitone e neanche tu lo sei…».
«Abbi fiducia in me, che poi vedrai». Smise di ridere e calò un’atmosfera che aveva un che di fatale.
Continuarono a camminare nella boscaglia, poi uscirono all’esterno e dopo un’altra cortina di alberi Saturnino vide alcuni fuochi, sentì delle voci in tedesco. «Siamo vicini all’accampamento austriaco».
«Esatto. Il reggimento che ha catturato il mio amico».
«Molto bene. Dai, Saturnino, facciamo il nostro dovere».
Si appostarono fra i cespugli e stettero lì a osservare. Saturnino aveva voglia di uscire allo scoperto e andare subito a liberare la spia francese, solo non fece nulla di tutto ciò: si sentiva insicuro, inadeguato; era meglio che ascoltasse quel che aveva da dire lo spione francese.
Dopo alcuni minuti, questi fece un grande cenno di assenso. «Vado a distrarli. Faccio in modo che arrivi il mio amico, poi lo libererete».
Saturnino aveva molte domande in mente. Si chiedeva come avrebbe fatto tutto ciò, ma si limitò ad annuire.
Così, quel tipo uscì allo scoperto e si immerse nell’accampamento austriaco. A Saturnino giunsero alcune voci, ma non sembravano di rabbia né di sconcerto, era come se avessero accolto quel tizio senza ostilità né con idee piacevoli; forse era indifferenza.
Trascorsero due o tre minuti, o forse di più, e allora alcuni austriaci puntarono a Saturnino e Aristide. Andarono a colpo sicuro: allungarono le mani e fecero per acciuffarli, ma Saturnino si spaventò e spianò il Charleville allungato dalla baionetta. Ne ferì uno alla coscia.
«È una trappola!» esplose Aristide, in italiano. «Via di qua».
«No… sì…» cambiò idea in fretta Saturnino. Scapparono.
Alle loro spalle era come se fosse scoppiato un pandemonio e si rincorsero delle urla oltre che dei nitriti. Forse quel tizio li voleva incastrare, ma a Saturnino non interessò: scappò a gambe levate.
Gli austriaci non li inseguirono e allora si fermarono. Aristide forse fece un sorriso. «Torniamo indietro!».
«Ma sei scemo? Così ci catturano».
«No, no, ho una mezza idea».
Saturnino era indeciso, poi si fece trascinare da quella decisione.
Ritornarono sui loro passi – anche se un po’ discosti dal punto esatto in cui si erano appostati prima e videro che l’accampamento austriaco era nel caos.
Mentre osservavano quello spettacolo, Saturnino trasalì al sentire una mano sulla spalla.
Stava per rimproverare Aristide, ma si accorse che ad aver attirato la sua attenzione era stato qualcuno in borghese, con gli abiti stazzonati, un po’ laceri e delle profonde occhiaie. Non era lo spione di prima, era un altro.
«Siete francesi, no?».
«Italiani» corresse Saturnino.
«Fa lo stesso. Siete sbandati o…?».
«No, no, il nostro accampamento non è molto lontano da qui».
«Portatemici fin lì, sono un agente al servizio dell’Imperatore e ho i registri dei movimenti di questo reggimento austriaco».
«Ehi, ma un tuo collega…».
«Quello è un traditore. Mi ha venduto agli austriaci…».
«Voleva fare la stessa cosa con noi» lo informò Aristide.
«Ecco. Quando ha detto di qualcuno che stava per essere catturato, ho approfittato della distrazione di una sentinella per fuggire. Adesso, per favore, portatemi via di di qua».
Saturnino non sapeva molto di trame di spionaggio, intrighi e doppiogiochi, ma tutto ciò gli bastava eccome.
Andarono via.

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Chi lo ha scritto

Kenji Albani

Kenji Albani è nato il 13 novembre 1990 a Varese (è italiano, nonostante il nome giapponese). Nel 2008 il suo racconto “Visite dall’aldilà” è stato segnalato al concorso indetto dalla Giulio Perrone Editore. Nel 2018 si è diplomato sceneggiatore di fumetti alla Scuola del Fumetto di Milano, nel 2020 si è laureato in scienze della comunicazione all’Università degli Studi dell’Insubria e sempre nel 2020 è arrivato finalista al concorso “Pergamene stellari” indetto dall’associazione culturale Yavin4 con il racconto “Un dinosauro tra quanta confusione”. Dal 2018 pubblica ebook con Delos Digital tra i quali l’antologia da lui curata “Dark Graffiti” e il saggio sulla Guerra Iran-Iraq “La primissima guerra del Golfo”. Nella primavera del 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo, “1572”, con “L’Undicesimo Libro”. Solitamente pubblica racconti brevi su Wattpad, Inksection, Edizioni Open, L’Undici, Braku, IlMioLibro, L’Infernale, Racconticon e Writers Magazine Italia. Lavora come sceneggiatore di fumetti per Ilmiofumetto.it e articolista per Leggimela.

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