Moschetto e shakò – Linea contro linea

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Il tamburino suonava, i corvi gracchiavano e i fantaccini erano in marcia.
Ormai Saturnino era sicuro che quella guerra non sarebbe finita mai. Avrebbe combattuto gli austriaci fino alla fine del conflitto, sì, ma forse si sarebbe conclusa solo con la fine del mondo.
Non voleva essere così apocalittico, ma la questione era che era stanco, non ne poteva più di marciare, fare la vita del soldato – sempre che non terminasse con la sua morte – però doveva obbedire e al suono del tamburo marciava, i passi scanditi dai tonfi delle bacchette sulla pelle tesa dello strumento musicale.
Forse, anche il capitano Chevallier era esausto di tutte quelle avventure, ma solo che Saturnino non se la sentiva di andare da lui e consigliargli di ritirarsi e lasciare l’Impero Austriaco per tornare nel Regno d’Italia, non ne aveva il coraggio. Così, Saturnino si arrese a quegli sforzi e cercò di affrontarli con filosofia.
Da dietro una svolta, giunse un piccolo gruppo di cavalieri. Indossavano uniformi di fanteria, avevano mostrine dorate. Erano degli ufficiali. Fra tutti spiccava un colonnello che si mise a parlare in francese. «Capitano, a me, a me».
«C’è bisogno, signore?».
«Sì. Poco più in là c’è una compagnia austriaca. Servono degli uomini volenterosi che possano essere di aiuto alla causa della Francia e della Rivoluzione».
«Oh, ma certo, vengo, veniamo eccome».
Erano le ultime parole che Saturnino avrebbe voluto sentire.
«Voi altri, muoversi. Seguiamo il colonnello» esortò Chevallier.
Si misero tutti a seguire il capitano che a sua volta stava dietro al colonnello.
Superarono una svolta, si arrampicarono su un’altura e dopodiché Saturnino vide un gruppo di granatieri austriaci.
Al vedere arrivare gli uomini in blu, i granatieri si allarmarono mentre gli ufficiali sbraitavano ordini.
La compagnia degli italiani discese e costituì una formazione serrata, una linea spessa tre uomini e il sergente strepitò: «Caricare i Charleville».
Saturnino e gli altri annuirono, solo che lui non era poi tanto sicuro di sé. Era in prima linea, e osservò il suo commilitone Aristide, il quale stava scuotendo la testa. «Non la vedo bene questa situazione…».
«Neanch’io, ma non ci possiamo fare nulla» ribatté Saturnino.
I granatieri spianarono i loro moschetti, gli italiani fecero lo stesso.
Saturnino cercò di ricordarsi i motivi per cui era lì, in Austria. Aveva lasciato Varese, si era arruolato nella Grande Armata, aveva esultato per i successi di Bonaparte e adesso era dalle parti di Wagram. Ma che a Wagram i francesi avessero vinto o meno, era tutto identico. Bisognava combattere e Saturnino avrebbe fatto il suo dovere – ma sempre che il dovere non lo uccidesse prima.
Per un istante le due formazioni si scrutarono in cagnesco, poi i granatieri spararono la prima bordata.
Con esplosioni e sbuffi di fumo, gli austriaci spararono e le pallottole colpirono gli italiani. Molti morirono, altri rimasero feriti o agonizzarono.
Non appena il fumo iniziò a dissolversi, Saturnino prese la mira e attese.
«Fuoco!». Non fu Chevallier a ordinarlo, ma il colonnello.
Saturnino tirò il grilletto e gli parve di aver colpito un granatiere. La testa gliel’aveva spaccata e il colbacco si era piegato sul capo mentre il corpo crollava in terra.
«Fuoco a volontà, da adesso!» ordinò il colonnello.
Chevallier gli fece eco. «Fuoco a volontà».
Saturnino si ricordò delle venticinque mosse. Una a una, pensò a tutte e fece il suo lavoro di fantaccino. Pulì la canna con lo scovolo, strappò la cartuccia di carta e versò proiettile e polvere da sparo, pestò per bene…
Intanto, attorno a lui si sparava e si moriva. I granatieri austriaci erano più veloci nell’aprire del fuoco e forse il motivo per cui a Wagram i francesi avevano vinto era stato perché quei granatieri non si erano presentati in quel campo di battaglia assolato e pieno di sterpaglie secche. Forse era proprio questo il motivo per cui la vittoria aveva arriso a Napoleone.
Subito dopo, Saturnino fece fuoco e come se fosse in una fabbrica ripeté e ripeté il gesto. Le venticinque mosse, alla fine sparava e rifaceva tutto da capo.
Molti morivano, da tutte e due le parti, ma sembrava più dalla parte degli italiani. Saturnino era disgustato e notò che, mentre gli uomini delle linee dietro sostituivano i caduti anche arrivando a calpestare i feriti, alcuni si lamentarono con il colonnello. «Ci stiamo logorando… e tutto ciò per niente!».
«Codardi, se provate a disertare o a disobbedire ai miei ordini, vi faccio fucilare, avete capito!».
Saturnino fu colpito da quel cinismo, da quella crudeltà, ma non ci poté fare nulla, se non pensare che era una follia.
Mentre l’aria veniva pervasa da tutto quel fumo e c’era chi tossiva, chi invece perdeva la vita, Saturnino si ritrovò ad avere difficoltà a prendere la mira. Con tutto il fumo provocato dagli spari, non era sicuro di colpire qualcuno, ma certo non poteva stare lì ad aspettare che il fumo si dissolvesse, così era costretto a continuare a fare fuoco e augurarsi di colpire un soldato nemico e non essere colpito a sua volta.
I minuti trascorsero in quella maniera fra le urla e i gemiti dei feriti e gli spari. L’unico che sembrava soddisfatto di quello spettacolo era il colonnello, che batteva le mani con un sorriso stampato in faccia. «Avanti, avanti, continuate così! Fatelo per l’Imperatore! Lui è contento di voi!».
Fra i fantaccini, qualcuno era felice però erano in pochi. La maggioranza si rendeva conto del gioco mortale che stavano affrontando.
A un certo punto, dalla parte austriaca nessuno sparò.
Aristide gioì. «Mi sa che si sono arresi!…».
Il colonnello gridò: «Partite all’attacco! Alla baionetta!».
Tutti ce le avevano già innestate e obbedirono. Corsero verso il fumo, respirandolo a pieni polmoni assieme all’odore ferroso del sangue, ma per Saturnino fu come se si fosse predisposto a scendere uno scalino quando invece non c’era. Tossendo, si accorse che oltre la cortina di fumo non c’era più nessun austriaco se non i feriti e i morti.
Saturnino continuò a tossire e rifletté sulla follia della guerra mentre il tamburino riprendeva a suonare e i corvi banchettavano.

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Chi lo ha scritto

Kenji Albani

Kenji Albani è nato il 13 novembre 1990 a Varese (è italiano, nonostante il nome giapponese). Nel 2008 il suo racconto “Visite dall’aldilà” è stato segnalato al concorso indetto dalla Giulio Perrone Editore. Nel 2018 si è diplomato sceneggiatore di fumetti alla Scuola del Fumetto di Milano, nel 2020 si è laureato in scienze della comunicazione all’Università degli Studi dell’Insubria e sempre nel 2020 è arrivato finalista al concorso “Pergamene stellari” indetto dall’associazione culturale Yavin4 con il racconto “Un dinosauro tra quanta confusione”. Dal 2018 pubblica ebook con Delos Digital tra i quali l’antologia da lui curata “Dark Graffiti” e il saggio sulla Guerra Iran-Iraq “La primissima guerra del Golfo”. Nella primavera del 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo, “1572”, con “L’Undicesimo Libro”. Solitamente pubblica racconti brevi su Wattpad, Inksection, Edizioni Open, L’Undici, Braku, IlMioLibro, L’Infernale, Racconticon e Writers Magazine Italia. Lavora come sceneggiatore di fumetti per Ilmiofumetto.it e articolista per Leggimela.

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