Marijuana

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Ho 66 anni, mi chiamo Renato, ho un padre arzillo 94enne, ho un figlio di nome Stefano, ingegnere aerospaziale che abita e lavora in Inghilterra e un nipote di nome Carlo Renato. Ho la passione dei viaggi in moto e cerco di suonare la chitarra. L’ho ripresa in mano dopo troppi anni, oggi sono uno dei 1.000, della rock band più grande al mondo. Vivo solo con una Jack Russel che porta il nome di una stella, Shaula. 

Sono, anzi ero, un C.L.C., un Capitano di Lungo Corso. Il mio lavoro consisteva nel condurre navi da carico da un punto A a un punto B, trasportando crude oil (greggio) petrolio raffinato, minerali vari alla rinfusa, grano, soia, gas liquidi o prodotti chimici. Ho perso il conto di quante volte ho fatto il giro della terra, di quante volte ho superato i tropici, l’equatore o di quante miglia siano scorse sotto la chiglia delle varie navi sulle quali sono stato imbarcato, penso qualche milione sicuramente. Non ricordo neanche più tutti i porti in cui sono stato, ma sono stati tanti e quasi mai erano i posti migliori delle città in cui si arrivava. 

In molti mi chiedono di raccontare della mia vita per mare, aspettandosi avventure alla Jack Sparrow, trame piene di misteri, magie, tesori nascosti, esseri metà uomo metà pesce o immaginano storie frivole alla capitano Stubing della serie televisiva Love Boat. Niente di tutto ciò. Nessun vascello fantasma nei mari  caraibici, nessun tesoro, nessuna sparizione nel triangolo delle Bermude, nessuna nave passeggeri (ho sempre rifiutato di imbarcarmi sulle navi da crociera), nessuna nave dell’amore.

Era un mestiere diverso dagli altri ma pur sempre un lavoro. Così era, cosi è e così sarà. Ed era duro, questo sì.
Tante volte ho avuto modo di vedere la potenza della natura e affrontarla o cercare di scapparle letteralmente via, per evitare il peggio, ma ho visto anche aurore boreali nei mari del Nord, balene, delfini giocare a prua, tra le onde create dalla spinta di motori dalla potenza di decine di migliaia cavalli vapore.
Tante volte ho visto il figlio crescere a puntate, almeno finché non ho deciso di trovare riparo nei servizi pubblici di Venezia.

Come è cominciata la mia storia?
In un modo forse non del tutto casuale, un mio zio era Direttore di Macchina di bordo (il Direttore di macchina è il secondo grado a bordo dopo il Capitano ed ha la responsabilità dei motori, dei generatori, di tutto ciò che di meccanico o elettrico c’è a bordo). Mi parlava sempre dei suoi imbarchi e un giorno mi portò con lui a Trieste dove, una vecchia petroliera era ai lavori di manutenzione. Avrò avuto 13 anni, ero prossimo ad abbandonare le scuole medie e scegliere l’indirizzo per le superiori. Questa nave mi sembrò già grandissima anche se non arrivava alle 3.000 tonnellate di stazza (la stazza rappresenta il volume degli spazi chiusi, si misura in tonnellate di stazza che non corrispondono ad un peso ma ad un volume pari 100 piedi cubi inglesi/2,832 metri cubi), salirci con la scala a bordo già mi fece tremare eppure un giorno navi così le avrei viste dall’alto verso il basso.

 La prima cosa che mi catturò fu il suo profumo. Come posso descrivere il profumo di nave? Sa di ferro e salsedine, di legno e ottone, di vernice, di carico, di mille anime che si sono date il cambio a bordo, sa di disciplina e umanità, di sangue e sudore, di nostalgie e speranze, di maledizioni e preghiere.

 Allora rimasi a bordo un paio di giorni, curiosando in giro, sempre sotto l’occhio vigile di qualcuno che pazientemente rispondeva a ogni mia domanda. Pranzavo con gli ufficiali, passavo il resto del tempo con il nostromo o i marinai, dormivo in una cabina tutta per me, in una cuccetta con le sponde in mogano come il resto dell’essenziale arredamento, un oblò circolare in ottone tirato a lucido e il bagno in comune. Insomma mi innamorai subito, fu come  entrare in simbiosi con un essere dotato di vita propria, era quello il mio destino, ero segnato ormai dalla malattia del ferro, come si dice in mare. Così decisi di iscrivermi al nautico e cominciare questa esperienza. Ero più bravo nelle materie umanistiche e faticavo non poco con le materie professionali: navigazione, astronomia, teoria della nave, meteorologia, matematica … madonna quanta matematica! Ne uscii comunque con bel 54 e cominciai fare domande di imbarco come Allievo Ufficiale a svariate compagnie di navigazione finché un giorno arrivò la fatidica telefonata.

“Signor Rosati? Sono il Capitano d’armamento della società XXX abbiamo pronto un imbarco per lei, a Karachi.”
“Certo, sono pronto, ma, scusate, dov’è Karachi?”
“In Pakistan!”
“…e dov’è il Pakistan?” Pensai.
“Ah, ok. Che devo fare? Come ci arrivo?”
“Passi a trovarci le spiegheremo tutto.”

E partii. Feci il viaggio Roma – Atene – Karachi (con la Swiss Air) insieme a un Direttore di macchina che cercava continuamente di imbarcare troppo sfacciatamente qualsiasi hostess gli venisse a tiro e un Marconista che, appena presentati, a Roma mi disse: “Sei ancora in tempo per tornare indietro, scappa!”

Due valige piene del necessario per nove mesi, vestiti per tutte le latitudini, quaderni di calcolo, tavole logaritmiche e del punto, appunti di scuola, carta da lettere , penne e matite della Staedtler, nessuna esperienza ma anche nessuna paura, questo me lo ricordo bene.

Per iniziare il racconto vero e proprio mi serve il tempo di cercare nei cassetti giusti, non è facile scrivere senza saltare dal trasto alla sentina (Nel caso non sappiate che vuol dire, vi chiedo di fare uno sforzo, andatevelo a cercare mentre io proseguo con la mia storia). Mi tocca però annoiarvi ancora un po’, devo darvi alcune semplici informazioni, descrivendovi la gerarchia e i compiti degli ufficiali di coperta, almeno avrete un’ idea di come si passi il tempo a bordo. L’ultimo di tutti è l’Allievo, quello che in teoria sa tutto ma non sa fare niente, per cui viene accostato al Primo Ufficiale che, tra le varie incombenze, ha anche questo gravoso compito. Di solito il sistema di formazione adottato in mare è il “o ti fai o ti spezzi”. Io sono stato fortunato, ho affiancato due ufficiali che non mi hanno esasperato troppo ma trasmesso tanto. Ancora oggi li ringrazio.

Ma cosa fa un allievo? Nelle ore libere dalla guardia sul ponte ha il tristissimo compito di battere a macchina tutta la corrispondenza di bordo, i documenti di carico scarico, la lista equipaggio … ma è anche quello che sa sempre e prima di tutti cosa si mangerà quel giorno, perché è lui che redige il menù e lo espone nelle salette pranzo. Questo tirocinio durava 18 mesi, dopo di che sostenevi l’esame in Capitaneria di porto per il conseguimento del patentino di Aspirante C.L.C. e, una volta superato questo “scoglio”, potevi assumerti la responsabilità di fare la guardia da solo durante la navigazione.
Se avevi avuto caratteristiche buone dai Capitani che ti avevano tenuto d’occhio durante i  mesi precedenti, diventavi, diventavi Terzo Ufficiale. Orario di guardia 8.00/12.00 e 20.00/24.00, responsabile anche dell’aggiornamento di tutte le carte nautiche, portolani, e le altre pubblicazioni nautiche sempre presenti a bordo.

Se dimostravi di esser bravo, passavi presto a Secondo Ufficiale. Orario di guardia 00.00/04.00 e 12.00/16.00, economo di bordo e depositario dei beni Tax free, sigarette, liquori, farmacia, buste paga.

Dopo 4 anni di navigazione davi un altro esame per la patente, quella che ti riconosceva il diritto di assumere un comando, non senza passare prima alla prova generale da Primo Ufficiale, dove dovevi dimostrare di saper caricare e scaricare una nave, tracciare le rotte, osservare bene le stelle con il sestante calcolandone l’altezza dall’orizzonte e ricavarne punti nave affidabili, gestire tutto il personale di coperta. Orario di guardia 04.00/08.00 e 16.00/20.00 e sempre con la palla al piede dell’Allievo!

Io sono diventato Capitano così, ma qualcuno non c’è neanche mai arrivato o si è arreso prima, cercandosi un lavoro a terra oppure approdando a compagnie più compassionevoli. Cosa vuol dire essere Capitano?

Il Capitano è il deus ex machina, quello che risolve i problemi più gravi e prende le decisioni definitive, olia tutti gli ingranaggi di bordo in modo che tutto funzioni come un orologio, anche con i peggiori equipaggi e le peggiori navi. Ha rapporti con tutti gli enti consolari, registri navali, autorità portuali, doganali, presenzia in plancia nei momenti di maggiore difficoltà e assume il comando della conduzione della navigazione coadiuvato dall’ufficiale di guardia in quel lasso di tempo.
Vado avanti? No, mi fermo qua, penso e spero vi siate fatti un’idea della complessità dell’argomento.

VENEZUELA
La mia carriera? Ho fatto tutto troppo in fretta. Capitano già a 28 anni, partito per il Venezuela con un figlio a casa di pochi mesi, e una nave  gasiera/chimichiera  che mi aspettava a Caracas. Era vecchia cinque anni, praticamente nuova, ma sembrava li avesse passati in fondo al mare e non in superficie tanto era arrugginita. Tetano, ecco quale avrebbe dovuto essere il suo vero nome!

Vogliono proprio vedere come me la cavo, o ti fai o ti spezzi vero?” Pensai guardandola preoccupato dall’imbarcazione con cui mi portavano a bordo.

Ma le sorprese non finirono lì, un equipaggio che sembrava fosse stato imbarcato per punizione, tubi di imbarco e sbarco pieni di cravatte segno evidente che coprivano i buchi provocati dalla ruggine. E, soprattutto, non c’era aria condizionata. Fissi in Venezuela su una nave senza aria condizionata? 40 gradi in cabina. Ogni notte c’era chi si portava il materasso in coperta pur di riuscire a dormire. Una vera tortura. Però fortunatamente c’era un bravo cuoco di origine sarda e quando a bordo c’è un bravo cuoco la metà dei problemi sono già risolti.
Trascorsi la prima settimana insieme al Capitano che mi passò le consegne, un veneziano con quasi il doppio dei miei anni, una grande preparazione sia pratica che teorica. Mi spiegò tutto quello che c’era da sapere sulla nave e i suoi vari guai, sui gas, sui porti, sull’equipaggio, solo che gli piaceva oltremodo il rum e suonare l’ukulele come se non ci fosse un domani, canzone preferita Grazie alla vita. Io ancora oggi mi domando dove abbia trovato la forza e l’ingegno per far navigare e produrre quel relitto, sicuramente in quei sei mesi invecchiai di dieci anni, eppure conservo qualche bel ricordo di quella avventura (Visto? L’ho chiamata avventura non imbarco!).

MariJuana

Foto di Colin Lloyd da Pexels_maialini

Foto di Colin Lloyd da Pexels_maialini

Una volta ci spedirono ad una raffineria in fondo  al mar di Maracaibo, una grande laguna chiamata lago per le sue acque salmastre e che prende il nome dalla città che si trova alla sua entrata e che chiaramente vedemmo solo da lontano. Qualche migliaio di tonnellate di tulene e benzene ci aspettavano in qualche serbatoio a terra.

Proprio nei pressi della raffineria c’era un piccolo villaggio di capanne su palafitte, tetti di paglia ma tutti con l’antenna tv. Come succedeva spesso anche negli altri porti venezuelani venimmo affiancati da piccole canoe che si mossero presto da riva condotte da uomini dai tratti Inca cariche di pesce, verdura e frutti esotici proponendo baratto con sapone, sigarette, liquori o strumenti di lavoro. Incuriosito chiesi a uno di loro se poteva portarmi a terra, volevo vedere più da vicino questo villaggio e come vivessero quelle persone, e accettò senza problemi. Durante il breve tragitto gli dissi in spagnolo che ero El capitan del barco e questo lo entusiasmò a tal punto che cominciò a gridare verso terra in una lingua che non capivo ma che annunciava l’arrivo di una persona importante. “Speriamo non stia dicendo sto portando il pranzo” pensai tra me e me un po’ pentendomi della mia curiosità.
Arrivati a terra, un piccolo gruppetto di uomini donne e bambini mi accolse tra mille sorrisi, mentre il mio Caronte parlottava con qualcuno. Mi fece segno di seguirlo, notai che in giro non c’era nessun pentolone con il fuoco sotto, mi sentii stupido ma anche confortato. Tra i bambini nudi che giocavano a riva al mare, c’erano due maialini da latte in libertà.

Un’idea cominciò a frullarmi in testa.

Mi accompagnarono in una delle capanne dove mi aspettava quello che era, forse, il capo villaggio, l’anziano, il sindaco, non so, un uomo molto magro, vecchio e pieno di quei tatuaggi tribali che poi sono diventati molto di moda da noi. All’interno della capanna c’erano: un pagliericcio sollevato da terra, una cassa di legno come tavolo, uno sgabello, dei manufatti alle pareti in legno e la televisione a volume altissimo. La trasmissione che stava guardando mi pare fosse una di quelle telenovelas diventate famose in Italia attraverso le parodie del trio Lopez Marchesini Solenghi. Mi salutò alzando la mano e un leggero abbraccio. Parlava uno spagnolo strano forse misto ad un dialetto locale, ci capivamo a stento chissà se sapeva dov’era l’ Italia, il mio paese, il luogo da che gli dissi che io provenivo. Gli offrii una sigaretta e ce la fumammo seduti a terra mentre mi spiegava cosa stesse succedendo alla tv, la storia della novela. Fu un po’ lunga, ma lui sembrava crederci totalmente, si incazzava anche! Intanto mi chiedevo da dove prendessero la corrente. Mi risposi da solo che la fonte era, in qualche modo sicuramente abusivo, la raffineria.  Già che c’ero, gli lasciai tutto il pacchetto delle mie sigarette.

La cosa andò avanti così per un po’ finché arrivò il  momento di congedarmi e potemmo parlare lontani dalla televisione. Quelle persone erano orgogliose del loro villaggio e, avendo la tv (sì ancora quella!), si consideravano moderni. Era, secondo loro, una fortuna che alcuni di potessero lavorare alla raffineria, sicuramente non sapevano quanto fossero cancerogeni i prodotti che producevano.

Intanto che parlavamo, mentre mi riportavano verso le canoe, prese improvvisamente corpo un’idea che min era frullata in testa all’arrivo. Tirai fuori dalla tasca dei pantaloni una banconota da 10 dollari americani, averne sempre dietro aiutava in tante situazioni, e, a gesti, feci intendere di voler acquistare uno dei maialini. Il capo villaggio non ci pensò sopra due volte e ordinò al mio Caronte di prenderne uno e metterlo a bordo della canoa. Anzi, era talmente contento, che mi porse anche un sacchettino che portava alla cintura pregandomi di accettarlo e così feci.

Non vi racconto dello stupore dell’equipaggio quando mi videro arrivare  con il maialino. Si radunarono quasi tutti in coperta per trovare il sistema per issarlo a bordo e finalmente non sembravano più lì per espiare chissà quale punizione. Le risate si rincorrevano da prua a poppa, tutti si davano da fare insieme. Il cuoco sardo, poi, fece i salti di gioia quando vide u purceddu, in fondo mancava più o meno un mese al pranzo di Natale. Vi è chiara ora quale idea mi fosse venuta in mente?

Il maialino fu affidato alle cure dello chef che sapeva come farlo ingrassare e circolava liberamente per la nave. Era la mascotte di bordo a tempo determinato (ma lui non lo sapeva, però).

A cena portai al tavolo ufficiali  quel sacchetto che avevo ricevuto in dono e che non capivo cosa contenesse, lo passai al Direttore di macchina che appena lo aprì gridò fumo! Fumo! Fumo? Che vuol dire? Capitano è marijuana! Cosa? Boia di un triestino me lo sequestrò subito prima che mi riavessi dalla sorpresa. Tanto valeva fare buon viso a cattivo gioco, ormai la cappella era stata fatta e non mi restava che tenere gli occhi aperti. Dal giorno dopo notai che l’equipaggio si rivolgeva al maialino chiamandolo  Marijuana, segno evidente che non solo le voci sull’erba avevano cominciato a circolare a bordo, ma anche che qualcosa d’altro era passato di bocca in bocca. Ricordo, però, che pensai che come nome era simpatico e che dovevo stare con gli occhi ancora più aperti.

Finisce qui la storia? No, tranquilli.

Un giorno, durante la navigazione verso chissà dove, ero in cabina tranquillo come il mare calmo, quando avvertii la nave sbandare improvvisamente segno evidente di una virata veloce, con il timone tutto alla banda, già lì era preoccupante e stavo per portarmi in plancia per verificare, un secondo dopo udii un fischio lungo di sirena, “Cazzo, UOMO A MARE!” Mi precipitai sul ponte, dove  l’ufficiale di guardia mi aggiornò all’istante, spiegandomi subito quello che era successo e quali ordini aveva impartito, Marijuna era caduta fuori bordo.

Maiale a mare, allora!

Lessi negli occhi dell’ufficiale il dubbio e il timore che potessi ordinare di riprendere la rotta senza perdere tempo. Si rilassò quando mi complimentai con lui. Il marinaio in plancia l’aveva già individuato Marijuana e lo teneva a vista con il binocolo. Molto professionalmente ci informava, minuto per minuto, sulla sua posizione e che sapeva nuotare.

Ma dovevamo far presto.
 Dopo una manovra da manuale per avvicinarci il più possibile, per portare a compimento il recupero fermai addirittura la nave, così che, chi doveva (cioè il personale previsto dal ruolo d’appello e predisposto tutto in attesa di ordini) di calare le scialuppe. Tutto si  svolse velocemente senza intoppi. Una lancia fu ammainata fluidamente, il suo motore partì subito, un ufficiale e due marinai recuperano Marijuana prima che si stancasse di nuotare, finché, tra il tripudio generale, ritornarono sotto bordo,. Il primo (che io sappia) recupero di maiale a mare nella storia della marineria! Ovviamente tutto questo non risulta da nessun giornale di bordo.

Morale della storia: le esercitazioni che facevo fare più spesso di quanto previsto erano servite; i controlli sulle scialuppe ed i loro sistemi di ammaino e recupero, in condizioni pietose quando ero arrivato, avevano dato i loro risultati; l’equipaggio era più coeso, preparato e contento di quando ero salito a bordo la prima volta.
E io, forse, non ero più ai loro occhi il Capitano che rompe sempre ma quello che sa dosare disciplina e umanità. Tanti risultati ottenuti.con un’idea dimostratasi poi non tanto farlocca e soli 10 dollari americani di investimento. Poi arrivò il Natale e con esso anche il triste addio a Marijuana (non senza prima ricevere una carezza da tutti noi). Ora, giunti alla conclusione della mia prima storia scritta, permettetemi di accomiatarmi da voi citando dal film “Amici miei”: Che cos’è il genio? E’ fantasia, intuizione, decisione e velocità di esecuzione.

Passata la storia del maialino avrei avuto un’altra idea? La fantasia non mi è mai mancata.

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