Il collaboratore di giustizia, una questione di coscienza

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Il peso della coscienza nella transizione, dal male al bene, che compie un collaboratore di giustizia.

Scomponendo il nome nelle sue parti sembra possibile coglierne il significato che, tuttavia, si presta ad essere oggetto di molteplici interpretazioni, tante quanti sono, appunto, coloro i quali decidono di dare il loro contributo alla giustizia. Ognuno di essi ha una storia, un percorso e, soprattutto, un inconscio che lo contraddistingue da tutti gli altri, sebbene tutti abbiano in comune svariati reati – tra cui crimini efferati come omicidi volontari e di stampo mafioso – tali da essere oggetto di osservazioni, analisi e studi confluiti in norme che ne cristallizzano l’approccio e il trattamento durante e dopo le rilevanti dichiarazioni. Queste ultime vengono rilasciate ai magistrati in merito alle indagini volte ad appurare legami e coinvolgimenti altrimenti irrintracciabili o quantomeno indimostrabili, come quelli in cui figurano imprenditori, amministratori e persino alte cariche istituzionali.
Patti e sodalizi criminali apparentemente indistruttibili ed impenetrabili, a volte anche al sole, divengono un libro aperto in cui è possibile leggere la verità, grazie a un membro di quelle funeste società che ha deciso di cambiare.
Ma un cambiamento di tale portata non può non suscitare dubbi oscillanti fra le possibili ragioni fondanti – convenienza o convinzione – di una scelta così radicale: pentirsi, ammettere di essersi comportato male, anzi di essere stato costruttore e portatore del male più profondo e, ad un certo punto, decidere di passare dalla parte del bene, ma non solo. Il collaboratore di giustizia apporta il suo massimo contributo al fine di raggiungere, almeno, due obiettivi: interrompere la catena di crimini dei suoi diretti colleghi/sodali e tentare di riequilibrare le sorti sue e dei suoi familiari, tra i quali spesso vi sono piccole anime indifese e, anzitutto, innocenti ma di certo ancora in tempo per meritare un’esistenza che, seppur faticosamente da ricostruire, potrà auspicabilmente assumere i tratti di una vita normale.
L’evoluzione di quest’ultimo fine sembra in grado di svelare quell’inconscio sopito, che permette di innescare una sorta di palingenesi i cui benefici giungeranno naturalmente alla società civile, la quale, anche se non potrà conoscere le reali identità delle persone interessate – sostituite per ovvi motivi di protezione –, verosimilmente le accoglierà senza pregiudizio.

 

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