ANNI ZERO … DA COSTRUIRE

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Tempo addietro sono stati trattati in queste pagine virtuali, i decenni musicali degli anni ’80 così leggeri e spensierati ma anche malinconici; poi è stata la volta degli anni ’90 con la loro forza esplosiva, le sue contaminazioni e la voglia di esplorare nuovi territori. E così adesso mi trovo ad affrontare, come conseguenza, il decennio di questo nuovo millennio.

Gli anni zero.
Tuttavia voglio inquadrare meglio questo tempo a partire dalla cruda cronaca. Sono trascorsi appena vent’anni, dall’inizio del secolo, eppure la storia registra forti scosse. E non solo la storia. La Terra intera. Con profonde ferite, destinate ad influenzare i rapporti tra occidente ed oriente. Ferite portate a dividere il mondo ulteriormente in due. Sto parlando dell’attacco alle Torri Gemelle di New York. L’11 settembre 2001 ce lo ricorderemo per sempre, con un attacco in diretta TV. Qualcosa di sensazionale a cui non eravamo abituati ad assistere. Un attacco sconvolgente senza precedenti. Il terrorismo islamico all’attacco della nostra democrazia. Ed il mondo non sarà più lo stesso.

Assistiamo al più grande fallimento economico e finanziario nel 2007/2008, con il crollo della Lehman Brothers, banca storica americana, che getta sul lastrico, non solo l’economia locale ma anche quella mondiale con una bancarotta di miliardi di dollari.
Da ricordare la peggiore catastrofe naturale mai avvenuta per causa dei cambiamenti climatici, lo tsunami dell’Oceano Indiano nel 2004, che in un attimo porta via oltre duecentomila vite umane.
In Europa diamo il saluto alla nuova valuta, l’Euro e qui da noi mandiamo in soffitta la vecchia Lira. Sarà un cambio epocale e ancora oggi, molti non si sono abituati e minacciano un ritorno al vecchio sistema monetario.

Ed in campo musicale cosa avviene?
Assistiamo in modo sempre più diffuso ad un nuovo modo di fruire la musica. Nascono piattaforme online che rendono l’ascolto della musica molto più facile. La musica si scarica. Il download non conosce freni. Il consumo diventa sempre più veloce. Le produzioni musicali sono sempre più massicce, le uscite discografiche sono infinite, le autoproduzioni non si limitano.

E cosa rimane? A distanza di vent’anni, quel decennio non così distante, cosa ha lasciato?
Non lo so, ad essere onesto. Certamente non dei capolavori, delle pietre miliari che lasciano gridare al mai sentito. Certo mi si potrà dire che sono snobbish, che me la posso tirare e che sono stato abituato fin troppo bene ad altri ascolti. Certo! Rispondo. Sempre in attesa di qualcosa di deviante, di nuovo, che possa allargare gli orizzonti di ascolto. Non posso allo stesso modo nascondere che dei colpi di fulmine li ho vissuti, che certi amori sono stati più duraturi, esaltandomi ed entusiasmandomi. Ma forse, per me over 50, abituato a Bowie, Rolling Stones, Beatles, Led Zeppelin, Clash, Nirvana, il giudizio diventa troppo critico. Insomma l’innocenza perduta.
Il bello della vita però è continuare ad andare avanti e guardare con gli occhi dello stupore, per quanto possibile. Ed accogliere il nuovo, a ricevere ciò che è diverso da ciò che finora ha rappresentato il mio ascolto. Potrei definire gli anni zero, sotto questo profilo, degli anni liquidi. E quindi sono pronto a snocciolare i miei, anche se non si dice più, album o LP preferiti.

Regno Unito e Stati Uniti sono sempre i punti di riferimento geografico da prendere in considerazione.

Parto dalla prima area, the U.K., ove il rock si muove bene tra le pieghe del pop. Diversi sono i gruppi emergenti che si mettono in mostra con suoni piacevoli, ascoltabili, ispirati in modo forte da altri gruppi che hanno calcato la scelta in precedenza. Ed è così che muovono i primi passi band che rispondono al nome di Kasabian, Kaiser Chiefs, The Fratellis, Libertines, Muse, Coldplay.

Arctic Monkeys con Whatever people say I am, that's what I'm not

Arctic Monkeys con Whatever people say I am, that’s what I’m not. come non amare una band che mette questo titolo al proprio album?

Su tutti a me colpiscono e piacciono gli Arctic Monkeys con Whatever people say I am, that’s what I’m not. Un disco brillante, con suoni incalzanti. Energico, esplosivo, orecchiabile, grande ritmo. Tutto ciò da vita a 13 brani vivaci e brevi. Chi presiede dietro gli Arctic Monkeys sono 4 ragazzi, all’epoca non ancora ventenni. Il che li rende ancora più simpatici e valorosi. Il disco, quando esce fa letteralmente il botto. E questo anche grazie alla rete e al passaparola. Per me la miglior band della scena inglese.

I FRANZ FERDINAND E IL LORO OMONIMO ALBUM.

I FRANZ FERDINAND E IL LORO OMONIMO ALBUM.

A seguire cito i Franz Ferdinand con il disco omonimo. Il disco indie per eccellenza. Con esplicite influenze che trovano radici nei Talking Heads e nei Gang of 4. Musica trascinante e da ballo. L’ascolto risulta, anche se un po’ già sentito, piacevole. Mai noioso. Undici tracce in circa 40′, come a dire che qualcosa di veloce ed essenziale si muove. Un debutto da successo mondiale trainato da hit irresistibili. Ritmi esuberanti, cambi improvvisi di tempo e ritornelli facili.

Insieme a questi due esordi accattivanti, non posso fare a meno di citare l’uscita verso la fine di questo decennio, un terzo esordio, forse più in sordina ma decisamente morbido e avvolgente. Si tratta degli XX con il loro disco omonimo. Un uscita notevole.  Annoverati tra la scena del mondo indie, il loro suono, fortemente improntato all’elettronica, sebbene ci sia l’uso del basso e della chitarra, produce chiare visioni notturne. Da sogno. Un pop seducente, atmosfere avvolgenti. Da viaggio.

AMY WINEHOUSE, FRANK.

AMY WINEHOUSE, FRANK.

Il quarto album va a ricordo (ed è purtroppo il caso di dirlo !) di Amy Winehouse. Facile sarebbe dire il disco che l’ha resa celebre in tutto il pianeta con la resurrezione dei suoni black da anni ’60. Con una personalità ed una sofferenza strabordante, la sua nomea precedeva sempre e di gran lunga le sue canzoni. Ma a me piace sottolineare il suo primo disco. Frank. Con una voce, che appare subito dal primo ascolto, fuori dal comune. Una voce sensuale. Un disco che rimane influenzato da tracce jazz e rap. Canzoni che sono già indice di una personalità spiccata. Questo disco fa da apripista al suo secondo disco che la rivelerà al mondo intero, con tutte le sue debolezze. Peccato. Peccato davvero. Dovevo vederla in concerto a Lucca.

Sempre dal Regno Unito e concludo cito un disco di un gruppo che è già navigato, nonostante gli anni. Non posso non citare KID A dei Radiohead. Ancora una volta il gruppo esce fuori con un disco totalmente spiazzante. Un disco unico. Originale. Suoni minimali dall’impatto ipnotizzante. Le chitarre sono pressochè scomparse, la batteria elettronica è quasi dominante e la voce assume nuove forme. Si tratta di un ulteriore sterzata del gruppo di Oxford, che già con il disco precedente aveva sorpreso, e non poco. Sperimentazione di nuove sonorità, disorientamento per le orecchie. Sembra quasi che il progressive abbia una nuova vita. 

ARCADE FIRE, FUNERAL. Per un meraviglioso inizio.

ARCADE FIRE, FUNERAL. Per un meraviglioso inizio.

Oltreoceano il disco più originale all’uscita è ancora una volta un disco d’esordio. Arriva dal Canada. Il gruppo si chiama Arcade Fire con un titolo che è tutto un programma, Funeral. Difatti i componenti del gruppo prima di registrare furono colpiti da lutti in famiglia. Band guidata da una coppia, nella musica e nella vita, dotata di carisma e personalità. Un disco fresco e ricco. Un piccolo capolavoro. Canzoni dotate di melodia con improvvisi cambi di ritmo. Canzoni che sembrano talvolta delle piccole sinfonie. Canzoni che non risultano facili al primo ascolto ma che conquistano con il passare del tempo. Infatti più passa il tempo e più apprezzo questo disco.

Negli Stati Uniti, in ambito rock, segnalo la comparsa di band quali i Killers, Nationals, Tv on the Radio, Black Mountain, Wilco, Fleet Foxes, Queens of the Stone Age, Yeah Yeah Yeahs, Interpol.Una scena particolarmente attiva. Due sono i gruppi che mi catturano.

Il primo si chiama White Stripes con il loro White Blood Cells. Si tratta di un duo. All’epoca coppia nella vita e sul palco. Si distinguono per il loro look bianco e rosso. Chitarra e batteria. Mettono insieme una bella grinta. Quello che va in scena è un blues innervato di vitalità, che proviene dal rock, dal folk e dal pop. Canzoni veloci, brevi e vivaci. Questo album prepara il terreno a quello successivo, dove si metteranno in luce con una canzone tormentone da curva calcistica. Noi italiani lo ricordiamo bene poiché nel 2006 vincemmo il mondiale di calcio a Berlino.

THE STROKES , IS THIS IT? Yess it is!

THE STROKES , IS THIS IT? Yess it is!

La seconda , riguarda gli Strokes con Is This It ? Altro bel disco d’esordio. Un bel suono pop e anche punk-pop. Chiare influenze dei Velvet Underground e degli Stooges, quindi di Lou Reed e Iggy Pop. Musica d’impatto con suoni che non possono risultare nuovi ma passano come accattivanti. Canzoni dirette, decise e senza orpelli.

In questi anni vorrei ricordare ancora un po’ di cose di quanto avviene sul suolo americano. Non pongo questi dischi nel novero degli 11 ma giusto per registrare cosa succede con le contaminazioni e le influenze. Tutto ciò da vita a gruppi quali Linkin Park e Limp Bizkit, a dimostrazione che il rock fa incontri felici con il rap, con l’hip-hop, il metal ed il funky con testi graffianti ed incisivi.
Anche Johnny Cash non è da meno. Con la sua voce cruda personalizza canzoni fuori dal suo repertorio facendo proprie canzoni dei Beatles, dei Depeche Mode, dei Nine Inch Nails.
E poi Eddie Vedder che cura la colonna sonora di Into the Wild, dando vita a delle canzoni splendide, malinconiche, amare. Autentiche ballate.
Credo valga la pena segnalare una voce che è fuori dal coro. E’ quella di colei che oggi si chiama Anohni, nata Antony Hegarty in Inghilterra e naturalizzata USA con il progetto Antony and the Johnson. Una voce celestiale, sofferente, capace di evoluzioni straordinarie. Anche la musica Black propone artisti di gran spessore. Missy Elliott, Kanye West, Jay-z. Seguo con una certa attenzione, ma non troppa. Piacciono gli Outkast.

THE ROOTS, con Phrenology ci sono entrati in testa.

THE ROOTS, con Phrenology ci sono entrati in testa.

Ma la scelta cade sui Roots con Phrenology. Probabilmente, anzi certamente perchè è quella che più si avvicina e contamina al rock. Qui possiamo trovare di tutto. Tanti generi e tante influenze confluiscono nell’hip-hop. Può non risultare facile all’ascolto ma merita.

Il penultimo disco che segnalo è quello omonimo dei LCD SoundSystem. L’elettronica che prende il volo. L’elettronica che si scopre rock. I Kraftwerk e Brian Eno arrivano con le loro influenze. E come non potrebbe essere il contrario. Il rock che si tinge da elettrodance. Il titolo d’apertura del disco è il biglietto d’ingresso, Daft Punk is paying in my house.

Infine il disco degli Animal Collective con Merryweather Post Pavillion. Un disco che è un autentico viaggio. Suoni brevi ripetuti continuamente, voci che si intrecciano, fantasie acustiche ed elettroniche che si incontrano. Al primo ascolto, e forse non solo al primo, tutto ciò risulta straniante. Psichedelia con cantilene, realtà surreali, canzoni da sogno, forse deliranti. Sembra un Brian Wilson rivisitato.

Insomma questi primi anni del nuovo millennio hanno offerto certamente tanta musica. Tuttavia il mio pensiero rimane sospeso. Forse per me, presuntuoso, questa musica può risultare già ascoltata e vissuta. Chissà se avessi 20-30 anni di meno come reagirei dinanzi a ciò? Ad ogni modo il tempo e la storia potranno rispondere al mio modo di vivere e vedere la musica.

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