Moschetto e shakò – Nella bella fattoria

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«In avanti, in avanti!».
Il sergente fece eco alle parole di Chevallier. La compagnia marciava in quell’estate polverosa con una guerra che era sempre lì lì per finire ma che poi non terminava mai.
Fra i fantaccini in marcia, c’era Saturnino che poggiava un piede dopo l’altro e sospirava. Gli veniva in mente di cantare una filastrocca, ma non lo faceva, non era un bambino.
Chevallier, dall’alto del suo destriero, si irrigidì e indicò da una parte. «Cosa succede di là?».
Nessuno gli seppe rispondere. Saturnino, per quel poco che poté vedere, intravide una voluta di fumo che non aveva l’aspetto di un fuoco di caminetto anche perché non era il periodo di tenerli accesi.
«Potrei mandare una pattuglia, signor capitano».
«Ottima idea, sergente. Per il momento fermiamoci».
La compagnia si pietrificò e tutti poterono sedere per terra. Ci fu chi si dedicò alla pipa e chi a bere dalla borraccia, Saturnino si limitò a tergersi la fronte del sudore dopo essersi tolto lo shakò.
Il sergente scelse quattro uomini fra cui Aristide Fulminati e insieme procedettero.
Saturnino fu contento della cosa, almeno poteva rilassarsi e stare un po’ per conto suo senza pensare alla guerra.
Era il 1809 e la Grande Armata aveva appena trionfato a Wagram. Tutto merito della colonna mostruosa di MacDonald, ma ciononostante la guerra non si concludeva mai, il trattato di pace era sempre rimandato a domani e poi a domani.
Saturnino scosse la testa. Sapeva che l’imperatore era per metà italiano, ma aveva sperato che avesse preso dall’italianità il meglio e non l’idea di rimandare sempre le cose. Cosa gli giovava a continuare quel conflitto? La Francia non aveva già avuto abbastanza morti?
«Signor capitano».
Si voltò a guardare, Saturnino, e represse uno sbuffo. Il sergente era appena tornato, eppure gli era parso che quel momento di pausa fosse durato pochissimo.
«Sergente…». Il capitano non era sceso da cavallo.
«C’è una fattoria… gli austriaci la stanno saccheggiando…».
«Quanti sono?».
«Una compagnia, signor capitano».
«Sono sbandati o truppe ancora agli ordini degli ufficiali».
«Ho visto qualcuno che li comandava, avevano galloni e mostrine, ma li lasciano un po’ andare… stavano mettendo al sacco la fattoria».
Gli occhi del capitano brillarono. «Andiamo a dargli una lezione».
Il sergente annuì e passò e richiamare l’intera truppa.
Saturnino sbuffò e si rimise in piedi.
«Patrizi…».
«Che vuoi, Aristide?». Saturnino guardò il commilitone.
«Sei troppo pigro» rise. «Guarda che fra poco si combatte».
«Sì, sì…».
La compagnia si rimise in marcia e dopo aver superato coltivazioni e prati, gli italiani giunsero in vista della fattoria.
A Saturnino parve fatta di marzapane, ma non c’era nessuna strega né tanto meno Hansel e Gretel. C’erano solo gli austriaci che la stavano mettendo a ferro e a fuoco e poco distanti da quello spettacolo c’erano una famiglia di contadini. Tutti piangevano, chi per il dolore chi per la paura.
«Noi della Grande Armata dobbiamo esportare i valori della Rivoluzione in tutta Europa e questo spettacolo è degno dell’Ancien Regime… All’attacco, fantaccini, all’attacco!». Il capitano si era arrabbiato.
Avevano già le baionette innestate sulle canne dei Charleville e quella compagnia da unità militare diventò una muta di mastini. Gridando urla di guerra, piombarono sugli austriaci.
Saturnino si ritrovò davanti a un austriaco che stringeva nelle mani delle galline per il collo. A Saturnino bastò fare un affondo con la baionetta e gli dilaniò lo stomaco, poi passò oltre.
C’erano due austriaci che stavano portando via una cassapanca con su dei disegni intagliati. Non doveva essere di lusso, però era bella e doveva essere un buon bottino. Allora Saturnino ferì il primo e dopo si diresse verso il secondo. Quest’ultimo si trattava di un sottufficiale che mise mano alla sciabola e deviò l’affondo della baionetta, così Saturnino spinse in avanti il Charleville fino a trafiggergli una coscia.
L’austriaco che Saturnino aveva ferito un attimo prima si tamponò il braccio e poi gli andò incontro spintonandolo con tutto il suo peso.
Saturnino cadde indietro e sollevò il moschetto. Senza volerlo, infilzò quell’austriaco all’addome e questi sputò sangue.
Non era soddisfatto di quello spargimento di sangue, ma non ci poté fare nulla. Si sollevò in piedi appena in tempo che il sottufficiale ripartì all’assalto e Saturnino reagì facendogli cadere la sciabola con un fendente di moschetto. Questi cercò di recuperarla, ma Saturnino gli picchiò il calcio del Charleville sulla schiena abbattendolo in terra. Lo finì spingendo la baionetta nella nuca.
Il sangue continuò a scorrere e gli ufficiali austriaci, spaventati da quell’intervento così decisivo, richiamarono le truppe e alla spicciolata fuggirono via.
Rimase la fattoria con i morti, mentre i contadini fissavano con sospetto gli italiani.
«Saccheggiamola, saccheggiamola noi!». Aristide era febbricitante di cupidigia.
«Cosa? Ma… no…» protestò Saturnino in tono debole.
Nessuno gli diede retta e i fantaccini si scatenarono arraffando ogni cosa di valore di quella fattoria e distruggendo quel che era inutile.
«Aspettate… un momento…» provò a dire Saturnino, ma nessuno lo ascoltò.
Poco distanti, i contadini erano ancora in lacrime e osservavano gli uomini in blu con odio.
Saturnino andò da Chevallier. «Signor capitano, non è possibile comportarsi così!».
Si scrollò nelle spalle dall’alto del destriero. «Devono pur sfogarsi su qualcuno» rise. «Vabbe’, sembra di essere durante la Guerra dei Trent’anni, ma poco importa». Se ne andò via.
Il saccheggio continuò e Saturnino si offese al vedere Aristide prendervi parte: stava razziando il pollaio e poco più in là altri fantaccini avevano acceso un fuoco perché volevano cucinare il pollame. Ma non solo loro: pure il sergente rideva mentre trincava da un fiasco di vino; adesso era ancora più rosso in faccia.
Gli sarebbe piaciuto declamare quella filastrocca per bambini perché forse solo essendo un bambino si sarebbe salvato dal biasimo degli ufficiali superiori a Chevallier.
Cantò “Nella bella fattoria”.

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Chi lo ha scritto

Kenji Albani

Kenji Albani è nato il 13 novembre 1990 a Varese (è italiano, nonostante il nome giapponese). Nel 2008 il suo racconto “Visite dall’aldilà” è stato segnalato al concorso indetto dalla Giulio Perrone Editore. Nel 2018 si è diplomato sceneggiatore di fumetti alla Scuola del Fumetto di Milano, nel 2020 si è laureato in scienze della comunicazione all’Università degli Studi dell’Insubria e sempre nel 2020 è arrivato finalista al concorso “Pergamene stellari” indetto dall’associazione culturale Yavin4 con il racconto “Un dinosauro tra quanta confusione”. Dal 2018 pubblica ebook con Delos Digital tra i quali l’antologia da lui curata “Dark Graffiti” e il saggio sulla Guerra Iran-Iraq “La primissima guerra del Golfo”. Nella primavera del 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo, “1572”, con “L’Undicesimo Libro”. Solitamente pubblica racconti brevi su Wattpad, Inksection, Edizioni Open, L’Undici, Braku, IlMioLibro, L’Infernale, Racconticon e Writers Magazine Italia. Lavora come sceneggiatore di fumetti per Ilmiofumetto.it e articolista per Leggimela.

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