Il figlio di Annina (omaggio a Giorgio Caproni).

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Lasciate che io vi parli di poesia, o meglio, di una raccolta poetica che mi ha dato la vertigine, e spero possa capitare anche a voi. Dovreste immaginare chi scrive alle prese con i piccoli e grandi dolori della vita, allorché affacciatasi da poco all’età della lettura ne ha scoperto il potere consolatorio. Ecco quindi che d’improvviso sono piccola, sui dieci, undici anni, seduta su una scala amena confinante con una vecchia soffitta. Per una sorta di tacito accordo che hanno i nipoti coi nonni, ho il permesso di armeggiare col baule dei libri di mio padre, di quando lui era al liceo. M’imbatto quindi in una raccolta di poesie dal titolo “Il seme del piangere” di Giorgio Caproni, nell’edizione Garzanti del 1959. In effetti, quel volume è antico, anche se ben conservato. E mi sovviene qualcosa a proposito di un certo regalo di compleanno che qualcuno fece al mio brillante genitore, per il suo diciassettesimo anno di vita. C’è anche una dedica, scarabocchi che io non capisco. Quindi m’immergo nella lettura, sentendo parlare in maniera soave di una donna detta Annina, che in principio io penso sia una figlia morta, no, anzi, una fidanzata. Poi però, scorrendo le pagine, mi rendo conto che invece il poeta parla alla madre, ormai defunta, quasi avesse il potere con le sue parole di riportarla in vita, anzi, volesse darle una seconda opportunità, in quanto donna e non soltanto mamma, femmina giovane e attraente.  

Facciamo quindi un altro sforzo, un esercizio d’immersione, perché in quelle righe nel frattempo succedono cose. Il poeta intima alla sua anima di andare a Livorno, la città natale, in cerca di lei. Ed ecco che io, su quelle scale e nel silenzio, riesco a figurarmi la potenza dell’intento, profondo, tanto da squarciare la coscienza. Mi cullo nell’idea che attraverso quei versi ci sia un’altra dimensione che possa portare in vita i morti. Un po’ come quando ci lascia qualcuno di estremamente caro, che però non vive con noi, e ci illudiamo che sia ancora là, in quella dimora immota dove lo avevamo lasciato. Dove di solito stava.

PREGHIERA 

Anima mia, leggera
va’ a Livorno, ti prego.
E con la tua candela
Timida, di nottetempo
fa’ un giro; e, se n’hai il tempo,
perlustra e scruta, e scrivi
se per caso Anna Picchi
è ancora viva tra i vivi. 

La madre è una sarta, e nella descrizione del lavoro di lei, o meglio, di lei che si reca al lavoro, ci vedo da sempre un inno alla laboriosità, a quella possibilità di emanciparsi che hanno le donne, in quanto non sono soltanto mogli e madri. Un po’ come la Silvia di Leopardi, Anna Picchi, la madre di Caproni, morta nel 1950 per una ferale malattia, è una musa ispiratrice, però brilla di luce propria.

L’USCITA MATTUTINA 

Come scendeva fina
e giovane le scale Annina!
Mordendosi la catenina
d’oro usciva via
lasciando nel buio una scia
di cipria, che non finiva. 

L’ora era di mattina
presto ancora albina.
Ma come s’illuminava
la strada dove lei passava! 

Un canzoniere di amore filiale, questo sono quei versi; però io lì, bambina, al limitare di quella soffitta, ancora non lo so. Vengo attratta dall’efficacia delle parole, dalla loro musicalità in rima, da quelli che in gergo poetico sono detti enjambements, ovvero la rottura della coesione nei versi, che continuano nella riga successiva. D’altra parte, già sento che mentre Ungaretti e Montale (che pure adoro!) si rivolgono a un pubblico elitario, la poesia di Caproni è popolare, più semplice e diretta al cuore di tutti.

E questa donna, Anna Picchi, Annina, non è solo amata da un figlio devoto, è da lui ammirata.

LA GENTE SE L’ADDITAVA  

Non c’era in tutta Livorno
un’altra di lei più brava
in bianco, o in orlo a giorno.
La gente se l’additava
vedendola, e se si voltava
anche lei a salutare,
il petto le si gonfiava
timido, e le si riabbassava,
quieto nel suo tumultuare
come il sospiro del mare. 

Per questo Giorgio Caproni provvede a renderla immortale! Sempre su quella scala angusta, fredda di spifferi e col libro in mano, la me piccola pensa che di solito siano i genitori ad augurarsi buoni propositi per i figli, qui invece avviene il contrario, con infinita dolcezza.

PER LEI 

Per lei voglio rime chiare,
usuali: in -are.
Rime magari vietate,
ma aperte: ventilate.
Rime coi suoni fini
(di mare) dei suoi orecchini.
O che abbiano, coralline,
le tinte delle sue collanine.
Rime che a distanza
(Annina era così schietta)
conservino l’eleganza
povera, ma altrettanto netta.
Rime che non siano labili,
anche se orecchiabili.
Rime non crepuscolari,
ma verdi, elementari.

Adesso so che questi versi vogliono essere una personale elaborazione del lutto; un senso di colpa ancestrale nei confronti di quella madre, accresciuto dall’angoscia di una perdita senza rimedio.  Quasi Caproni fosse ossessionato dalla reversibilità di una storia circolare. Ma ai tempi, capite bene che c’era soltanto una bambina che ha goduto della musicalità di questi versi, della commozione. Nemmeno mi sono resa conto dell’ineluttabile presa di coscienza a cui il poeta riserva l’ultima parte.

EPILOGO  

Annina è nella tomba.
Annina, ormai, è un’ombra.
E chi potrà più appoggiare
l’orecchio al suo petto, e ascoltare
come una volta il cuore,
timido, tumultuare?

IL SEME DEL PIANGERE  

La mamma-più-bella-del-mondo
Non c’era più – era via.
Via la ragazza fina,
d’ingegno e di fantasia. 

Il vento popolare
veniva ancora dal mare
Ma ormai chi si voltava
Più a guardarla passare?

Il mio piccolo omaggio a quel poeta livornese che tanti anni fa mi ha cambiato la vita, termina qui. Peccato che questa edizione sia adesso fuori commercio o rintracciabile solo presso privati a prezzi esorbitanti. Per leggere le poesie di Caproni dedicate alla madre dobbiamo ricorrere alla sua intera opera, per esempio “Tutte le poesie” sempre in edizione Garzanti. Oppure le troviamo in internet, spesso riportate. Vi basti sapere che esistono liriche che un figlio ha dedicato alla madre, immortalando la sua essenza di donna. Quel miracolo di sensualità e seduzione che ogni mamma rappresenta nell’immaginario collettivo di chi la vita l’ha ancora tutta davanti. E poi, il poeta invecchiato e ormai stanco di cercare, che rompe il tormento.

Dille chi ti ha mandato:
suo figlio, il suo fidanzato.
D’altro non ti richiedo.
Poi, va’ pure in congedo.

Ancora oggi sorrido, quando penso di non essermi sbagliata. Grande è lo schianto, per una pena che non è mai passata.

A Giorgio Caproni, nato a Livorno il 7 gennaio 1912, morto a Roma il 22 gennaio 1990. Il figlio di Annina.

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