Il concorso

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Alle sette di mattina Piazza Università era già gremita di gente, un’umanità varia per età e per aspetto affollava ogni angolo libero del grande quadrato: c’era chi parlottava col vicino, chi scorreva nervosamente lo schermo del proprio cellulare, chi semplicemente si guardava attorno con un’espressione a metà tra l’ansiogeno e il compassato. Una cosa era certa, nessuna delle trecento anime lì convenute si sarebbe mai aspettata che già così presto ci fosse quella bolgia infernale e, come spesso succede, ognuno doveva aver sottovalutato lo spirito di sacrificio altrui e doveva essersi convinto ingenuamente che la ‘levataccia mattutina’ gli avrebbe conquistato chissà quale privilegio, quando finalmente avrebbero permesso ai candidati di entrare e di disporsi ordinatamente – si fa per dire – sulle tastiere dei pc schierati per l’evento.

Eg-ZGxtWkAAXpZgSì, perché avere la possibilità di accedere a un concorso nella pubblica amministrazione mica era cosa di tutti i giorni, un’occasione del genere potevi anche non riacchiapparla mai più; d’altronde dall’ultimo erano passati ben dieci anni e ciò voleva dire che gli esclusi si erano ormai rassegnati da un pezzo, mentre anche gli ultimi dei prescelti avevano potuto coltivare speranze decennali, lavorando in nero presso qualche studio locale e sperando fino all’ultimo nell’arrivo della grande chiamata. Perché i concorsi sono come i ‘treni’, non conviene mai lasciarne passare uno senza neanche dargli un’occhiata, senza vedere se è possibile salirci sopra e trovarci qualcosa di buono.

Il padre di Anna di senso pratico ne aveva da vendere e quella tiritera l’aveva ripetuta praticamente a tutti dopo il diploma: figli, parenti e conoscenti vari. Lui che lavorava nella pubblica amministrazione da trent’anni – il che sembrava dargli sempre voce in capitolo in un discorso in cui comparissero diploma, futuro e nuove generazioni – nel bene o nel male con lo stipendio ci aveva campato la famiglia, aveva fatto studiare i figli e con gli extra ci aveva pagato anche le vacanze al mare (e che il mare a Catania fosse praticamente gratuito era solo un ‘piccolo particolare’). Comunque, in città, in provincia e forse anche più in là, di padri come quello di Anna dovevano essercene un bel po’ se la piazza era gremita almeno un’ora e mezzo prima dell’inizio della prova. Anna si era svegliata presto quella mattina, anzi si può dire che non si era quasi addormentata se non a intervalli irregolari, gli esami le avevano sempre messo una grande agitazione dentro, fin dal tempo delle elementari, quando di tanto in tanto la maestra le comunicava all’improvviso che ‘proprio lei’ avrebbe avuto il ‘privilegio’ di rappresentare la sua classe alle olimpiadi di matematica (e Anna si era sempre chiesta come non fosse venuto in mente a quella brava donna che di quel ‘privilegio’ lei non sapeva proprio che farsene, se ciò voleva dire sudare freddo davanti a quegli stessi numeri che abitualmente le riuscivano così bene).

coffee-pot-maker-percolator-italian-octagon-octa-silver-aluminiumEra uscita di casa che era ancora buio, evitando appositamente di incrociare suo padre, ché un altro sorrisetto di incoraggiamento non lo avrebbe sopportato, non quella mattina e non con quella bile in bocca. Sì perché a lei quel concorso proprio non andava giù e non per la competizione in sé, né per le possibilità – che riteneva alquanto esigue – di riuscire a farsi largo tra secchioni raccomandati e ‘so tutto io’, era proprio quel peso di dover portare a casa un risultato imposto dalle circostanze, l’impossibilità di tirarsi fuori da quel gioco in cui tutto quello che ci si aspettava da lei era già deciso. Parlarne a suo padre sarebbe stato inutile, se ne sarebbe venuto fuori con i soliti “ma vivi sulla luna?”, “svegliati!”, “guarda che è tempo di scendere sulla Terra e imparare a camparti da sola”. D’altronde, in venticinque anni, nessuno le aveva chiesto di fare per forza qualcosa, non ce n’era mai stato bisogno, lo aveva sempre capito da sola quando rimboccarsi le maniche e cercare di restituire in responsabilità tutto quello che le era stato dato in termini di possibilità.

“I sogni non servono, dopo i primi diciotto anni di vita non servono più!”, la fatidica frase di suo padre continuava a rimbombarle nella testa da quando, qualche anno prima, gliela aveva improvvisamente gettata lì, senza alcuno sconto, tra un tramezzino al tonno e un aperitivo alcolico vagamente annacquato. Era la festa del diploma e, solo al momento del conto, Anna aveva capito di aver esagerato più di un po’, tra invitati, palloncini e spese varie. Suo padre l’aveva guardata di sfuggita e poi con quella sola frase l’aveva riportata sulla terra, rinfrescandole di botto la memoria su cosa potevano permettersi e cosa no; quindi aveva pagato il tizio del locale, era uscito dalla sala e non ne aveva fatto parola mai più. Ma lei era rimasta sospesa a mezz’aria, proprio come quei palloncini colorati da bambina che continuavano a svolazzarle intorno e che, tutt’a un tratto, le sembravano non entrarci più nulla con chi adesso rivendicava al mondo degli adulti ben oltre che qualche considerazione in più. Da quel giorno si era ripromessa che non sarebbe accaduto di nuovo e infatti con le mani in mano non era mai stata: aveva fatto tanti lavori, tutti rigorosamente in nero s’intende, ma le erano bastati per non far pesare troppo le tasse universitarie sulle tasche della famiglia. Già… l’università, anche in quel caso il senso pratico di suo padre aveva pesato più di un po’, quando lei aveva timidamente proposto l’Accademia delle Belle Arti, il pollo al forno che c’era per pranzo per poco non gli era andato di traverso, poi erano iniziati i soliti discorsi del perché non ingegneria o medicina, qualcosa di concreto insomma, che ci andava a fare a un’università per liberi sognatori? Assolutamente inutile, come inutile era pensare all’arte che non ti permette mai di mangiare abbastanza! Che poi… vivessi almeno in un altro paese, ma qui dove siamo noi? Perché non ci devi credere alla bella storia che ognuno fa quello che vuole o che si sente di fare, ognuno fa quello che deve, per continuare a sopravvivere; senso pratico e mani in tasca dunque, ché i soldi non te li regala nessuno. La Laurea in Lettere era sembrato il compromesso più concreto tra tutti quelli che stavano in mezzo tra l’Accademia e Ingegneria. Quegli anni erano volati in fretta, ma anche la laurea non aveva cambiato un granché, aveva iniziato con le ripetizioni, insegnato in qualche scuola paritaria (che almeno ti pagano i contributi!) ma poi aveva continuato a lavorare al bar da Salvo, l’unico che le desse almeno un mensile decente. Così era riuscita a pagarsi qualche corso di aggiornamento in restauro, qualche laboratorio di studio ed era anche stata in grado di sognare – talvolta – che magari un giorno quello sarebbe diventato il suo vero lavoro.

Poi, due mesi prima, suo padre era tornato a casa tutto contento con tanto di bando e fotocopie già in mano, l’aveva guardata e le aveva detto che questa era una buona occasione, che a un posto sicuro non si dice mai di no, e poi con la laurea avrebbe anche potuto fare carriera, mica come lui che a stento era arrivato a prendere il geometra serale. Insomma, tasse pagate, tutto deciso e ora eccoci qua.

La piazza così piena faceva paura. Le selezioni erano iniziate a ritmi serrati già da una settimana e le notizie che arrivavano non erano certo confortanti: i più preparati erano riusciti al massimo a finire anche le ultime domande ma senza poterci pensare su più di tanto, mentre i più sfortunati parlavano di guasti iniziali, di pc inceppati, di confusione e panico e infine di tempo irrimediabilmente scaduto. Sessanta minuti per sessanta domande, le solite follie dei concorsi pubblici, come dire… non ti presentare e mettici una pietra sopra! Eppure, quella pietra sopra non ce l’aveva messa nessuno e, a fronte di mille posti disponibili, più di ventimila candidati si erano presentati da varie parti d’Italia, con buona pace della questione meridionale, forse ormai allargatasi a questione nazionale.

Improvvisamente le porte si aprirono e la folla cominciò a muoversi come risvegliata da un insolito torpore. Tre tizi alti e magri si sistemarono davanti all’ingresso con tanto di cappello, cartellino e scartoffie varie alla mano, iniziava ‘l’arruolamento’ alla prova preliminare. I primi della fila si fecero subito avanti, quasi incapaci di contenere un sorrisino di goduria per il fatto di essere ammessi per primi all’ingresso e alla schedatura. Anna invece non si affrettava affatto, avrebbe potuto sgattaiolare più avanti con fare portoghese, eppure se ne stava sulle sue mantenendo in maniera impeccabile la fila che si era scelta. Qualche volta si guardava un po’ in giro, quasi fosse alla ricerca di una faccia conosciuta o di qualcuno a cui rivolgere almeno temporaneamente la sua attenzione, ma si rassegnava subito e, per vincere l’ansia, pensava al mare. La fila che si era scelta virava verso il tizio più magro e impettito, quando se lo vide davanti Anna ebbe qualche tentennamento ma poi rovistò un attimo nella borsa e cacciò fuori documenti, tasse pagate, penna di servizio e in pochi minuti fu dentro anche lei.

concorso-computer_04L’aula era grandissima, piena di pc tutti accesi, tutti con la stessa espressione anonima di stand-by, più di metà delle postazioni disponibili erano già occupate e, neanche a dirlo, erano quelle più lontane dalle cattedre della commissione; sì perché la storia delle passeggiate e dei controlli andava bene per la prima mezz’ora, poi il caldo avrebbe fatto il resto e, tra un caffè appena portato dal bar accanto e un bicchiere d’acqua, magari si faceva in tempo per qualche suggerimento dell’ultimo minuto. Anna rimase per un attimo smarrita, poi un tipo riccio e biondo le indicò una postazione libera, proprio accanto a lui, e questo le parve insolitamente cortese, quasi un segno inaspettato di umanità in quel girone dantesco.

Era una di quelle giornate di luglio afose come poche, quelle che già alle otto di mattina preannunciano un tasso di umidità allucinante e un caldo difficile da sopportare sulle spalle. Appena la stanza fu piena, un senso di asfissia sembrò aleggiare nell’aria, quello proprio delle cose identiche e immutabili nel tempo. Il ragazzo riccio strizzò un occhio in direzione di Anna e lei istintivamente guardò dietro, non capendo bene il perché. Un tipo grassoccio e di media statura, canuto quanto basta per immaginarsi non so quali importanti meriti che gli consentissero quel ruolo, fece il suo discorso iniziale, si richiamò alla correttezza, all’onestà, all’importanza di onorare le istituzioni e altri bla bla bla, poi tutti cominciarono ad ascoltarlo sul serio quando cominciò a impartire le informazioni pratiche sul da farsi.

I pc si sarebbero accesi automaticamente, poi ognuno dei candidati avrebbe inserito le credenziali avute all’atto dell’iscrizione, quindi, dopo un minuto, sarebbe apparso sul desktop il test: sessanta domande in sessanta minuti, più quindici minuti iniziali per una prima lettura delle domande (durante i quali nessuno poteva però dare alcuna risposta). La barra di avanzamento sarebbe stata disattivata dopo quei quindici minuti, così di fatto nessuno avrebbe potuto dare un’occhiata alla domanda successiva. Tutte le domande sarebbero apparse in maniera casuale, seguendo algoritmi diversi per file vicine di candidati, in modo che a nessuno potesse venire in mente di suggerire o farsi suggerire, cosa che in ogni caso (e il tipo lo aveva rimarcato con un ghigno di soddisfazione) avrebbe comportato l’esclusione immediata dalla prova.

L’aria si era fatta pesante e non solo per il caldo di luglio, il livello di sudorazione dei candidati era aumentato a ognuna delle parole del presidente e ora aleggiava nell’aria come una nebbiolina acre e impercettibile. Poi venne dato il via alla prova e quel via venne a tradimento, più o meno come lo sparo della pistola nelle gare di atletica del liceo, quando all’ultimo momento ti accorgevi sempre di avere le scarpe da ginnastica slacciate. Quella che più di tutte parve presa alla sprovvista fu proprio Anna, forse la notte insonne, forse l’immagine di suo padre che non le si scollava dalla testa, ma le mani le erano diventate visibilmente sudate e il volto, a dispetto dell’abbronzatura di luglio, le si era dipinto di un insolito pallore invernale.

Però fu solo un attimo, subito dopo raccolse le forze, segnò correttamente nome utente e password, che aveva meticolosamente trascritto sull’agenda e sui documenti di iscrizione, e iniziò. La lettura le portò via meno tempo di quanto avesse creduto, tutto sommato poteva dirsi insolitamente rilassata dopo il primo sguardo, forse avrebbe pure potuto concludere tutto con risultati accettabili. I minuti volarono via rapidi tra letture, riletture, riflessioni più o meno coerenti, calcoli approntati su due piedi e appelli cocenti a logiche probabilistiche e proporzionali.

img_1513Cinquantotto minuti, ancora due disponibili, il sistema dava la possibilità di conoscere il risultato poco prima di inviare il questionario, a quel punto non sarebbe stato più possibile fare alcuna modifica, solo inviarlo, qualunque fosse l’esito raggiunto. Anna ispirò profondamente, poi premette su “chiudi il tuo test”.

Sessanta su sessanta! Non poteva essere! Anna sgranò gli occhi, quasi che potessero inglobare, in un unico sguardo, tutto lo schermo. Com’era possibile? Aveva totalizzato il massimo. Suo padre sarebbe stato al settimo cielo! Ripercorreva le singole risposte rapidamente, per essere certa che non ci fosse un errore, scorreva in alto e in basso il cursore, incapace di credere a tutto quel verde che si illuminava sotto i suoi occhi. Poi un senso improvviso di panico le diede un’ultima stretta allo stomaco e la decisione maturò nell’ultimo minuto che la separava dalla fine di tutto.

Il caldo si era fatto asfissiante e il sole si stagliava ormai alto nel cielo terso di Catania, la piazza si era svuotata e, quando la attraversò, Anna si sentì improvvisamente chiamare alle spalle.

-Anna, com’è andata?

Suo padre la guardava da dietro gli occhiali da sole, aveva la camicia sudata e lo sguardo stravolto, doveva aver perso l’autobus ed essere venuto a piedi da casa.

-Bene papà, ho totalizzato il massimo.

-Davvero? Sono proprio fiero di te! – le sorrise e il suo abbraccio soddisfatto l’avvolse completamente. Poi con calma quasi innaturale si tolse gli occhiali e rivolse lo sguardo lontano, oltre i tetti assolati delle case. Il sole era così forte che gli fece strizzare gli occhi e, ad Anna, a guardarlo così da vicino dopo tanto tempo, sembrò improvvisamente invecchiato.

-L’hai mai visitata? – le chiese inaspettatamente indicandole in lontananza la Collegiata – c’è un bellissimo crocefisso in legno, è un po’ provato dagli anni ma sono certo che ti piacerà, a te piacciono sempre questo genere di cose…e poi le chiese sono sempre fresche, anche a luglio.

Anna lo guardò con aria interrogativa, poi in silenzio si accodò al suo passo.

La chiesa era quasi vuota e una frescura inaspettata sembrò calarle d’improvviso in fondo all’anima, quasi a sedare in un solo istante l’arsura febbrile di quella giornata bruciata. Da quanto tempo non entrava in chiesa? Con suo padre poi! Se lo chiese con una strana e inaspettata commozione. Si sedettero al primo banco, l’uno accanto all’altro; il crocefisso era davvero bellissimo e Anna pensò che sarebbe bastato poco per restituirlo all’antico splendore, poi guardò negli occhi suo padre e per un attimo se lo ricordò ancora giovane e vestito a festa, nel giorno della sua prima comunione.

- Papà…

- Shhh… – la voce del padre era insolitamente calma e lo sguardo inaspettatamente incrociò il suo – lo so che non l’hai mandato, in fondo me lo aspettavo.

Nel silenzio, una mano scivolò sulla sua.

 

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Chi lo ha scritto

Ester Guglielmino

Si chiama Esterina Guglielmino e vive a Modica, sua cittadina di origine. Laureata in Lettere Classiche, da anni insegna lettere e latino ed è molto contenta di farlo. Ha sempre coltivato l’amore per la lettura, occupandosi di organizzare e mediare eventi letterari. Coltiva la passione per la danza, il teatro e la poesia. Scrive da sempre, senza pretese e solo per il piacere di farlo.

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