Specchio specchio delle mie brame, chi è la più pazza del reame?

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Quella mattina era di turno Leo. Fu lui a entrare per primo nella stanza di Marta; stesso silenzio di sempre, stesso odore di urina e stesso buio inquietante. Solo quando si voltò per uscire, fiducioso di poterla trovare nella sala comune, la vide.
Era dietro di lui, nell’angolo, addossata alla parete; stesso pallore di sempre, stesso sguardo vuoto e stesso atteggiamento rigido del corpo. Questa volta, però, non era sdraiata sul letto. Marta penzolava inerte dal controsoffitto, appesa alla griglia di aerazione.
Per impiccarsi aveva usato alcuni lacci emostatici legati assieme come fossero un cordone ombelicale, probabilmente, sottratti al laboratorio di analisi. Dopo la diagnosi di Leucemia mieloide cronica, infatti, l’oncologo le aveva prescritto frequenti prelievi del sangue.

Erano passate solo poche settimane dalla diagnosi, quando Marta aveva deciso di rinunciare per sempre a ciò che le restava: un corpo malato. Quel corpo che si era ostinata a scrutare per ore allo specchio durante le sedute terapeutiche e ogni qualvolta ne avesse avuta l’occasione, sperando, forse, di riuscire a vedere qualcosa al di là del visibile. La leucemia era solo l’ultimo tradimento di una lunga serie che aveva segnato l’esistenza di quella donna. La sua mente, infatti, un tempo così vivace e brillante, l’aveva tradita molti anni prima, e prima ancora, a tradirla era stato suo marito.
Un laconico biglietto sul comò testimoniava la lucida follia che albergava nella sua psiche:
Non avrei mai pensato che un “essere umano” così piccolo potesse creare una tragedia così grande
Marta

Marta era arrivata all’Ospedale psichiatrico giudiziario qualche mese prima, condannata all’ergastolo perché colpevole di omicidio, giudicata incapace di intendere e di volere. Aveva ucciso suo marito soffocandolo con una calza di nylon, confessando poi, il delitto, senza reticenza e senza aggiungere dettagli.

L’uomo era stato rinvenuto nudo nel suo letto, con la testa completamente rasata, le mani e i piedi legati assieme come una bestia da macello, il pube e l’inguine ornati in maniera paradossale da residui secchi di un’eiaculazione rachitica e un’espressione bovina in volto, resa ancora più grottesca da una patata putrescente incastrata nella bocca. Una busta con motivi natalizi spuntava tra le natiche; all’interno, l’immagine di un’ecografia mini-morfologica.
Dopo il suicidio di Marta, l’Istituto –per prassi consolidata- aveva coinvolto le forze di polizia e l’autorità giudiziaria, anche se non c’era nulla su cui indagare. Quando, infatti, le eventuali responsabilità della struttura psichiatrica vennero escluse, il fascicolo “Marta Berni” fu archiviato. Si trattava di un banale caso di suicidio. Una notizia in più per i giornali locali. Materiale per un pezzo di cronaca da inserire tra un articolo di politica e uno di calciomercato.
Naturalmente la polizia, in fase istruttoria, aveva sequestrato la registrazione audio degli incontri di Marta con i medici dell’Ospedale. Ne venne fuori una storia inquietante. Una storia di ordinaria follia.

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“Mi racconti la sua storia”.
“Posso avere il mio specchio… lo specchio, lo specchio… per favore”.
“Certamente”.
“Grazie… Sposai Remo molti anni fa. Felicità immensa. Fra tante donne aveva scelto me. Aveva scelto me, capisce?
(silenzio)
Specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?
(risolini nervosi)
I primi tempi furono sereni, seppur intrisi della sua freddezza emotiva e della sua bruciante carnalità. Lo avevo accettato così: arido di sentimenti e generoso di sperma, lo amavo. Lo amavo da impazzire. Che ironia…. da impazzire!
(lungo silenzio)
Remo era bello: fisico imponente, mente esuberante, sensualità e sesso invadenti. Era egocentrico, vanitoso e permaloso. Con gli amici amava definirsi “scopatore seriale”. Contrario alle emozioni e ai sentimenti… quante volte mi sono chiesta se prima di quella storia avesse mai provato qualcosa di profondo …”.
(sospiri affannosi)
“Quale storia, mi racconti… si tratta di una donna?”
“Sì”.
(silenzio)
Aveva una fissazione patologica per le donne.
Era il mese di maggio quando scoprii la sua esistenza… ricordo il profumo dei glicini in fiore. Rimasi sorpresa… forse non ero pronta per affrontare una cosa così “grande”. Remo, però, negò l’evidenza. Non ne volle sapere e dopo qualche tempo disse risoluto che il discorso, per lui, era chiuso. Aveva deciso di espellere in maniera definitiva quella storia dalla nostra vita. Aveva deciso per sé, per me e anche per LEI.
(gemiti strazianti)
LEI era stata diversa dalle altre… lo vedevo dai suoi occhi. Quegli occhi sempre così freddi e distanti, mai fissi nei miei, ma quella volta, quella volta… incomprensibilmente acquitrinosi… Avevo accettato tutte le sue donne, perché lo amavo… avevo accettato anche le puttane. Non potevo fingere su quella storia e non doveva farlo neppure lui”.
(lungo silenzio)
“Mi racconti, Marta, quale fu la sua reazione alla determinazione di Remo?”
“Crollai. Divenni anoressica, passai anni fra terapisti e psichiatri. Mi nutrii di pillole per un lunghissimo periodo, ma non cedetti mai, mai, mai. Restai lucida. Doveva pagare. Gli rimasi accanto e lui rimase accanto a me. Il senso di colpa si era insinuato come giudice permanente nella sua coscienza mettendo radici profonde. Era fottuto.
(ghigni inquietanti)
Da allora gli resi la vita impossibile.
Iniziai a fargli pesare le mie nevrosi fingendomi affetta da disturbo bipolare, confermato con diagnosi medica. Negli anni avevo maturato una certa esperienza e sapevo come ingannare marito e medici.
(risate ambigue)
Questo specchio, a cui confidavo dubbi e intenzioni, ha favorito la mia trasformazione riflettendo l’immagine di tutti i tormenti interiori che mi stavano consumando, galvanizzandomi. Escogitai episodi ipomaniacali e falsi tentativi di suicidio. Accumulai una discreta quantità di antipsicotici, neurolettici e benzodiazepine -farmaci che utilizzai solo nell’ultimo periodo per stordirlo.
Ero sicura che LEI lo avesse scosso nel profondo. Quella storia lo avrebbe fatto impazzire. Ci volle molto tempo, però, prima che quel coglione iniziasse a “ricordare” ciò che aveva fatto. Passarono vent’anni”.
(silenzio)
“Poi cosa successe?”
“La consapevolezza per quel tradimento divorò la sua mente, come una metastasi; non aveva più scampo. Fu l’inizio della fine.
(applausi e gridolini)
Dopo i cinquant’anni riaffiorò in lui il dolore per quella scelta perentoria. Comprese improvvisamente di avere perso per sempre –per bieco egoismo- la donna che cominciò a invocare ossessivamente farfugliando patetico “sei la parte migliore di me”.
La discesa verso il baratro fu rapidissima, complici la crisi di mezza età, l’abbandono dell’ultima amante, i medicinali che gli somministravo da mesi e la percezione di non essere immortale… gli fu diagnosticato un cancro alla prostata.
(ghigni di soddisfazione)
Fu ricoverato nella stanza n. 6 di un Istituto per malattie mentali. 6 come “sei la parte migliore di me”! Lo “scopatore seriale” in camicia di forza. Se lo immagina? Che idiota… pensava che la pazza fossi io. Io capisce? Io la pazza…
(aritmia vocale)
E poi, poi… poi continuava a parlare di “LEI”… era insopportabile.
“LEI”, “LEI”, “LEI” perché “LEI”? Quando il suo nome, se davvero fosse stata una femmina, sarebbe stato Beatrice?
Beatrice, la sua parte migliore, una donna mai nata… abortita a sole 11 settimane di gravidanza. Non conoscevamo neppure il sesso. Lui, però era convinto, lui sapeva, lui sapeva sempre tutto… sarebbe stata una femmina. Non sapeva, però, quanto si sbagliava sulla mia condiscendenza. Non ero più innamorata. Bramavo vendetta. Così un giorno andai a fargli visita, nella stanza n. 6… il resto lo conosce.
(pausa, lungo sospiro e voce monocorde)
Poco importa ormai, non trova?
(pausa, e poi con enfasi ambigua)
Specchio specchio delle mie brame, chi è la più pazza del reame?”
(risa sguaiate, agghiaccianti)
Stop

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Chi lo ha scritto

Erica Bonanni

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Nata a Trieste, laureata in giurisprudenza e in scienze politiche, in possesso dell’abilitazione all’esercizio della professione forense, Coach in PNL, Giudice Sportivo Regionale FIP… stop. Amo ogni tipo di risveglio, amo l’atmosfera del mattino, amo la solitudine, amo riflettere, amo il cielo che minaccia tempesta, amo fare sport, amo viaggiare, amo il gelato, amo sorridere, amo giocare, amo entusiasmarmi, amo soffrire, amo lottare, amo vincere, amo studiare, amo trovare una soluzione, amo i picnic, amo suonare il flauto traverso, amo le notti insonni, amo sorprendere, amo stuzzicare, amo preparare i dolci, amo mangiare i dolci, amo leggere, amo scrivere e… amo amare ed essere amata. Odio… ops, un errore di ortografia. Volevo dire: oddio quante cose amo!

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