Ride bene chi ride

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La forza della democrazia. Senza retorica.

Ma ride ancora meglio chi ride per ultimo. Le scene a cui abbiamo assistito nel corso degli ultimi quattro anni negli Stati Uniti, culminate con le assurde storie su inesistenti brogli elettorali e nell’assalto al Campidoglio, hanno sicuramente fatto gongolare personaggi che con la democrazia e il liberalismo hanno poco a che spartire. E anche a casa nostra, in Europa, possiamo giustamente condividere un senso di angoscia per l’erosione dei valori fondamentali che tengono unito un paese e che reggono la delicata struttura di una democrazia, per quanto perfettibile. Secondo l’Economist, nel 2019 gli Stati Uniti sono una “democrazia imperfetta” con un punteggio di 7,96 su 10. L’Italia è a 7,52. Meglio degli USA fanno Costa Rica, Maurizio e Cile, anche se avrei qualche dubbio su quest’ultimo.

Nel breve periodo, l’attacco al Campidoglio, che non può essere stato lanciato senza una leadership politica, il presidente Trump, una preparazione, avvenuta sulle piattaforme sociali, e complicità delle autorità, impossibile non avessero sentore di quello che si stava preparando, è una delle ricorrenti crisi che sconvolgono dalle fondamenta un paese e che costringono cittadini e leader politici a prendere atto di una situazione di crisi. Cosa che da noi, per citare paragoni forse non del tutto azzardati, avvenne all’indomani del rapimento di Aldo Moro nel marzo 1978. Che i politici si accorgano del pericolo solo quando sono costretti a nascondersi sotto i banchi, fa parte della natura umana e qui non ci riguarda.

Il punto essenziale è la consapevolezza ed il dibattito aperto che ciò scatena.

Ed è qui la differenza sostanziale con un regime autoritario che, sul lungo periodo, rende le democrazie più forti. 

Ogni regime umano, infatti, per quanto ben organizzato, accumula nel tempo errori. Lasciati a se stessi, gli esseri umani sono imperfetti, pieni di pregiudizi e con una limitata capacità di processare informazioni, che conducono a scelte sbagliate ed infine catastrofiche. 

In uno Stato privo di meccanismi di correzione, gli errori, che nessuno ha la facoltà di denunciare e nessuno, tranne il grande capo, ha la possibilità di correggere, continuano a crescere fino a provocare crisi che possono portare ad una drammatica implosione del sistema. Senza citare esempi storici, è quello che sta capitando alla Russia, che prospera unicamente per motivi geopolitici e con una debolissima base economica, non può competere nel mondo, o alla Turchia, che sconta gli sbagli di politica economia del suo presidente. Che questi regimi crollino ad un certo punto, non è una certezza. Come non è una certezza che dall’autoritarismo si torni alla democrazia, come abbiamo tragicamente visto nei paesi arabi dopo la primavera del 2011. 

Il tema centrale qui è la capacità di un sistema politico di autocorreggersi. Presupposto essenziale per questo è la capacità dei cittadini e dei funzionari di comunicare liberamente alla leadership e senza timori di rappresaglie i problemi che si stanno manifestando. Alcuni regimi autoritari, che mantengono una forte legittimità interna e una forte coesione del suo apparato burocratico, come in Cina, riescono a gestire le difficoltà emergenti e a reagire, ma anche in questi casi si scontrano con i limiti dell’essere umano, la sua tendenza naturale al conformismo e al non prendere posizione, soprattutto se dire la verità ai propri superiori può significare la deportazione. In sistemi autoritari e fortemente centralizzati il flusso di informazioni scorre in maniera distorta e può raggiungere i vertici in modo confuso e senza gli elementi sufficienti per valutare la situazione e quindi prendere la decisione corretta. E’ quello che accadde in Unione Sovietica al tempo del disastro di Chernobyl.

Nessuno può dire se i danni provocati dall’irresponsabilità e dal narcisismo di Trump, accoppiati alla crisi economica, alla pandemia e alle disuguaglianze crescenti, non provocheranno un aumento della conflittualità ed una crisi sistemica negli Stati Uniti, il cuore dell’Occidente, tanto per ricordare quanto la questione ci riguardi da vicino.

Non si può mai essere troppo ottimisti quando una massa frustrata di uomini con scarse opportunità di progresso, arrabbiata e manipolata, pesantemente armata, inizia a mobilitarsi. Osserviamo tuttavia due fenomeni che lasciano ben sperare che il sistema sia in grado ai autocorreggersi, non senza contraddizione e dolore, sia ben chiaro.

Il primo è la reazione di migliaia se non di milioni di funzionari, giudici e uomini politici, anche repubblicani, che hanno rifiutato i tentativi di Trump di alterare l’esito delle elezioni, frutto della radicata e profonda coscienza esistente negli Stati Uniti della primazia della legge su ogni considerazione politica. I manifestanti del Campidoglio erano in numero limitato e nessuno li ha sostenuti. Tardivamente, questo brusco risveglio di coscienza ha raggiunto anche i fedelissimi sostenitori di Trump, che quindi si è ritrovato quasi completamente isolato.

Il secondo è l’ampio dibattito che la crisi ha innescato negli Stati Uniti. Cittadini comuni, imprese, funzionari pubblici, sono costretti a discuterne. Il rigetto del trumpismo è forte, anche se ancora non universale. Anche i social media sono finalmente diventati consapevoli del loro ruolo pubblico e della delicatezza delle decisioni o delle non decisione prese. E’ una discussione che andrà avanti per mesi e condizionerà fortemente l’azione del neopresidente Biden e del Congresso a maggioranza democratica. 

Per citare un altro precedente storico, anche qui forse azzardato, ci troviamo il giorno dopo l’attentato di Dallas e l’assassinio del presidente Kennedy. Da lì partì una fortissima spinta per la rimozione delle discriminazioni razziali e l’allargamento dei diritti civili e sociali. Nei prossimi quattro anni Biden dovrà lavorare duramente per ricucire le fratture sociali, l’alienazione dei neri e della “spazzatura bianca”, quei bianchi immiseriti e impauriti che pure sono cittadini di cui va tenuto conto.

Non sappiamo come andrà a finire. Ma la forza della democrazia è intatta. Società aperte, libero dibattito, confronto duro ed elezioni competitive in un contesto di supremazia della legge. Le scorciatoie autoritarie sono più comode e non più di una volta, nella storia recente, il popolo ha votato per leader dichiaratamente ed apertamente reazionari (vedi Ungheria eTurchia). Sul lungo periodo, tuttavia, è una lotta di sistemi non di individui: quelli flessibili, aperti e reattivi hanno più possibilità di riuscire rispetto a sistemi rigidi, chiusi e centralizzati. Non è una garanzia, ma una ragionevole alta probabilità che nella sfida tra democrazia ed autoritarismo per gestire i prossimi difficilissimi decenni, ancora una volta, saranno le democrazie a trionfare. 

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Chi lo ha scritto

Max Keefe

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Max ama scrivere, leggere, la storia, il ciclismo, le conversazioni interessanti, mettere in discussione le sue idee (tranne l'antifascismo e la Roma) e fare ricerche scolastiche sulle cose che lo interessano che generano sempre sorprese. Ascolano, italiano ed europeo, ha vissuto in varie parti del mondo (Messico, Giappone, India, Corea del Sud, Australia, Tanzania) e scrive per l'Undici dal 2011. Ha scritto un'avventura per ragazzi "Le dodici rocce dell'orrore", un romanzo di fantascienza "La Comandante Comanche" e una raccolta di racconti "Simpatia per il demonio" disponibili su www.ilmiolibro.it. Ha scritto anche il saggio storico "L'anno prima della guerra" sul periodo precedente all'entrata in guerra dell'Italia nel 1915, disponibile gratuitamente sul suo sito. Lo trovate su internet (www.robertomengoni.com) e su twitter (#mengoniroberto). Chi è interessato a "Picnic a Hanging Rock", mi contatti: rupert1968@gmail.com.

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