Moschetto e shakò – Uva, dolce uva

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La compagnia marciava per le belle campagne di Boemia.
A dire il vero, Saturnino non sapeva con precisione se fosse la Boemia o no, comunque era il territorio dell’impero degli Asburgo ed era territorio nemico.
Da pochi giorni si era saputo della sconfitta austriaca a Wagram. Benissimo. Solo che, ciononostante, non era stata ancora firmata la pace. Quanto altro tempo ci sarebbe voluto? Tutti fremevano per tornare nel Regno d’Italia, ma Napoleone esitava. E così, tutti, dovevano continuare a marciare.
«Ehi, guardate da quella parte!» gridò Aristide.
Si girarono in quella direzione.
«Ma sono austriaci!» disse il capitano Chevallier.
Saturnino non ci poteva credere: aveva davanti a lui di nuovo quel tenente feldmaresciallo, era Radetzky.
Il sergente, sempre rosso in viso, si agitò. «Andiamo a fargli vedere cosa sappiamo fare noi italiani!».
Corsero verso gli austriaci, e questi, invece di fermarsi ad affrontare il nemico, fuggirono sparendo fra i filari d’uva di quella imponente piantagione.
Saturnino e gli altri avevano le baionette innestate sui Charleville, erano pronti al corpo a corpo.
Dopo aver sciolto la colonna, si insinuarono a loro volta fra i filari d’uva e si misero a cercare gli austriaci.
Sembrava non esserci traccia delle giacche bianche e dei calzoni celesti.
Si dispersero un poco, poi un fantaccino urlò: «Guardate…».
Non concluse perché ci furono delle esplosioni.
Si trattavano di cannoni austriaci – gli artiglieri erano inconfondibili – che sparavano delle mitraglie.
Sassi e pezzi di ferro dilaniarono e squartarono gli uomini con i filari d’uva, il sangue si mischiò con il succo dei frutti.
Dovettero arretrare.
Poi, intervennero dei fucilieri austriaci che crivellarono di colpi i fantaccini italiani.
Erano nel panico, erano caduti in trappola.
Saturnino corse a perdifiato, poi individuò una grotta. Decise di nascondercisi. Si infilò nell’oscurità e stette lì ad aspettare che la battaglia finisse, ma ci volle del tempo perché gli spari, le esplosioni e le urla si susseguirono per molti minuti.
Arrivarono altri italiani. Fra loro c’era Aristide.
Rimasero lì, poi Aristide disse: «Che strana questa grotta, le pareti sono troppo levigate per essere una caverna naturale!».
A dire il vero Saturnino non gli diede troppa retta, voleva solo attendere a che tutto finisse, così sarebbe uscito da lì e si sarebbe riunito con il resto della compagnia.
Uno dei fantaccini segnalò: «Stanno arrivando!».
Era vero, dei fucilieri austriaci li avevano puntati ed erano almeno una ventina mentre loro erano solo in quattro.
Scapparono avventurandosi nella grotta. Incontrarono dei bivi e li infilarono alla cieca, quindi arrivarono in un corridoio che per tetto aveva il cielo e le pareti erano alte quattro metri.
«Oh, no» borbottò Saturnino, nonostante il fiatone. «Questo è un labirinto!».
«Sangue freddo, ragazzi». Aristide era più calmo. «Vediamo di uscirne».
«Sì, ma gli austriaci potrebbero individuarci» affermò un altro dei fanti.
«Certo, ma se noi ci siamo persi, pure loro potrebbero perdere l’orientamento». Aristide era sicuro di sé.
Il quarto uomo si scrollò nelle spalle.
Ripresero la marcia, stavolta con più flemma. Camminarono, incapparono in altri bivi, andarono a destra poi a sinistra e poi a destra, infine giunsero in un vicolo cieco.
«Non ci voleva…». Aristide fece un gesto di stizza.
«Torniamo indietro» consigliò Saturnino. Per dare l’esempio, si avviò in direzione contraria.
Uno dei fantaccini lo seguì, poi disse: «Un momento che voglio scatarrare». Appoggiò la mano su quella parete e fece pressione mentre chinava il capo.
Un attimo dopo questi urlò e la parete si era rovesciata, facendolo sparire.
«Ma…». Aristide aveva gli occhi sgranati.
Saturnino lo fermò con un cenno. «È una trappola. Ci sono trabocchetti, qua dentro». Strinse i denti. «Ehi, mi senti?».
Li raggiunse un sospiro e dopo un rantolo, poi più nulla.
Qualunque cosa ci fosse lì dietro, il loro commilitone era morto.
«Molto bene, cerchiamo di stare attenti» suggerì Saturnino.
Ripresero il cammino stando cauti a non toccare i muri, ma era chiaro che si erano persi e adesso erano come dentro una bolla di sapone: non sentivano nulla di quel che c’era intorno, niente più esplosioni né urla, erano come immersi in un’atmosfera irreale. Soltanto, ogni tanto si vedevano degli uccelli volare in cielo.
Svoltato un angolo, il piccolo gruppo vide giacche bianche e calzoni celesti.
Gli austriaci gli spararono e loro tornarono indietro, o meglio in senso relativo perché non avevano idea se di lì erano già passati.
Li inseguirono, gli austriaci, e di nuovo aprirono il fuoco. Le pallottole rimbalzavano sui muri.
«Ma perché loro non cadono in trappola?» si lamentò l’altro italiano.
Questi precedeva Saturnino e Aristide, poi con un urlo cadde in una buca.
Saturnino e Aristide si paralizzarono e videro per un attimo che il commilitone era caduto su dei pali appuntiti sporchi del suo sangue, poi tutto si richiuse.
«Una bocca di lupo». Saturnino era atterrito.
«Continuiamo» disse di buon animo Aristide, ma si vedeva che pure lui provava orrore.
Saltarono la sezione di terreno che racchiudeva la bocca di lupo e andarono avanti.
Nessun austriaco parve cadere in quella trappola.
Dopo un po’, loro due riuscirono a seminarli ma Saturnino si faceva molti problemi. Si erano persi e aveva timore a toccare qualsiasi cosa. Allora gli venne in mente un’idea. «Tendiamogli una trappola».
«E come? Siamo in due, noi, solo in due» protestò Aristide.
«Nascondiamoci e poi vediamo cosa fare. Non erano in molti». Stavolta era Saturnino a essere risoluto.
Si appostarono a un bivio, neanche fossero briganti, e attesero. Se Saturnino non aveva sbagliato, sarebbero dovuti arrivare da quella parte che fosse tra un minuto o tra dieci, comunque prima o poi sarebbero passati di lì.
Forse dopo due minuti arrivarono e gridavano e latravano neanche fossero mastini.
Saturnino fece inciampare uno con il suo Charleville, Aristide fece lo stesso.
Con due dei nemici in terra, ne rimasero altrettanti in piedi.
Si scatenò il corpo a corpo e Saturnino spezzò ossa, trafisse, poi ne rimase uno solo in vita. Sembrava essere il più piccolo e indifeso.
«Parli italiano? Francese?». Saturnino era arcigno.
«Francese… sì». Era sudato.
«Mostraci come uscire da qua».
L’avevano disarmato, e questi si avvicinò al bivio, bussò all’angolo e ci fu un tremore.
La parete si aprì e oltre di essa videro i soldati amici combattere contro gli austriaci, comunque in campo aperto e non in un labirinto maligno, sempre fra i filari d’uva. Si vedeva ancora Radetzky che proprio li ignorava.
Saturnino rise e cacciò via quel piccolo austriaco a pedate sul sedere.
Il sergente chiese loro: «Dov’eravate finiti?».
Chevallier non li aveva notati, era troppo occupato nel dirigere la compagnia in combattimento.
Né Saturnino né Aristide risposero: nessuno gli avrebbe creduto e quei due morti nei trabocchetti sarebbero stati considerati dispersi.

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Chi lo ha scritto

Kenji Albani

Kenji Albani è nato il 13 novembre 1990 a Varese (è italiano, nonostante il nome giapponese). Nel 2008 il suo racconto “Visite dall’aldilà” è stato segnalato al concorso indetto dalla Giulio Perrone Editore. Nel 2018 si è diplomato sceneggiatore di fumetti alla Scuola del Fumetto di Milano, nel 2020 si è laureato in scienze della comunicazione all’Università degli Studi dell’Insubria e sempre nel 2020 è arrivato finalista al concorso “Pergamene stellari” indetto dall’associazione culturale Yavin4 con il racconto “Un dinosauro tra quanta confusione”. Dal 2018 pubblica ebook con Delos Digital tra i quali l’antologia da lui curata “Dark Graffiti” e il saggio sulla Guerra Iran-Iraq “La primissima guerra del Golfo”. Nella primavera del 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo, “1572”, con “L’Undicesimo Libro”. Solitamente pubblica racconti brevi su Wattpad, Inksection, Edizioni Open, L’Undici, Braku, IlMioLibro, L’Infernale, Racconticon e Writers Magazine Italia. Lavora come sceneggiatore di fumetti per Ilmiofumetto.it e articolista per Leggimela.

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