Moschetto e shakò – Il generale capriccioso

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«C’è il generale, il generale». Quella voce si trasmise di fila in fila, di soldato in soldato.
Il generale era Generale, un tipo con i baffi diabolici e gli occhi spiritati.
Arrivò a cavallo, con alcuni attendenti e guardie del corpo. Era un generale di fanteria e si diceva che avesse la sciabola facile.
«Chi è che comanda qui?» sputacchiò Generale.
Saturnino e gli altri si girarono a guardare e allora arrivò Chevallier, pure lui a cavallo. «Io, signore».
«Capitano». Lo accolse con sufficienza. «È tutta qua la tua compagnia?».
«Sì, signore. È la mia compagnia». Parlò con fierezza e felicità e Saturnino si sentì grato ad avere un simile comandante.
«Un po’ poco…» commentò.
Era una carogna e Saturnino lo disprezzò, ma restò imperturbabile.
«Mi spiace. Io…».
«Non fa niente». Generale sorrise, ma fu più un ghigno demoniaco. «Ho bisogno di uomini per un attacco a una postazione austriaca».
L’intera compagnia fu percorsa da un brivido. Si trattava di tornare a combattere quando tutti avrebbero preferito riposare. Erano giorni che marciavano e combattevano e seppur l’Imperatore avesse trionfato a Wagram sembrava non ci fosse mai fine alla guerra contro la Quinta Coalizione.
Ma Chevallier non dimostrò pigrizia o altro, annuì. «Molto bene. Siamo a sua disposizione».
«Allora in marcia. Seguitemi».
«In marcia!» ripeté il capitano.
Il reparto si mosse e il sergente ordinò di muoversi in buon ordine. Era il sergente quello che sbraitava di più; sempre rosso in viso, pareva sul punto di scoppiare.
Tutti obbedirono.
La compagnia marciò nella campagna austriaca e infine si arrampicò su un rilievo, che più che altro era una cresta. Davanti a loro c’era una piccola trincea sulla quale sventolavano i colori dell’Austria. Si vedevano dei fucilieri nemici, i quali li osservarono con ostilità.
«Eccoli, eccoci» gioì Generale. «Disporsi per la battaglia, avanti!».
Obbedirono e il capitano fece formare una colonna con una larghezza di tre uomini. Saturnino era terzo a destra e accanto aveva Aristide. «Non mi piace».
«Che fai, Patrizi, polemizzi?». Aristide sorrideva, ma lui era sempre stato un incosciente.
«Sai, Fulminati» rispose chiamandolo anche lui per cognome, «non mi piace l’idea di suicidarmi. Non vedi che tutt’intorno ci sono trincee austriache e noi stiamo per finirci in mezzo?».
«Ma via! Vuoi tornartene a Varese con disonore? Il generale ci ordinerà di attaccare uno dei lati, mica di ficcarci al centro di questo tritacarne!». Rise leggero.
Saturnino non sapeva se fosse meglio tornare a Varese con disonore, come diceva il commilitone, oppure morire. Era sicuro che fosse meglio la prima opzione.
«Innestare le baionette! Prepararsi all’attacco!» ordinò Generale.
Chevallier forse si offese perché era stato scavalcato, ma non disse nulla. «Innestare le baionette! Prepararsi all’attacco!» ripeté.
Tutti obbedirono e se prima la compagnia era stata percorsa da un brivido, adesso fu un tremito a scuoterla tutta quanta. Non era stato solo Saturnino a rendersi conto dell’estremo pericolo che significava quella manovra.
Generale e i suoi uomini si appostarono dietro, poi questi ebbe cura di inviare Chevallier in testa alla compagnia. Così, Generale disse a bassa voce: «All’attacco».
«All’attacco!» gridò il capitano. Ma tutti avevano visto che aveva esitato.
«All’attacco! All’attacco! Viva l’Imperatore!» urlarono i fantaccini.
Si misero a correre a ranghi serrati, sempre in forma di colonna.
Saturnino pensava che fosse una follia collettiva, e pensò di aver ragione perché allora gli austriaci si misero a ridere e a ridere, erano divertiti.
La colonna si insinuò fra le trincee e per un momento Saturnino pensò che, forse, gli austriaci li avrebbero risparmiati. Ma quella era una guerra e la morte degli altri significava vivere per qualcuno, e così i fucilieri austriaci aprirono il fuoco.
Fu un fuoco a volontà e l’aria si riempì di fumo, ma intanto le pallottole colpirono gli uomini in blu e ne uccisero o ferirono in molti.
Uno dopo l’altro, i fantaccini davanti a Saturnino caddero e lui stesso li calpestò. Quando era a pochi metri dalla trincea austriaca si accorse di essere in testa alla formazione e quindi fece un balzo come una tigre e, sempre sentendosi come il felino della giungla, aggredì gli austriaci.
Diede un colpo di baionetta, poi strappò la carne a quel soldato nemico e ne aggredì un altro.
Aristide aveva lo stesso furore, la loro era una furia oscura, tutta dovuta alla frustrazione per essere stati condannati a morte per un capriccio di Generale.
Anche Chevallier fece il suo lavoro. Il cavallo stritolò alcuni austriaci, poi con la sciabola ne squartò e ne dilaniò a profusione.
Il sottofondo di quella carneficina era la risata demoniaca di Generale, il quale strano ma vero si stava divertendo.
Gli italiani si ammassarono in quella trincea e ben sapendo che se fossero stati troppo buoni allora sarebbero morti, furono più feroci delle tigri e massacrarono gli austriaci.
Gli altri soldati nemici continuarono a bersagliarli, ma ormai i fantaccini italiani stavano dilagando e con la baionetta e il calcio del Charleville di ciascuno straziarono e spezzarono le ossa. Fu molto il sangue versato e nell’aria si diffuse la puzza di sangue e di polvere da sparo. Era uno scenario infernale, ma era la guerra e sembrava non avere fine, forse sarebbe finita una volta che sarebbero morti tutti e nessuno si sarebbe goduto la pace.
Adesso tutti gli austriaci erano scappati o erano morti, pochi si arresero.
I soldati italiani tornarono indietro, ma non prima di abbattere la bandiera austriaca. Al suo posto innalzarono quella dell’Impero Francese, erano tutti grati a Napoleone Bonaparte ed erano orgogliosi che un mezzo italiano mezzo corso era a capo di quella potenza militare.
Ma dopo quella breve euforia Saturnino osservò i resti dei commilitoni morti. La morte faceva schifo, e che lo dicessero gli italiani, gli austriaci o i francesi, era sempre lo stesso.
Generale rideva, ma poi arrivò una carrozza con a bordo degli infermieri. Come formiche aggredirono Generale, lo disarcionarono e gli misero una camicia di forza.
Attendenti e guardie del corpo non si ribellarono, ma semmai tirarono un sospiro di sollievo anche se qualcuno sembrò imbarazzato.
«Ma che succede? Lui è un generale della Grande Armata!» segnalò Aristide.
«No, è solo un pazzo fuggito da un manicomio…» spiegò uno degli infermieri. «Si crede un generale e sa recitare così bene la parte che inganna tutti quanti».
Rimasero tutti esterrefatti, poi Aristide chiese agli attendenti e alle guardie del corpo: «Voi sapevate?».
«No» disse uno di loro. «Ci ha imbrogliati».
Quell’attacco suicida, quel capriccio, e tutto per un pazzo. Saturnino scosse la testa e sputò. La guerra è una tale pazzia…

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Chi lo ha scritto

Kenji Albani

Kenji Albani è nato il 13 novembre 1990 a Varese (è italiano, nonostante il nome giapponese). Nel 2008 il suo racconto “Visite dall’aldilà” è stato segnalato al concorso indetto dalla Giulio Perrone Editore. Nel 2018 si è diplomato sceneggiatore di fumetti alla Scuola del Fumetto di Milano, nel 2020 si è laureato in scienze della comunicazione all’Università degli Studi dell’Insubria e sempre nel 2020 è arrivato finalista al concorso “Pergamene stellari” indetto dall’associazione culturale Yavin4 con il racconto “Un dinosauro tra quanta confusione”. Dal 2018 pubblica ebook con Delos Digital tra i quali l’antologia da lui curata “Dark Graffiti” e il saggio sulla Guerra Iran-Iraq “La primissima guerra del Golfo”. Nella primavera del 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo, “1572”, con “L’Undicesimo Libro”. Solitamente pubblica racconti brevi su Wattpad, Inksection, Edizioni Open, L’Undici, Braku, IlMioLibro, L’Infernale, Racconticon e Writers Magazine Italia. Lavora come sceneggiatore di fumetti per Ilmiofumetto.it e articolista per Leggimela.

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