Moschetto e shakò – Chirurgia da battaglia

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«In colonna! Forza, pecoroni, in colonna!».
Quel giorno Chevallier era più impaziente del solito.
I fantaccini formarono una colonna e Chevallier rimase compiaciuto dell’obbedienza dei suoi uomini. Andò a chiamare il sergente.
Era sempre rosso in viso, il sottufficiale, e Saturnino non sapeva con precisione se fosse così perché era continuamente arrabbiato o per il motivo che tirava su con il gomito. Ma lasciò perdere.
Capitano e sergente si scambiarono delle battute, poi il sergente annuì. Sguainò la sciabola e un poco pungolò i soldati più vicini a lui. «Forza, muovetevi!».
La colonna aveva la larghezza di tre uomini ed era un serpente irto di baionette. Sembrava a metà fra un millepiedi e un istrice, o forse era per caso un serpente crestato?
Agli ordini degli ufficiali e dei sottufficiali, la colonna iniziò a muoversi. Le scarpe con le ghette pestarono il suolo innalzando un certo polverone. La terra di Boemia era lì attorno e anche se l’Imperatore aveva trionfato a Wagram con la mostruosa colonna di MacDonald, la guerra alla Quinta Coalizione non era terminata; forse sarebbe stata infinita.
Gli uomini in colonna si mossero verso una linea di uniformi bianche. Avevano dei colbacchi neri e recavano le aquile asburgiche.
Granatieri austriaci.
Saturnino aveva un certo ricordo degli austriaci a Varese, prima che Napoleone li cacciasse via. Una volta avevano malmenato suo padre e uno dei suoi fratelli più per capriccio che per altri motivi. Tutti li odiavano e gli italiani nella Grande Armata non vedevano l’ora di spazzare via l’Impero Austriaco e stabilirvi un protettorato italiano… o francese.
I granatieri spianarono i moschetti e attesero. A un ordine in lingua tedesca tirarono il grilletto e una nube di biglie di piombo si abbatté sui fantaccini italiani.
Uomini morirono, uomini gridarono, uomini sanguinarono, però la la colonna continuò la marcia. Saturnino, in tutta sincerità, aveva voglia di fingersi ferito perché di finire in quel carnaio non ne aveva l’intenzione, ma l’unica cosa che lo frenò era che un simile gesto sarebbe equivalso a diserzione e rispettava Napoleone oltre che gli ufficiali. Anche se Chevallier quel giorno fosse più bizzoso del solito, non poteva abbandonarlo nel momento del bisogno. Tenne duro.
Il nemico non ebbe il tempo di ricaricare che la colonna degli uomini in blu si abbatté su di lui e scoppiò una zuffa a suon di baionette e colpi di calcio. Saturnino diede il suo contributo e trafisse un granatiere, poi ne sbudellò un altro.
«Patrizi! Patrizi!».
Saturnino si voltò e vide Aristide in terra. Era sporco di terra, fuliggine e sangue. «Che vuoi?».
«Sono ferito… aiutami!».
Non ne aveva l’intenzione. Il regolamento era chiaro: si poteva abbandonare il combattimento solo su preciso ordine degli ufficiali e per i feriti ci pensava il personale che girava con le lettighe.
Aristide, però, continuò a lamentarsi. Piangeva.
In mezzo a quella selva di corpi in movimento e con il sangue che irrorava la terra di Boemia, il sergente si dibatteva con la sciabola già colorata di vermiglio. «Patrizi, pensa al tuo commilitone. Portalo via o sennò ci abbassa il morale» disse dopo una breve pausa di riflessione.
Era stato un ordine esplicito. «Come vuole, signor sergente». Mise a tracolla il moschetto e raccolse Aristide per poi trascinarlo via, ma lui piagnucolava perché strusciava sulle pietre e allora Saturnino lo caricò sulle spalle.
Insieme si allontanarono dal piccolo scontro che divampava e si diressero verso il più vicino punto di chirurgia.
Non erano medici militari, erano più che altro civili prestati alla guerra, studenti delle facoltà di medicina di mezza Francia che per fare pratica andavano al fronte. I colori predominanti erano il bianco dei camici e il rosso del sangue.
«Che vuoi tu?». Doveva essere uno studentello di Bordeaux, a giudicare dall’accento – Saturnino aveva a che fare con i francesi da così tanto tempo che ne riconosceva gli accenti.
«Il mio commilitone…».
«Sono ferito. Qui, vedi? Alla gamba» intervenne Aristide. Fu sollecito a parlare, indicò il punto in cui era stato colpito.
«Molto bene. Aspetta un minuto che poi penso a te. Tu, invece, puoi tornare a combattere. Fallo per l’Imperatore!».
«Sì, sì». Ma a Saturnino non sfuggì lo spettacolo oltre le tende.
I feriti attendevano distesi in terra su dei lenzuoli sporchi di ogni cosa possibile, poi poco per volta i medici smaltivano quella lista d’attesa prendendoli uno a uno e li stendevano su dei tavoli. Dove i soldati erano feriti i medici si limitavano a versare dell’alcol e con la sega tagliavano tutto. Braccia, gambe, pezzi di corpo venivano accatastati su dei mucchi e il sangue si coagulava in delle pozzanghere che ricordavano la morchia di un’industria.
Saturnino si sentì inorridito e si tastò il corpo. Non aveva alcuna ferita, solo qualche taglio e qualche livido, non aveva bisogno di essere sottoposto alla chirurgia militare.
Invece Aristide Alzati… povero lui, sarebbe rimasto mutilato a vita.
Decise di girare i tacchi e tornare a combattere, ma Aristide lo chiamò. «Che vuoi?» rispose Saturnino.
«Io… non voglio finire mutilato per sempre».
«Mi spiace, ma sei stato sfortunato».
«Non è vero che sono ferito!» sibilò avvicinandogli il volto a sé. Si alzò in piedi. «Vedi? Non ho nulla. Ho solo la caviglia slogata». Era vero, zoppicava.
«E perché hai finto di essere stato ferito gravemente?».
«Be’, sarò anche coraggioso, ma capisco quando si sta per andare incontro a un suicidio collettivo» ammiccò.
Saturnino si girò a guardare verso la battaglia e osservò che, in effetti, gli italiani erano in crisi. «Sì, ma questa è diserzione».
«Dai, accompagnami via e lasciamo stare questa brutta storia».
Saturnino scosse il capo. «Sì, allora via che è meglio». Aiutò il commilitone e lo studentello di Bordeaux li rincorse con una sega e con il camice ancora più sporco di sangue. «Ehi, ma dove vai? Ti devo operare!».
Aristide lo ignorò e Saturnino fece finta di nulla. Forse sarebbe stato sul serio capace di amputare la gamba ad Aristide solo perché si era fatto male a una caviglia.

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Chi lo ha scritto

Kenji Albani

Kenji Albani è nato a Varese il 13 novembre 1990 (è italiano nonostante il nome giapponese). Segnalato al concorso Giulio Perrone Editore nel 2008, ha poi pubblicato poco meno di quattrocento racconti fra riviste letterarie locali, siti letterari e piattaforme online. Inoltre, ha pubblicato una quindicina di articoli di vario genere (dallo sportivo al culturale, passando per la paleontologia) su siti e riviste specializzati. Nel settembre 2008 ha pubblicato per i tipi di Delos Digital l’ebook nella collana Imperium Il serpente che si morde la coda, nel gennaio 2019 l’ebook Il grande attacco per la collana History Crime e nel marzo 2019, di nuovo nella collana Imperium, Dare vita, dare morte. Al momento studia all'Università degli Studi dell'Insubria di Varese, facoltà scienze della comunicazione, e nel settembre 2018 si è diplomato come sceneggiatore di fumetti alla Scuola del Fumetto di Milano. Lavora come sceneggiatore per Ilmiofumetto.

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