La leggenda di Gino Bartali

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A Gino non sarebbe piaciute le polemiche sul suo ruolo di salvatore degli ebrei durante la seconda guerra mondiale. “Il bene si fa, ma non si dice” disse una volta. Che ci sia tanta politica e poca riflessione quando si parla di un personaggio che ha avuto una sua parte non piccola nella storia sociale dell’Italia contemporanea, è il tratto distintivo del nostro paese.

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Gino Bartali durante la guerra con l’uniforme della RSI. Sopra, Bartali durante il vittorioso Tour del 1948 che, secondo un’altra leggenda, avrebbe salvato l’Italia.

Lo storico Stefano Pivato ha scritto nel 2018 il saggio “Sia lodato Bartali. Il mito di un eroe del Novecento” e nel 2021, insieme al figlio Marco, “L’ossessione della memoria: Bartali e il salvataggio degli ebrei. Una storia inventata”. I due libri sostengono due tesi opposte e contraddittorie e sarei molto curioso di leggerli entrambi. Lo farò senz’altro. Nel primo si celebra il mito di Bartali come salvatore silenzioso di 800 ebrei, grazie al trasporto di documenti falsi nella canna della bicicletta che usava per allenarsi. Grazie a questo, Bartali è stato inserito nel 2006 tra i “Giusti fra le Nazioni” dello Yad Vashem di Gerusalemme. Nel secondo si afferma che non ci sono testimonianze sufficienti e che la leggenda è, appunto, un’invenzione nata sulla base di testimonianze inattendibili.

Pivato, 70 anni, non è esattamente un giornalista che si accontenta di raffazzonare quattro documenti e tre interviste farlocche per fare un instant book, versione contemporanea dello storico coccodrillo. E’ uno studioso serioso con alle spalle numerosi libri sullo sport e la storia sociale italiana nel dopoguerra. Se Pivato ha avuto il coraggio di ribaltare la tesi da lui stesso sostenuta manco tre anni fa, andrebbe lodato e le sue affermazioni andrebbero esaminate con attenzione. Semmai, gli si potrebbe raccomandare maggiore attenzione prima di avallare tesi controverse.

Pivato non poteva infatti non conoscere l’opinione negativa dello storico Michele Sarfatti che espresse molte riserve sull’attendibilità delle fonti che parlarono di Bartali. Si può leggere un suo documento molto ben argomentato nel suo sito e che andrebbe letto con attenzione. Sarfatti è il maggior storico italiano sulla persecuzione degli ebrei in Italia, quindi non un negazionista o un inventore di storie alternative.

Un libro dedicato a Bartali e scritto da due giornalisti canadesi: Aili e Andrew McConnon “La strada del coraggio. Bartoli, eroe silenzioso” (66th and 2th, 2013) che mi è parso ben argomentato, porta ulteriori elementi alla storia. Qui si parla anche della vicenda della famiglia ebrea Goldsberg, che sarebbe stata ospitata in una cantina di Bartali, come dell’arresto di Bartali durante la guerra e della notte di terrore nella villa dove i fascisti torturavano i sospetti. Lo andrò a rileggere per ricontrollare le fonti.

Su questa vicenda andrebbero fatte delle altre osservazioni. Bartali non ha mai parlato del suo ruolo durante la guerra e avrebbe visto queste polemiche italiche con orrore. Secondo Pivato, le testimonianze raccolte non sono dirimenti e, fatto più serio, egli non avrebbe ricevuto alcuna risposta alle sue richieste di conoscere la documentazione in base alla quale lo Yad Vashem ha accolto Bartoli tra i “Giusti”. Bisogna quindi credere sulla parola del museo israeliano che dice che la documentazione è imponente? Bartali è stato usato quando era vivo, ricordate la leggenda sulla sua vittoria al Tour del 1948 che avrebbe salvato l’Italia dalla guerra civile? Leggenda, tra l’altro, smentita da ogni storico che si rispetti. Dopo la sua morte sulla sua figura si sono avvicinate, come avvoltoi, figure interessate provenienti dal mondo cattolico più retrivo, per rafforzare la leggenda del cattolico devoto che combatte il comunismo, e che stanno tentando di promuovere una causa di beatificazione.

A noi amanti della storia, piace la ricerca della verità. Penso che sia essenziale dibattere questi temi, senza preclusioni e senza difese a priori. Ben venga chi osa andare contro una leggenda consolidata al punto tale che nessuno si prende più la briga di andare ad esaminare con attenzione le fonti.

Per noi amanti del ciclismo, Bartali resterà sempre il grande campione protagonista di un pezzo di storia importante del nostro paese: tre Giri e due Tour con l’intervallo della guerra. Ci piacerebbe che il suo nome non venisse invischiato nelle polemiche politiche ma di lui si parlasse come uomo e come sportivo, cosa difficile in un paese come l’Italia che ha bisogno di eroi da esaltare e da denigrare.

In egual misura.

 

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Chi lo ha scritto

Max Keefe

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Max ama scrivere, leggere, la storia, il ciclismo, le conversazioni interessanti, mettere in discussione le sue idee (tranne l'antifascismo e la Roma) e fare ricerche scolastiche sulle cose che lo interessano che generano sempre sorprese. Ascolano, italiano ed europeo, ha vissuto in varie parti del mondo (Messico, Giappone, India, Corea del Sud, Australia, Tanzania) e scrive per l'Undici dal 2011. Ha scritto un'avventura per ragazzi "Le dodici rocce dell'orrore", un romanzo di fantascienza "La Comandante Comanche" e una raccolta di racconti "Simpatia per il demonio" disponibili su www.ilmiolibro.it. Ha scritto anche il saggio storico "L'anno prima della guerra" sul periodo precedente all'entrata in guerra dell'Italia nel 1915, disponibile gratuitamente sul suo sito. Lo trovate su internet (www.robertomengoni.com) e su twitter (#mengoniroberto). Chi è interessato a "Picnic a Hanging Rock", mi contatti: rupert1968@gmail.com.

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